mercoledì 18 agosto 2010

Crollano le certezze


Ieri sera ero a cena da un amico che fa l'editore come secondo mestiere. Come tutti gli editori questo amico riceve tonnellate di manoscritti, e raccontava di aver visto ben di peggio rispetto al leggendario Ancess le Chiavi del Fato. Diceva anche che se arrivano in libreria delle porcherie spesso non è per mancanza di buona volontà da parte degli editor, ma proprio per mancanza di capacità degli stessi. Lui dice: "se ti sembrano brutti quando arrivano in libreria, non hai idea di come sono quando arrivano davanti all'editor." Ok, ma questo non è un discorso. È come dire: "è arrivato in ospedale che stava morendo di colera, di tifo e di peste e dopo una settimana di cure è morto, ma solo di colera." E poi, se sono così schifosi in partenza - ancora di più di quando vengono pubblicati - perché vengono pubblicati?

Ora, io non sono fra quelle anime belle che sostengono che in editoria lavorano solo grandi professionisti, così, perché sì. Al contrario, non ho motivo di credere che in quel campo la professionalità media sia superiore a quella nazionale, cioè molto bassa per i miei gusti. Pensare però che qualcuno che lavora in Newton & Compton possa aver scambiato per qualcosa di decente una vergogna totale come La Profezia di Arsalon è davvero oltre, è come un idraulico che scambia un manico di scopa per un tubo da 3/4 o un medico che scambia una sinusite per una ferita da taglio al piede.

Ho immaginato l'editor Francesca Mancini aprire il manoscritto (come sia arrivato sulla sua scrivania non lo so e non lo voglio sapere, ma non faccio fatica a immaginarlo: comincia per R). L'ho vista sospirare e mettersi le mani nei capelli alle prime righe, e poi riprendersi con la consapevolezza che tanto da una merda a tutto tondo come quella non era possibile cavarci niente di buono nemmeno lavorandoci tutti i giorni per dieci anni. Ho immaginato che abbia sistemato giusto la punteggiatura (gli spazi che vanno dopo le virgole e non prima) e cazzatine del genere, e poi tagliato, soprattutto tagliato le parti scritte oltre ogni schifo, che tanto a metterci le mani era fatica sprecata e a cancellarle ci si guadagnava soltanto.

Invece no, secondo il mio amico è probabile che la signora Francesca Mancini ci abbia lavorato sopra per davvero, con impegno, e che l'abbia mandato in stampa quando ha pensato che fosse diventato un ottimo romanzo, magari ritenendolo buono fin dall'inizio.

Francamente, non so più cosa credere.

Voi che ne pensate?

martedì 10 agosto 2010

Manuali pratici: i segreti di una scrittura scialba


Quando dalla casa editrice [...] mi sono venuti a chiedere di ripubblicare il libro, io mi son ben guardato dal rimetterci le mani. Il libro si è completamente riscritto da solo, io non mi sono curato minimamente di ascoltare i consigli di lettori e professionisti più o meno esperti del campo, non ci ho mica lavorato per mesi a tempo pieno, né ho chiesto alcun aiuto.

Questo sopra che prova a fare il sarcastico è - manco a dirlo - un autore italiano di fantasy il cui romanzo è stato prima pubblicato da un editore molto piccolo e poi da un altro molto più importante. Vediamo quindi il risultato di una sì gigantesca opera di riscrittura con il supporto di fior di professionisti. Quello che segue è l'incipit, come al solito valutato secondo il doppio binario del fantasy e della narrativa.

I dadi d'osso erano stati gettati. Le dita artritiche della cieca li sondavano uno ad uno.

Narrativa: le forme passive vanno evitate come la peste, perché incarnano la timidezza dello scrittore. Nulla è poco incisivo nella scrittura quanto una frase che fa uso della forma passiva. Sì ok, da qualche parte può scappare, ma questa è la prima frase del romanzo. Con questo inizio il nostro va a insidiare quel "In un cielo alquanto livido e nebbioso" di cui ho già parlato in Trilogie e altre disgrazie.

Fantasy: scrivendo in quel modo spregevole l'autrice di cui parlo nel link ha vinto il Premio Italia per il Fantasy 2007, per cui alla grande così!

«Come hai detto di chiamarti, figliolo?»

Sì figliolo, dillo anche a noi, perché quando l'hai detto per la prima volta il romanzo non era ancora cominciato.

«G****.»
«Come? Abbi pazienza, le mie orecchie sono così stanche.»

