lunedì 27 settembre 2010

Gentilezza per gentilezza


Qualche giorno fa tale Uriel Fanelli mi ha in parte dedicato un post sul suo blog (ringrazio l'Anonimo che me l'ha segnalato). Dato che questo mi ha portato un bel po' di contatti, voglio ricambiare il favore.

http://www.wolfstep.cc/2010/09/il-mercato-dei-paraculi.html

Mi trovo d'accordo al 100% con la sua analisi dei sette espedienti per vendere che costituiscono il misero repertorio delle redazioni editoriali del giorno d'oggi, e credo che l'esperimento di Amanda vada a conferma di tutto ciò.

Domanda: se l'esperimento di Amanda è in totale accordo con quello che lui dice, chemminchia vuole da me allora Uriel Fanelli? ^____^

Leggendo qua e là sul suo blog, mi viene il sospetto che il ragazzo sia talmente in controtendenza su tutto da finire per essere in controtendenza rispetto alla controtendenza (sì, vale come doppia negazione). Per cui, se anche la pensi come lui ma dici le stesse cose prima di lui e in modo più efficace (il giovane è sveglio ma non ha il dono della sintesi), reagisce come un Vittorio Sgarbi a una festa di travestiti quando scopre che c'è un altro travestito come lui da Veronica Lake.

Tornando al suo post, Uriel Fanelli fa un'analisi che condivido in pieno sui meccanismi di scelta delle case editrici, ma dice anche delle stronzate.

Intanto, secondo lui voglio diventare un caso editoriale. Peccato che io non ho scritto nessun libro-denuncia sul mondo dell'editoria, né ho intenzione di scriverne, ma solo un breve post sul mio blog.

Poi, sui nomi e cognomi la fa un po' troppo facile. Probabilmente è ignorante in materia, perché l'esempio che fa del ladro è una luminosa cazzata. Il ladro infatti ha commesso un reato, la Signora Xyzxyz no. Non so se Uriel Fanelli fa volutamente confusione tra denuncia all'autorità giudiziaria e "denuncia" in senso giornalistico: o è davvero molto confuso o è in malafede, perché è banalmente ovvio che sono due cose ben diverse, essendo la prima rivolta alla Procura della Repubblica mentre la seconda è rivolta al pubblico dei lettori e con scopi ben diversi.

Come ho già detto, non ho messo il nome dell'agente letteraria di cui ho parlato perché rivelare il contenuto di corrispondenza e telefonate private è reato. Inoltre, se l'avessi messo, la signora avrebbe sempre potuto negare tutto.

Indipendentemente dal fatto poi che avesse negato o confermato tutto, la Signora Xyzxyz avrebbe tranquillamente potuto denunciarmi per diffamazione, perché per la legge italiana non fa alcuna differenza se quello che hai detto è vero o falso (art. 596 Codice Penale). Per diffamare qualcuno è sufficiente nuocere alla sua reputazione, anche dicendo cose vere. Non puoi commettere invece pubblica diffamazione quando vai a denunciare un presunto ladro, perché alla denuncia manca la caratteristica di essere pubblica. Al limite, puoi commettere il reato di calunnia nel caso in cui il presunto ladro risulti poi essere innocente, ma per la calunnia va dimostrato il dolo, ovvero il fatto che tu abbia ingiustamente accusato un innocente sapendolo innocente.

A proposito: se proprio non avete un cazzo da fare vi invito a leggere questo post di Uriel. È un po' ripetitivo e prolisso, ma il tema è interessante, e si direbbe proprio un articolo di denuncia. Vi invito a trovare qualche nome di qualche colpevole, se siete capaci. Che so, i nomi delle discoteche e dei relativi proprietari...

http://www.wolfstep.cc/2010/09/nascondere-i-problemi.html

^___^

venerdì 24 settembre 2010

ROTFL


Intervista a Maurizio Costa, vicepresidente e amministratore delegato Mondadori.

Un paio di passaggi, da sbellicarsi:

Sembra il quadro dell'«editoria senza editori» guidata dal marketing raccontata nel pamphlet di André Schiffrin: scelte editoriali dettate dall'ufficio vendite. È così?

