sabato 7 agosto 2010

Manuali pratici: come usare il POV a cazzo di cane


Come promesso, comincia oggi una serie di esempi su come NON si scrive narrativa e quindi per contrasto su come si scrive fantasy. Questa prima scheda riguarda il POV (Point Of View, punto di vista).

Il M********* arrivò nel Ducato di A******** una notte d’autunno: il primo ad accorgersene fu il Barone di S**********.
Il Barone T******* di S********** era un omone grosso la cui pappagorgia sormontata da baffi neri gli dava qualcosa del tricheco e qualcosa dell’orango. Il nobile vestiva di fustagno nero, un cappello piumato, al cinturone un paio di moschetti: più che un nobiluomo pareva un bandito, che a incontrarlo di notte un contadino sarebbe morto di spavento.
Quella notte, come di consueto, era andato per cantine e taverne fino a tardi e solo adesso se ne rincasava in groppa a Urri, il suo cavallo bianco.
Ci voleva un bel coraggio ad andare in giro a quell’ora, in una notte in cui sembrava che Dio avesse cominciato a piangere per tutti i peccati del mondo. Pioveva, di quella pioggia fitta che trasforma i contorni delle cose; i fusti delle vigne parevano vecchi chini nel freddo a contarsi le ossa dei piedi.

Quello sopra è l'inizio del primo capitolo di un romanzo fantasy pubblicato da un importante editore italiano. Risulta evidente che l'autore ha scelto come punto di vista (sempre che fosse a conoscenza del concetto) quello del Narratore Onniscente, perché è un po' difficile che il Barone pensi a se stesso come a un orango. In narrativa quella del Narratore Onniscente è una pessima scelta (vale a dire che nel fantasy è ottima), perché invece di trascinare il Lettore dentro la storia l'effetto è che il Narratore va a trovare il Lettore al Cottolengo a casa sua. E' la scelta più facile per l'autore, che non deve sbattersi per accompagnare il Lettore alla scoperta delle informazioni utili. Nel caso del fantasy il Lettore non è in grado di trovare il proprio sfintere nemmeno con il manuale di istruzioni, per cui inserire più volte il POV del Narratore Onniscente per spiegare i passaggi salienti è di fatto una scelta obbligata.

L’effetto dell’alcol si era già dissolto nel gelo e il Barone malediceva il suo cattivo sangue, che lo aveva costretto a uscire per soddisfare il gusto del vino e della buona compagnia. Tutto ciò che desiderava adesso era entrare nel palazzo, liberarsi del mantello fradicio e farsi servire un arrosto di montone con un po’ di fave lessate. Le luci del castello si erano fatte vicine, e colto da un moto di impazienza il Barone spronò il suo cavallo.

Ecco, qui sopra il POV è passato al Barone. Vi rimane saldamente incollato per quasi sei pagine, fino a che...

Il Barone si gettò sul servo con un grido stridulo. Ci fu una breve lotta, poi uno sparo, e un corpo cadde a terra.

All'improvviso il POV non è più del Barone, perché per lui quello che cade a terra non può essere semplicemente un corpo: o è lui stesso o è il servo, che dal suo punto di vista non è proprio la stessa cosa. Per la stessa ragione, il POV non è quello del servo. Non è nemmeno del Narratore Onniscente, perché lui che sa tutto dovrebbe anche sapere chi è che cade a terra. Improvvisamente quindi il POV è diventato quello di una telecamera neutra posta anche un po' lontano e al buio, che vede e non vede e più di tanto non ci può dire. Poi c'è una riga vuota e si riprende con:

Una figura nera, appollaiata su di un ramo, osservava la scena.

Qui sopra il POV di chi è? Forse è ancora quello neutro della telecamera, perché nessuno pare si accorga della creatura sul ramo. La frase sembrerebbe preludere al fatto che il POV sia passato a quello della creatura stessa, ma poi di seguito:

V********* gridava e scuoteva il corpo del Barone, inutilmente. Già il suo sangue imbrattava il ponte e la pioggia lo lavava via.
«Madonna santissima, che ho fatto! Signor Barone!»

Qui sopra il POV sembra invece del servo (o al limite di nuovo del Narratore), perché la creatura non può sapere come si chiama il servo (e nemmeno può saperlo la telecamera neutra).

Dal castello venivano le lanterne, figure scure come insetti luminosi che si affaccendavano sul ponte.

Qui sopra il POV potrebbe essere di chiunque.