Eh già, siamo lettori fantasy: meglio andare sul sicuro.

«G****.»
«Dunque G****, che cosa vuoi che veda?»

Fantasy: tre volte in quattro righe, grandioso. Signori, qui siamo di fronte non al solito artistucolo presuntuoso, ma a un Grande Maestro Artigiano della parola che è ben conscio di scrivere per dei ritardati gravi e non disdegna di adottare una tecnica narrativa confacente al suo pubblico.

Narrativa: siamo alla sesta riga e già comincio ad annoiarmi.

«Non saprei... Il mio futuro.»
«Ah, il tuo futuro», sogghignò M****. «Stasera dormirai qui in locanda. Un sonno agitato, direi...»
«Questo lo potevo indovinare anch'io. Non intendevo questo.»
«Comee?»
«Non intendevo il futuro di stasera.»
«Domani mattina ti sveglierai con la vescica piena.»
«Mi stai prendendo per i fondelli?»
«Nient'affatto giovanotto. Sto vedendo il tuo futuro. Vedo una latrina.»
«Mi stai prendendo per i fondelli.»
«Hai torto.»
«Ho torto? Dici che ho torto... E allora... Se ora... E se ora...» [Grande dialogo. Lo vedete, il lavoro dei Veri Professionisti?]
«E se ora cosa?»
«E se ora mi mettessi a fare l'attaccabrighe? Tanto non mi potrebbe succedere niente, visto che comunque dormirò qui sano e salvo.»
[E fai un po' come cazzo ti pare...]
«Un sonno agitato», rispose la vecchia. «Ma non hai tutti i torti.»
«Dici sul serio?»
«Senti caro figliolo, sono cieca e decrepita. Mi restano tre denti in bocca. E sono anche piuttosto sorda.»
Il giovane si agitò sulla sedia. Poi si girò bruscamente verso B*****.
«E tu che vuoi? È da un pezzo che te ne stai qui a origliare. Vai a lavorare, ficcanaso!»
Colto in flagrante, l'oste si allontanò in tutta fretta. Chi l'avrebbe detto che quel giovanotto fosse così insolente. Sarà per colpa della vecchia, si disse B*****. In fondo lo stava prendendo per i fondelli.

Narrativa: fino all'oste il POV non si sa di chi sia, poi con un bel salto andiamo dentro alla sua testa a sentire i suoi pensieri. Segue qualche pagina dove l'oste rimprovera il cognato stereotipo dell'ubriacone. A quel punto sto già cantando l'Aria della Regina della Notte da Il Flauto Magico di Mozart a sbadigli.

Fantasy: un ottimo libro da leggere sotto l'ombrellone quando avrete finito l'elenco del telefono di Tokyo.

Alla prossima.

domenica 8 agosto 2010

... e come NON usare il POV a cazzo di cane


Ogni tanto mi chiedo in cosa caspita consista il mestiere dell'editor. Mah.

Riferendoci al post precedente, vediamo come si poteva gestire il POV sul finale della scena per migliorare il coinvolgimento del lettore. Era facilissimo: bastava lasciare il POV sul Barone e non muoverlo da lì. Il brano originale è questo:

Il Barone si gettò sul servo con un grido stridulo. Ci fu una breve lotta, poi uno sparo, e un corpo cadde a terra.

Una figura nera, appollaiata su di un ramo, osservava la scena. V********* gridava e scuoteva il corpo del Barone, inutilmente. Già il suo sangue imbrattava il ponte e la pioggia lo lavava via.
«Madonna santissima, che ho fatto! Signor Barone!»
Dal castello venivano le lanterne, figure scure come insetti luminosi che si affaccendavano sul ponte. La creatura fece uno strano verso, come di pena; ci fu un altro lampo nel bosco, ma la
sagoma nera non c’era più.

Intanto, be', ci fu una breve lotta non vuol dire niente. I casi sono due: o tu autore immagini la scena, e allora già che hai fatto lo sforzo metti anche per iscritto quello che hai immaginato, oppure non immagini la scena, e allora di cosa accidenti stai scrivendo, di qualcosa che non sai nemmeno tu?