«No. Intanto il marketing non è un'attività spregevole, anche se io preferisco chiamarlo servizio al cliente: conoscerlo per fargli la proposta giusta e consegnargli in tempo rapido il prodotto, che siano libri, periodici o quotidiani. Oggi il digitale ci dà la possibilità di interpretare il cliente e suggerirgli ciò che desidera».

Insisto: ma se non avete la certezza che un certo libro venderà, lo pubblicate o no?

«Con le nuove forme di diffusione i rischi economici saranno minori, potremo allargare enormemente l'offerta. Però chi conosce il lavoro editoriale sa che non esiste editor che dica: questo libro è buono ma non si pubblica. Il nostro è ancora un lavoro da idealisti».

domenica 12 settembre 2010

Il grande talento di Amanda


Gentile Signora Xyzxyz,

mi chiamo Amanda Curcio. Ho diciassette anni e sono cieca da quando ne avevo dieci. Questo per fortuna non mi impedisce di immaginare altri mondi, e così negli ultimi due anni ho speso molto del mio tempo libero nello scrivere il romanzo fantasy che può trovare in allegato. È una storia ambientata in un mondo cupo e decadente, a tratti a tinte forti, perché le immagini che si formano nel buio possono diventare spaventose quando non puoi vedere. In tutto questo lavoro mi è stata vicina mia nonna Giulia, lettrice forte e grande appassionata di tutte le sfumature del fantastico, dandomi buoni consigli e ripulendo il mio manoscritto da un milione di errori di battitura. Sperando che il romanzo possa essere di suo gradimento, la saluto cordialmente.

Amanda

Quella che vedete sopra è la email che ho mandato il 26 agosto scorso alla titolare di una importante agenzia letteraria che annovera nella sua scuderia anche notissimi autori di bestseller. In allegato c'era il mio romanzo con il titolo cambiato. L'indirizzo di posta sul manoscritto era creato per l'occasione, il numero di cellulare invece era il mio.

Dopo 22 ore mi arriva questa email dalla Signora Xyzxyz:


grazie Amanda,
lo leggero'.
xyzxy xyzxyz

Dopo altre 10 ore (forse la signora temeva che non avessi ricevuto il messaggio) ne arriva un'altra:

Grazie a manda, lo leggo con piacere. Dove abita?
Xyzxy

Sent from my iPad

Rispondo:

grazie molte a lei per la disponibilità
io abito a genova
buona serata
amanda

Dodici giorni dopo, il 7 settembre scorso sto arrancando in mountain bike verso il faro sulla sommità dell'isola di Inish Morr al largo della costa irlandese. Mi squilla il cellulare nella tasca dello zainetto: presentimento. Il numero è sconosciuto, il presentimento si fa più forte. Riporto il dialogo a memoria:

"Pronto?"
"Buongiorno, vorrei parlare con Amanda..."
"Buongiorno a lei... Amanda non è qui adesso, io sono il padre. Siamo in vacanza."
"Quand'è che posso trovarla?"
"Noi adesso siamo in Irlanda, ma torniamo a casa domani."
"Io mi chiamo Xyzxy Xyzxyz e sono un'agente letteraria. Amanda mi ha mandato un romanzo..."
"Sì sì, so tutto."
"Ah bene! Io e i miei collaboratori stiamo leggendo il romanzo e pensiamo che Amanda abbia molto molto talento. Può dire ad Amanda di chiamarmi appena può?"
"Sì senz'altro."
"Dove abitate voi?"
"Genova."
"Molte grazie, arrivederci."
"Arrivederci, grazie a lei."

A questo punto confesso che sono anche un po' eccitato: ho appena parlato al telefono con l'agente di Xyzxyzx Xyzxyz e Xyzxyz Xy Xyzxy!!!

Che fare ora? Certo non posso tirare avanti la sceneggiata all'infinito. Oppure sì? L'intento dell'esperimento era dimostrare il cinismo del mondo editoriale, ma ora che ho sfiorato una possibilità concreta mi dispiace buttarla giù dal cesso. Arrivo persino a pensare di mettermi in società con una vera ragazzina cieca con cui dividere 50 e 50 i proventi del futuro best seller (sarebbe anche un'opera buona). Poi penso anche che ho già inanellato un paio di reati - niente di serio, roba che di sicuro finisce con la prescrizione, ma magari è meglio darci un taglio lo stesso. Anche perché finora non ho dimostrato nulla: magari se avessi mandato il romanzo con il mio vero nome le cose sarebbero andate nello stesso modo. Io non ci credo, ma la cosa è perfettamente sostenibile.