La creatura fece uno strano verso, come di pena; ci fu un altro lampo nel bosco, ma la sagoma nera non c’era più.

Qui di nuovo non si sa. Non quello della creatura ma nemmeno degli altri personaggi, perché nessuno sembra essersi mai accorto della sua presenza. Il Narratore Onniscente non vede le cose sparire, per cui dovrebbe essere di nuovo la telecamera neutra.

A questo punto credo che cosa significhi usare il POV a cazzo di cane possa essere chiaro a tutti, e direi quindi che per oggi è tutto.

Alla prossima.

6 commenti:

Diego ha detto...

Angra, che te ne frega del POV quando sei di fronte a una prosa così brillante? "Figure scure come insetti luminosi" si proietta superbamente nell'Olimpo delle mie similitudini preferite di tutti i tempi. ^__^

Angra ha detto...

@Diego: è vero, si vede di molto peggio in giro ma è una prosa che risulta comunque scialba.

"Il Barone si gettò sul servo con un grido stridulo. Ci fu una breve lotta, poi uno sparo, e un corpo cadde a terra."

Questa non è la parte di una scena ma il suo riassunto (e i capitoli che seguono sono ancora peggio).

Una breve lotta, cioè? Non si sa. Mi sono concentrato sul POV anche perché la colpa del fatto che la scena risulti scialba dipende soprattutto dal non aver gestito il POV nella maniera più efficace, che era anche la più semplice: mantenerlo ben fisso sul Barone.

Stasera aggiungerò in coda al post un modo in cui la scena sarebbe risultata più incisiva semplicemente evitando i salti e mettendosi di più nei panni del personaggio.

Diego ha detto...

Avevo letto l'inizio del romanzo online, tempo fa, abbandonando dopo poche pagine. Devo dire che l'idea di fondo della storia, per quello che avevo visto, non era nemmeno malvagia. Se non altro brillava di un minimo di originalità. Vale però di nuovo la legge secondo cui anche le migliori intenzioni e le migliori idee vengono invariabilmente affossate da una prosa sciancata. Quella regola di Gerrold di scrivere dieci romanzi prima di pensare di pubblicare qualcosa dovrebbero ratificarla in parlamento, dannazione.

Angra ha detto...

@Diego:

è vero, l'idea di partenza è anche buona. Il resto invece mi induce a domandarmi in cosa consista il mestiere dell'editor.

Gabry ha detto...

Capito su questa pagina davvero per caso, cercavo degli esempi di "narratore a quattro zamp" :D

Ascolta io credo che tu abbia un po' travisato il ruolo nel narratore onnisciente.
Esso sa tutto ma ciò non preclude il fatto che stia narrando come potrebbe farlo un normale narratore, ragion per cui si permette di non esplicare alcuni particolari, per esempio non chiarisce chi perisce in uno scontro per suscitare suspance, oppure non definisce chiaramente "una figura nera", per dare idea dell'oscurità delle circostanze di quel momento, magari per incutere timore.
Addirittura i passaggi di testimone da un narratore all'altro, per esempio dall'esterno e immateriale narratore onnisciente al protagonista o a qualcun'altro, non sono in realtà dei veri scambi, ma vanno interpretati comunque come voce del narratore onnisciente, che sapendo tutto sa anche cosa vedono e sentono gli altri personaggi.

Beh, ciò non toglie che io condivida il tuo parere, dai passaggi da te riportati sembra che la narrazione si sia stata svolta senza molta cognizione di causa, lo scrittore sembra sia andato ad istinto, senza ragionare molto sul "pov".

Angra ha detto...

@Gabry:

Una cosa è il narratore onniscente, una cosa è il POV non gestito. Se uso il narratore onniscente allora la sua presenza deve continuare a sentirsi anche quando è nella testa di un personaggio. Se invece un po' sento la voce del narratore e un po' quelle dei personaggi, allora si tratta di POV non gestito.

Usare un narratore onniscente che un po' dice e un po' non dice per creare suspance è pura pigrizia: è di sicuro il sistema più semplice, ma anche quello che dà i risultati più scarsi. Io ad esempio penso subito che l'autore sta barando, e addio drammaticità della scena.

Più in generale, l'uso del narratore onniscente non è una buona scelta proprio perché crea distacco tra la scena e il lettore, e toglie quindi drammaticità. Vi sono generi in cui il suo uso ha senso, come quello umoristico, perché lì non è richiesta l'identificazione con i personaggi (la comicità nasce dal fatto che ridiamo delle loro disgrazie senza provare pietà).