Il Barone si gettò sul servo con un ringhio. Afferrò con la sinistra la canna del moschetto e con la destra cercò di agguantarlo alla gola, ma quello fece un balzo indietro. Il Barone sentì nelle orecchie il fragore di uno sparo, una nuvola di fumo acre lo accecò e poi venne il dolore alla bocca dello stomaco, come un colpo di martello. Sentì le forze mancargli e cadde sulle ginocchia, poi riverso sulla schiena mentre con la nuca colpiva le tavole dure del ponte. Qualcosa di caldo e viscido sgorgava sotto le mani, premute sull'addome.
Il Barone provò a urlare, ma venne fuori solo un rantolo. La faccia di V*********, stravolta e bagnata dalla pioggia, era china su di lui.
«Madonna santissima, che ho fatto! Signor Barone!» piagnucolava.
Il Barone sentì il sapore del proprio sangue in bocca. Poi la vide, dietro la testa di V*********. Una figura nera, appollaiata su di un ramo, sembrava osservare la scena. Il Barone chiuse gli occhi e li riaprì. Dal castello venivano le lanterne, insetti luminosi che sciamavano sul ponte. Il Barone sentì un verso venire dall'alto sopra gli alberi, come un lamento. Un lampo, e la creatura nera non c'era più.
Un brivido di freddo, uno spasmo in tutto il corpo, e il Barone esalò il respiro.

Di certo si può fare di più, ma a me sembra che così sia già meglio. O no?

sabato 7 agosto 2010

Manuali pratici: come usare il POV a cazzo di cane


Come promesso, comincia oggi una serie di esempi su come NON si scrive narrativa e quindi per contrasto su come si scrive fantasy. Questa prima scheda riguarda il POV (Point Of View, punto di vista).

Il M********* arrivò nel Ducato di A******** una notte d’autunno: il primo ad accorgersene fu il Barone di S**********.
Il Barone T******* di S********** era un omone grosso la cui pappagorgia sormontata da baffi neri gli dava qualcosa del tricheco e qualcosa dell’orango. Il nobile vestiva di fustagno nero, un cappello piumato, al cinturone un paio di moschetti: più che un nobiluomo pareva un bandito, che a incontrarlo di notte un contadino sarebbe morto di spavento.
Quella notte, come di consueto, era andato per cantine e taverne fino a tardi e solo adesso se ne rincasava in groppa a Urri, il suo cavallo bianco.
Ci voleva un bel coraggio ad andare in giro a quell’ora, in una notte in cui sembrava che Dio avesse cominciato a piangere per tutti i peccati del mondo. Pioveva, di quella pioggia fitta che trasforma i contorni delle cose; i fusti delle vigne parevano vecchi chini nel freddo a contarsi le ossa dei piedi.

Quello sopra è l'inizio del primo capitolo di un romanzo fantasy pubblicato da un importante editore italiano. Risulta evidente che l'autore ha scelto come punto di vista (sempre che fosse a conoscenza del concetto) quello del Narratore Onniscente, perché è un po' difficile che il Barone pensi a se stesso come a un orango. In narrativa quella del Narratore Onniscente è una pessima scelta (vale a dire che nel fantasy è ottima), perché invece di trascinare il Lettore dentro la storia l'effetto è che il Narratore va a trovare il Lettore al Cottolengo a casa sua. E' la scelta più facile per l'autore, che non deve sbattersi per accompagnare il Lettore alla scoperta delle informazioni utili. Nel caso del fantasy il Lettore non è in grado di trovare il proprio sfintere nemmeno con il manuale di istruzioni, per cui inserire più volte il POV del Narratore Onniscente per spiegare i passaggi salienti è di fatto una scelta obbligata.

L’effetto dell’alcol si era già dissolto nel gelo e il Barone malediceva il suo cattivo sangue, che lo aveva costretto a uscire per soddisfare il gusto del vino e della buona compagnia. Tutto ciò che desiderava adesso era entrare nel palazzo, liberarsi del mantello fradicio e farsi servire un arrosto di montone con un po’ di fave lessate. Le luci del castello si erano fatte vicine, e colto da un moto di impazienza il Barone spronò il suo cavallo.

Ecco, qui sopra il POV è passato al Barone. Vi rimane saldamente incollato per quasi sei pagine, fino a che...

Il Barone si gettò sul servo con un grido stridulo. Ci fu una breve lotta, poi uno sparo, e un corpo cadde a terra.

All'improvviso il POV non è più del Barone, perché per lui quello che cade a terra non può essere semplicemente un corpo: o è lui stesso o è il servo, che dal suo punto di vista non è proprio la stessa cosa. Per la stessa ragione, il POV non è quello del servo. Non è nemmeno del Narratore Onniscente, perché lui che sa tutto dovrebbe anche sapere chi è che cade a terra. Improvvisamente quindi il POV è diventato quello di una telecamera neutra posta anche un po' lontano e al buio, che vede e non vede e più di tanto non ci può dire. Poi c'è una riga vuota e si riprende con:

Una figura nera, appollaiata su di un ramo, osservava la scena.