Scrivo quindi due giorni dopo, la mattina del 9 settembre. Tralasciando i convenevoli, la parte interessante è l'ultima in grassetto.

Gentile Signora Xyzxyz,

dato che la mia intenzione non era certo quella di prendermi gioco di persone perbene, dopo la telefonata di due giorni fa mi sento in dovere di dirle che Amanda non esiste.

Il romanzo che lei ha sottomano è stato scritto da un ingegnere di quarant'anni un po' esasperato da editori e agenti letterari che non hanno mai voluto leggerne nemmeno una riga, e che nella maggior parte dei casi non si sono mai nemmeno degnati di rispondere alla domanda "posso inviarvelo?". Un mondo che sembra aperto solo ai raccomandati, e nel caso della letteratura fantasy preferibilmente minorenni.

Con il nome di Amanda ho quindi mandato il mio romanzo a un po' di editori e agenti, come esperimento per capire se un romanzo può essere valido di per sé o se ciò che conta per un editore è solo il poter sfruttare la figura dell'autore a scopo pubblicitario, e in questo caso lasciar perdere del tutto l'editoria italiana. Non voglio però correre il rischio di ingannare persone che non lo meritano affatto insieme a editori che invece lo meritano di certo, per cui mi scuso se ho approfittato della sua buona fede. Nel caso che il romanzo non risulti più interessante se non è stata Amanda a scriverlo, spero di non aver fatto perdere troppo tempo a lei e ai suoi collaboratori, e che la lettura non sia stata troppo sgradevole.

Cordiali saluti,

Alessandro

A questo punto, come ho confidato in privato ad alcuni compagni di merende, mi aspetto che il molto molto talento di Amanda evapori come brina al sole. Cosa che puntualmente accade sei giorni dopo:

Gentile Alessandro,

dopo lo shock iniziale ho capito e apprezzato il suo ragionamento.

Purtroppo devo dirle che il libro che parte in maniera eccellente, pur mantenendo sempre un'ottima scrittura, mi ha deluso. Ci sono troppi personaggi e la linea narrativa è confusa.


Mi piacerebbe però leggere qualcos'altro scritto da Lei che NON sia fantasy.
Lei- come Amanda - ha molto talento ma il mercato oggi è difficile.

Sono aperta a nuove proposte da lei.

Saluti,
Xyzxy Xyzxyz

La colpa non è nemmeno della Signora Xyzxyz: il fatto è che, a parità di romanzo, la ragazzina cieca sarebbe andata via come il pane e gli editori avrebbero fatto a coltellate per contendersela, mentre io le sarei rimasto di sicuro sul groppone.

Resta la soddisfazione di essersi sentiti dire che si ha molto molto talento da una famosa agente letteraria? E chi lo sa. La famosa agente letteraria rappresenta ottimi scrittori quanto emeriti coglioni che non saprebbero disegnare una O aiutandosi col bicchiere, e avrà detto a tutti che avevano molto molto talento. Probabilmente ai secondi più che ai primi.


PRECISAZIONE:

Mi hanno segnalato che su Affaritaliani.it è uscito un articolo su questo post, e ringrazio l'autore Antonio Prudenzano per l'attenzione. L'articolo mi è piaciuto molto ma contiene un'imprecisione nel definirmi blogger anonimo: in realtà, anche se il mio nome non è scritto a chiare lettere nell'intestazione del blog, non sono per niente anonimo. In ogni caso mi chiamo Alessandro Scalzo, ho 40 anni, sono PhD in Robotica e abito a Genova.

mercoledì 18 agosto 2010

Crollano le certezze


Ieri sera ero a cena da un amico che fa l'editore come secondo mestiere. Come tutti gli editori questo amico riceve tonnellate di manoscritti, e raccontava di aver visto ben di peggio rispetto al leggendario Ancess le Chiavi del Fato. Diceva anche che se arrivano in libreria delle porcherie spesso non è per mancanza di buona volontà da parte degli editor, ma proprio per mancanza di capacità degli stessi. Lui dice: "se ti sembrano brutti quando arrivano in libreria, non hai idea di come sono quando arrivano davanti all'editor." Ok, ma questo non è un discorso. È come dire: "è arrivato in ospedale che stava morendo di colera, di tifo e di peste e dopo una settimana di cure è morto, ma solo di colera." E poi, se sono così schifosi in partenza - ancora di più di quando vengono pubblicati - perché vengono pubblicati?

Ora, io non sono fra quelle anime belle che sostengono che in editoria lavorano solo grandi professionisti, così, perché sì. Al contrario, non ho motivo di credere che in quel campo la professionalità media sia superiore a quella nazionale, cioè molto bassa per i miei gusti. Pensare però che qualcuno che lavora in Newton & Compton possa aver scambiato per qualcosa di decente una vergogna totale come La Profezia di Arsalon è davvero oltre, è come un idraulico che scambia un manico di scopa per un tubo da 3/4 o un medico che scambia una sinusite per una ferita da taglio al piede.

Ho immaginato l'editor Francesca Mancini aprire il manoscritto (come sia arrivato sulla sua scrivania non lo so e non lo voglio sapere, ma non faccio fatica a immaginarlo: comincia per R). L'ho vista sospirare e mettersi le mani nei capelli alle prime righe, e poi riprendersi con la consapevolezza che tanto da una merda a tutto tondo come quella non era possibile cavarci niente di buono nemmeno lavorandoci tutti i giorni per dieci anni. Ho immaginato che abbia sistemato giusto la punteggiatura (gli spazi che vanno dopo le virgole e non prima) e cazzatine del genere, e poi tagliato, soprattutto tagliato le parti scritte oltre ogni schifo, che tanto a metterci le mani era fatica sprecata e a cancellarle ci si guadagnava soltanto.

Invece no, secondo il mio amico è probabile che la signora Francesca Mancini ci abbia lavorato sopra per davvero, con impegno, e che l'abbia mandato in stampa quando ha pensato che fosse diventato un ottimo romanzo, magari ritenendolo buono fin dall'inizio.

Francamente, non so più cosa credere.

Voi che ne pensate?

martedì 10 agosto 2010

Manuali pratici: i segreti di una scrittura scialba


Quando dalla casa editrice [...] mi sono venuti a chiedere di ripubblicare il libro, io mi son ben guardato dal rimetterci le mani. Il libro si è completamente riscritto da solo, io non mi sono curato minimamente di ascoltare i consigli di lettori e professionisti più o meno esperti del campo, non ci ho mica lavorato per mesi a tempo pieno, né ho chiesto alcun aiuto.

Questo sopra che prova a fare il sarcastico è - manco a dirlo - un autore italiano di fantasy il cui romanzo è stato prima pubblicato da un editore molto piccolo e poi da un altro molto più importante. Vediamo quindi il risultato di una sì gigantesca opera di riscrittura con il supporto di fior di professionisti. Quello che segue è l'incipit, come al solito valutato secondo il doppio binario del fantasy e della narrativa.

I dadi d'osso erano stati gettati. Le dita artritiche della cieca li sondavano uno ad uno.

Narrativa: le forme passive vanno evitate come la peste, perché incarnano la timidezza dello scrittore. Nulla è poco incisivo nella scrittura quanto una frase che fa uso della forma passiva. Sì ok, da qualche parte può scappare, ma questa è la prima frase del romanzo. Con questo inizio il nostro va a insidiare quel "In un cielo alquanto livido e nebbioso" di cui ho già parlato in Trilogie e altre disgrazie.

Fantasy: scrivendo in quel modo spregevole l'autrice di cui parlo nel link ha vinto il Premio Italia per il Fantasy 2007, per cui alla grande così!

«Come hai detto di chiamarti, figliolo?»

Sì figliolo, dillo anche a noi, perché quando l'hai detto per la prima volta il romanzo non era ancora cominciato.

«G****.»
«Come? Abbi pazienza, le mie orecchie sono così stanche.»

Eh già, siamo lettori fantasy: meglio andare sul sicuro.

«G****.»
«Dunque G****, che cosa vuoi che veda?»