Qui sopra il POV di chi è? Forse è ancora quello neutro della telecamera, perché nessuno pare si accorga della creatura sul ramo. La frase sembrerebbe preludere al fatto che il POV sia passato a quello della creatura stessa, ma poi di seguito:

V********* gridava e scuoteva il corpo del Barone, inutilmente. Già il suo sangue imbrattava il ponte e la pioggia lo lavava via.
«Madonna santissima, che ho fatto! Signor Barone!»

Qui sopra il POV sembra invece del servo (o al limite di nuovo del Narratore), perché la creatura non può sapere come si chiama il servo (e nemmeno può saperlo la telecamera neutra).

Dal castello venivano le lanterne, figure scure come insetti luminosi che si affaccendavano sul ponte.

Qui sopra il POV potrebbe essere di chiunque.

La creatura fece uno strano verso, come di pena; ci fu un altro lampo nel bosco, ma la sagoma nera non c’era più.

Qui di nuovo non si sa. Non quello della creatura ma nemmeno degli altri personaggi, perché nessuno sembra essersi mai accorto della sua presenza. Il Narratore Onniscente non vede le cose sparire, per cui dovrebbe essere di nuovo la telecamera neutra.

A questo punto credo che cosa significhi usare il POV a cazzo di cane possa essere chiaro a tutti, e direi quindi che per oggi è tutto.

Alla prossima.

venerdì 6 agosto 2010

Fantasy Vs. Narrativa


Gamberetta se ne era già accorta mesi fa: il romanzo fantasy non appartiene più alla letteratura. Scriveva infatti riguardo a Il silenzio di Lenth:

[...]confesso la mia incapacità di capire appieno questa nuova forma di intrattenimento vagamente simile alla narrativa.

Ogni tanto qualche autore mi chiede un parere sulle sue opere, ma mi rendo conto che i miei strumenti di valutazione non sono ormai più adeguati essendo legati alla vecchia idea di fantasy come letteratura di genere, e non come entità che si è distaccata del tutto da ciò che intendiamo per scrittura. Non deve ingannare il fatto che il fantasy viene venduto nelle librerie esattamente come la narrativa, dato che in libreria si vende ormai un po' di tutto dalle tazze da caffè fino ai pupazzi di peluche. Più curioso è invece il fatto che il fantasy continui a essere prodotto da editori di narrativa, ma d'altra parte anche la Yamaha fabbrica tanto motociclette quanto tastiere musicali. Certo la somiglianza si ferma qui, perché mentre Yamaha produce buone motociclette e buoni strumenti musicali, accade invece che un editore come Newton & Compton pubblichi ottimi romanzi e ottimi saggi, ma schifezze fantasy (schifezze fantasy quando il fantasy apparteneva ancora alla narrativa, ora solo fantasy).

Una volta si diceva che per pubblicare è indispensabile essere raccomandati, ma c'è qualcosa che non mi torna. Statisticamente, tra i raccomandati ogni tanto dovrebbe capitare anche un autore decente, cosa che invece nel fantasy italiano non succede più. Forse allora essere raccomandati non basta, bisogna anche scrivere male, tant'è vero che autori che erano decenti sono peggiorati. Ogni tanto qualche autore protesta con me dicendo di non essere raccomandato e di essere stato pubblicato - dopo grande fatica - solo per i propri meriti. Vai a leggere, e scopri che i meriti consistono nell'aver scritto una rotonda porcheria. Forse non è più indispensabile essere raccomandati, ma in questo caso dovrete guadagnarvi la pubblicazione facendo davvero schifo.

Capire se il fantasy ha subìto questa evoluzione a causa del grave ritardo mentale del suo pubblico d'elezione o se sia piuttosto vero il reciproco è un po' come decidere se è nato prima l'uovo o la gallina, ma la cosa ci interessa solo fino a un certo punto. Ciò di cui è interessante prendere atto è il fatto che quelli che nella narrativa vengono considerati gravi errori, nel fantasy diventano invece indiscutibili elementi di pregio.

Vediamo quindi quali sono i punti fondamentali che distinguono queste due forme d'arte. Nei prossimi giorni poi, per ciascun punto, presenterò qualche esempio pratico con estratti presi da romanzi rilegati cartacei comparsi di recente sugli scaffali del reparto ritardo mentale fantasy delle nostre librerie.