Fantasy: tre volte in quattro righe, grandioso. Signori, qui siamo di fronte non al solito artistucolo presuntuoso, ma a un Grande Maestro Artigiano della parola che è ben conscio di scrivere per dei ritardati gravi e non disdegna di adottare una tecnica narrativa confacente al suo pubblico.

Narrativa: siamo alla sesta riga e già comincio ad annoiarmi.

«Non saprei... Il mio futuro.»
«Ah, il tuo futuro», sogghignò M****. «Stasera dormirai qui in locanda. Un sonno agitato, direi...»
«Questo lo potevo indovinare anch'io. Non intendevo questo.»
«Comee?»
«Non intendevo il futuro di stasera.»
«Domani mattina ti sveglierai con la vescica piena.»
«Mi stai prendendo per i fondelli?»
«Nient'affatto giovanotto. Sto vedendo il tuo futuro. Vedo una latrina.»
«Mi stai prendendo per i fondelli.»
«Hai torto.»
«Ho torto? Dici che ho torto... E allora... Se ora... E se ora...» [Grande dialogo. Lo vedete, il lavoro dei Veri Professionisti?]
«E se ora cosa?»
«E se ora mi mettessi a fare l'attaccabrighe? Tanto non mi potrebbe succedere niente, visto che comunque dormirò qui sano e salvo.»
[E fai un po' come cazzo ti pare...]
«Un sonno agitato», rispose la vecchia. «Ma non hai tutti i torti.»
«Dici sul serio?»
«Senti caro figliolo, sono cieca e decrepita. Mi restano tre denti in bocca. E sono anche piuttosto sorda.»
Il giovane si agitò sulla sedia. Poi si girò bruscamente verso B*****.
«E tu che vuoi? È da un pezzo che te ne stai qui a origliare. Vai a lavorare, ficcanaso!»
Colto in flagrante, l'oste si allontanò in tutta fretta. Chi l'avrebbe detto che quel giovanotto fosse così insolente. Sarà per colpa della vecchia, si disse B*****. In fondo lo stava prendendo per i fondelli.

Narrativa: fino all'oste il POV non si sa di chi sia, poi con un bel salto andiamo dentro alla sua testa a sentire i suoi pensieri. Segue qualche pagina dove l'oste rimprovera il cognato stereotipo dell'ubriacone. A quel punto sto già cantando l'Aria della Regina della Notte da Il Flauto Magico di Mozart a sbadigli.

Fantasy: un ottimo libro da leggere sotto l'ombrellone quando avrete finito l'elenco del telefono di Tokyo.

Alla prossima.

domenica 8 agosto 2010

... e come NON usare il POV a cazzo di cane


Ogni tanto mi chiedo in cosa caspita consista il mestiere dell'editor. Mah.

Riferendoci al post precedente, vediamo come si poteva gestire il POV sul finale della scena per migliorare il coinvolgimento del lettore. Era facilissimo: bastava lasciare il POV sul Barone e non muoverlo da lì. Il brano originale è questo:

Il Barone si gettò sul servo con un grido stridulo. Ci fu una breve lotta, poi uno sparo, e un corpo cadde a terra.

Una figura nera, appollaiata su di un ramo, osservava la scena. V********* gridava e scuoteva il corpo del Barone, inutilmente. Già il suo sangue imbrattava il ponte e la pioggia lo lavava via.
«Madonna santissima, che ho fatto! Signor Barone!»
Dal castello venivano le lanterne, figure scure come insetti luminosi che si affaccendavano sul ponte. La creatura fece uno strano verso, come di pena; ci fu un altro lampo nel bosco, ma la
sagoma nera non c’era più.

Intanto, be', ci fu una breve lotta non vuol dire niente. I casi sono due: o tu autore immagini la scena, e allora già che hai fatto lo sforzo metti anche per iscritto quello che hai immaginato, oppure non immagini la scena, e allora di cosa accidenti stai scrivendo, di qualcosa che non sai nemmeno tu?

Il Barone si gettò sul servo con un ringhio. Afferrò con la sinistra la canna del moschetto e con la destra cercò di agguantarlo alla gola, ma quello fece un balzo indietro. Il Barone sentì nelle orecchie il fragore di uno sparo, una nuvola di fumo acre lo accecò e poi venne il dolore alla bocca dello stomaco, come un colpo di martello. Sentì le forze mancargli e cadde sulle ginocchia, poi riverso sulla schiena mentre con la nuca colpiva le tavole dure del ponte. Qualcosa di caldo e viscido sgorgava sotto le mani, premute sull'addome.
Il Barone provò a urlare, ma venne fuori solo un rantolo. La faccia di V*********, stravolta e bagnata dalla pioggia, era china su di lui.
«Madonna santissima, che ho fatto! Signor Barone!» piagnucolava.
Il Barone sentì il sapore del proprio sangue in bocca. Poi la vide, dietro la testa di V*********. Una figura nera, appollaiata su di un ramo, sembrava osservare la scena. Il Barone chiuse gli occhi e li riaprì. Dal castello venivano le lanterne, insetti luminosi che sciamavano sul ponte. Il Barone sentì un verso venire dall'alto sopra gli alberi, come un lamento. Un lampo, e la creatura nera non c'era più.
Un brivido di freddo, uno spasmo in tutto il corpo, e il Barone esalò il respiro.

Di certo si può fare di più, ma a me sembra che così sia già meglio. O no?

sabato 7 agosto 2010

Manuali pratici: come usare il POV a cazzo di cane


Come promesso, comincia oggi una serie di esempi su come NON si scrive narrativa e quindi per contrasto su come si scrive fantasy. Questa prima scheda riguarda il POV (Point Of View, punto di vista).

Il M********* arrivò nel Ducato di A******** una notte d’autunno: il primo ad accorgersene fu il Barone di S**********.
Il Barone T******* di S********** era un omone grosso la cui pappagorgia sormontata da baffi neri gli dava qualcosa del tricheco e qualcosa dell’orango. Il nobile vestiva di fustagno nero, un cappello piumato, al cinturone un paio di moschetti: più che un nobiluomo pareva un bandito, che a incontrarlo di notte un contadino sarebbe morto di spavento.
Quella notte, come di consueto, era andato per cantine e taverne fino a tardi e solo adesso se ne rincasava in groppa a Urri, il suo cavallo bianco.
Ci voleva un bel coraggio ad andare in giro a quell’ora, in una notte in cui sembrava che Dio avesse cominciato a piangere per tutti i peccati del mondo. Pioveva, di quella pioggia fitta che trasforma i contorni delle cose; i fusti delle vigne parevano vecchi chini nel freddo a contarsi le ossa dei piedi.

Quello sopra è l'inizio del primo capitolo di un romanzo fantasy pubblicato da un importante editore italiano. Risulta evidente che l'autore ha scelto come punto di vista (sempre che fosse a conoscenza del concetto) quello del Narratore Onniscente, perché è un po' difficile che il Barone pensi a se stesso come a un orango. In narrativa quella del Narratore Onniscente è una pessima scelta (vale a dire che nel fantasy è ottima), perché invece di trascinare il Lettore dentro la storia l'effetto è che il Narratore va a trovare il Lettore al Cottolengo a casa sua. E' la scelta più facile per l'autore, che non deve sbattersi per accompagnare il Lettore alla scoperta delle informazioni utili. Nel caso del fantasy il Lettore non è in grado di trovare il proprio sfintere nemmeno con il manuale di istruzioni, per cui inserire più volte il POV del Narratore Onniscente per spiegare i passaggi salienti è di fatto una scelta obbligata.

L’effetto dell’alcol si era già dissolto nel gelo e il Barone malediceva il suo cattivo sangue, che lo aveva costretto a uscire per soddisfare il gusto del vino e della buona compagnia. Tutto ciò che desiderava adesso era entrare nel palazzo, liberarsi del mantello fradicio e farsi servire un arrosto di montone con un po’ di fave lessate. Le luci del castello si erano fatte vicine, e colto da un moto di impazienza il Barone spronò il suo cavallo.

Ecco, qui sopra il POV è passato al Barone. Vi rimane saldamente incollato per quasi sei pagine, fino a che...

Il Barone si gettò sul servo con un grido stridulo. Ci fu una breve lotta, poi uno sparo, e un corpo cadde a terra.