Originalità

Narrativa: è in linea di massima ben vista, basta solo non esagerare.

Fantasy: anche qui è ben vista, ma il concetto di originalità nel fantasy gode della proprietà transitiva per cui se A=B e B=C allora C=A. Se quindi era originale la prima storia che aveva per protagonista un gruppo formato da un giovane contadino, un mago, un nano, un elfo e un guerriero che attraversano a piedi mezzo mondo per andare a rompere il didietro al Signore del Male, allora tutte le storie uguali a questa sono originali, e se non capite un concetto così elementare siete degli imbecilli.


Densità di stupidaggini/cm^2

Narrativa: scrivete di ciò che sapete, oppure informatevi.

Fantasy: "Ho scelto di scrivere un fantasy perché è più facile" (F. Ghirardi) Ecco, questo è lo spirito giusto. Mi piacciono spade e cavalieri + non ho voglia di studiare il medioevo = fantasy. Non è nemmeno necessario infilarci davvero il fantastico e la magia, un paio di squallidi incantesimi equivalenti al videofonino sono più che sufficienti. Anche infilare varie razze umanoidi a cazzo di cane in totale spregio alla selezione naturale è più che sufficiente a classificare il tutto come fantasy.


Saper scrivere (qui la faccenda è lunga e complessa)

Narrativa: pensare che tutto quello che conta sia inventarsi una storia SUPERSTRAMEGAUAU!!! è il marchio a fuoco del dilettante allo sbaraglio. L’interesse che può suscitare una storia dipende tanto dalla storia stessa quanto dal come viene raccontata. Non parliamo di literary fiction dove l’interesse sta tutto nella bella scrittura, ma di trovare una tecnica narrativa che permetta alla storia di esprimersi al meglio. Altrimenti, è un po’ come se la realizzazione di un film si fermasse alla sceneggiatura.

Scrivere un romanzo non può quindi essere il resoconto di una sequenza di eventi scritto in un italiano più o meno comprensibile: la trama deve svolgersi attraverso immagini, sensazioni ed emozioni. Quando l’autore scrive, deve preoccuparsi innanzitutto di quale sarà l’effetto sul lettore delle parole che sta usando, perché portare avanti la storia non basta. Questo è il motivo fondamentale per cui si insiste tanto su concetti come show don’t tell e point of view: non si tratta di adeguarsi a una moda, ma di fare in modo che il lettore si possa calare nella scena con i cinque sensi e partecipare agli eventi.

Fantasy: le cose vanno spiegate per bene con l'intervento diretto del Narratore e ripetute più volte tramite riassunti periodici. Far piangere un personaggio non basta per far capire che è triste, dovete prendervi le vostre responsabilità di voce fuori campo e mettere nero su bianco Lahin piangeva disperata perché il suo cuore era gonfio di disperazione e di tristezza fin quasi a scoppiare. Allo stesso modo, spiegate prima o dopo ciascun dialogo ciò che un ritardato medio potrebbe già capire dal dialogo stesso. Ricordate che scrivete per dei ritardati gravi, non dei semplici ritardati medi.

Lo stile della scrittura non ha quindi alcuna importanza, basta che più o meno si capisca. È comunque molto apprezzato il finto aulico (si ottiene mettendo sempre l'aggettivo davanti al nome) insieme a tutte le altre pacchianate.

I dialoghi devono essere stucchevoli, zeppi di infodump e improntati al palleggio da fondo campo (botta, risposta, botta, risposta, ...). È bene che i personaggi parlino tutti nello stesso modo forbito, dal consigliere del Re fino al guardiano di porci alcolizzato. Molto importante abbondare coi gerundi in coda ai dialoghi, che altrimenti rischierebbero di risultare un minimo incisivi con l'effetto di turbare la mente impressionabile del lettore.

Il POV non dovete nemmeno sapere cos'è, perché se mai il concetto dovesse inquinare il vostro bagaglio di incompetenze, come scrittori fantasy per voi sarebbe la fine. Il vero scrittore fantasy si riconosce soprattutto dall'uso del POV a cazzo di cane, che è molto difficile da simulare.

*****

Direi che per oggi ce n'è abbastanza, ci rivediamo la prossima volta con qualche esempio. Non metterò titoli né nomi, perché ho sempre paura che poi qualche dannato coprofilo vada a comprarseli per non darla vinta a me.