All'improvviso il POV non è più del Barone, perché per lui quello che cade a terra non può essere semplicemente un corpo: o è lui stesso o è il servo, che dal suo punto di vista non è proprio la stessa cosa. Per la stessa ragione, il POV non è quello del servo. Non è nemmeno del Narratore Onniscente, perché lui che sa tutto dovrebbe anche sapere chi è che cade a terra. Improvvisamente quindi il POV è diventato quello di una telecamera neutra posta anche un po' lontano e al buio, che vede e non vede e più di tanto non ci può dire. Poi c'è una riga vuota e si riprende con:

Una figura nera, appollaiata su di un ramo, osservava la scena.

Qui sopra il POV di chi è? Forse è ancora quello neutro della telecamera, perché nessuno pare si accorga della creatura sul ramo. La frase sembrerebbe preludere al fatto che il POV sia passato a quello della creatura stessa, ma poi di seguito:

V********* gridava e scuoteva il corpo del Barone, inutilmente. Già il suo sangue imbrattava il ponte e la pioggia lo lavava via.
«Madonna santissima, che ho fatto! Signor Barone!»

Qui sopra il POV sembra invece del servo (o al limite di nuovo del Narratore), perché la creatura non può sapere come si chiama il servo (e nemmeno può saperlo la telecamera neutra).

Dal castello venivano le lanterne, figure scure come insetti luminosi che si affaccendavano sul ponte.

Qui sopra il POV potrebbe essere di chiunque.

La creatura fece uno strano verso, come di pena; ci fu un altro lampo nel bosco, ma la sagoma nera non c’era più.

Qui di nuovo non si sa. Non quello della creatura ma nemmeno degli altri personaggi, perché nessuno sembra essersi mai accorto della sua presenza. Il Narratore Onniscente non vede le cose sparire, per cui dovrebbe essere di nuovo la telecamera neutra.

A questo punto credo che cosa significhi usare il POV a cazzo di cane possa essere chiaro a tutti, e direi quindi che per oggi è tutto.

Alla prossima.

venerdì 6 agosto 2010

Fantasy Vs. Narrativa


Gamberetta se ne era già accorta mesi fa: il romanzo fantasy non appartiene più alla letteratura. Scriveva infatti riguardo a Il silenzio di Lenth:

[...]confesso la mia incapacità di capire appieno questa nuova forma di intrattenimento vagamente simile alla narrativa.

Ogni tanto qualche autore mi chiede un parere sulle sue opere, ma mi rendo conto che i miei strumenti di valutazione non sono ormai più adeguati essendo legati alla vecchia idea di fantasy come letteratura di genere, e non come entità che si è distaccata del tutto da ciò che intendiamo per scrittura. Non deve ingannare il fatto che il fantasy viene venduto nelle librerie esattamente come la narrativa, dato che in libreria si vende ormai un po' di tutto dalle tazze da caffè fino ai pupazzi di peluche. Più curioso è invece il fatto che il fantasy continui a essere prodotto da editori di narrativa, ma d'altra parte anche la Yamaha fabbrica tanto motociclette quanto tastiere musicali. Certo la somiglianza si ferma qui, perché mentre Yamaha produce buone motociclette e buoni strumenti musicali, accade invece che un editore come Newton & Compton pubblichi ottimi romanzi e ottimi saggi, ma schifezze fantasy (schifezze fantasy quando il fantasy apparteneva ancora alla narrativa, ora solo fantasy).

Una volta si diceva che per pubblicare è indispensabile essere raccomandati, ma c'è qualcosa che non mi torna. Statisticamente, tra i raccomandati ogni tanto dovrebbe capitare anche un autore decente, cosa che invece nel fantasy italiano non succede più. Forse allora essere raccomandati non basta, bisogna anche scrivere male, tant'è vero che autori che erano decenti sono peggiorati. Ogni tanto qualche autore protesta con me dicendo di non essere raccomandato e di essere stato pubblicato - dopo grande fatica - solo per i propri meriti. Vai a leggere, e scopri che i meriti consistono nell'aver scritto una rotonda porcheria. Forse non è più indispensabile essere raccomandati, ma in questo caso dovrete guadagnarvi la pubblicazione facendo davvero schifo.

Capire se il fantasy ha subìto questa evoluzione a causa del grave ritardo mentale del suo pubblico d'elezione o se sia piuttosto vero il reciproco è un po' come decidere se è nato prima l'uovo o la gallina, ma la cosa ci interessa solo fino a un certo punto. Ciò di cui è interessante prendere atto è il fatto che quelli che nella narrativa vengono considerati gravi errori, nel fantasy diventano invece indiscutibili elementi di pregio.

Vediamo quindi quali sono i punti fondamentali che distinguono queste due forme d'arte. Nei prossimi giorni poi, per ciascun punto, presenterò qualche esempio pratico con estratti presi da romanzi rilegati cartacei comparsi di recente sugli scaffali del reparto ritardo mentale fantasy delle nostre librerie.


Originalità

Narrativa: è in linea di massima ben vista, basta solo non esagerare.

Fantasy: anche qui è ben vista, ma il concetto di originalità nel fantasy gode della proprietà transitiva per cui se A=B e B=C allora C=A. Se quindi era originale la prima storia che aveva per protagonista un gruppo formato da un giovane contadino, un mago, un nano, un elfo e un guerriero che attraversano a piedi mezzo mondo per andare a rompere il didietro al Signore del Male, allora tutte le storie uguali a questa sono originali, e se non capite un concetto così elementare siete degli imbecilli.


Densità di stupidaggini/cm^2

Narrativa: scrivete di ciò che sapete, oppure informatevi.

Fantasy: "Ho scelto di scrivere un fantasy perché è più facile" (F. Ghirardi) Ecco, questo è lo spirito giusto. Mi piacciono spade e cavalieri + non ho voglia di studiare il medioevo = fantasy. Non è nemmeno necessario infilarci davvero il fantastico e la magia, un paio di squallidi incantesimi equivalenti al videofonino sono più che sufficienti. Anche infilare varie razze umanoidi a cazzo di cane in totale spregio alla selezione naturale è più che sufficiente a classificare il tutto come fantasy.


Saper scrivere (qui la faccenda è lunga e complessa)

Narrativa: pensare che tutto quello che conta sia inventarsi una storia SUPERSTRAMEGAUAU!!! è il marchio a fuoco del dilettante allo sbaraglio. L’interesse che può suscitare una storia dipende tanto dalla storia stessa quanto dal come viene raccontata. Non parliamo di literary fiction dove l’interesse sta tutto nella bella scrittura, ma di trovare una tecnica narrativa che permetta alla storia di esprimersi al meglio. Altrimenti, è un po’ come se la realizzazione di un film si fermasse alla sceneggiatura.

Scrivere un romanzo non può quindi essere il resoconto di una sequenza di eventi scritto in un italiano più o meno comprensibile: la trama deve svolgersi attraverso immagini, sensazioni ed emozioni. Quando l’autore scrive, deve preoccuparsi innanzitutto di quale sarà l’effetto sul lettore delle parole che sta usando, perché portare avanti la storia non basta. Questo è il motivo fondamentale per cui si insiste tanto su concetti come show don’t tell e point of view: non si tratta di adeguarsi a una moda, ma di fare in modo che il lettore si possa calare nella scena con i cinque sensi e partecipare agli eventi.

Fantasy: le cose vanno spiegate per bene con l'intervento diretto del Narratore e ripetute più volte tramite riassunti periodici. Far piangere un personaggio non basta per far capire che è triste, dovete prendervi le vostre responsabilità di voce fuori campo e mettere nero su bianco Lahin piangeva disperata perché il suo cuore era gonfio di disperazione e di tristezza fin quasi a scoppiare. Allo stesso modo, spiegate prima o dopo ciascun dialogo ciò che un ritardato medio potrebbe già capire dal dialogo stesso. Ricordate che scrivete per dei ritardati gravi, non dei semplici ritardati medi.

Lo stile della scrittura non ha quindi alcuna importanza, basta che più o meno si capisca. È comunque molto apprezzato il finto aulico (si ottiene mettendo sempre l'aggettivo davanti al nome) insieme a tutte le altre pacchianate.

I dialoghi devono essere stucchevoli, zeppi di infodump e improntati al palleggio da fondo campo (botta, risposta, botta, risposta, ...). È bene che i personaggi parlino tutti nello stesso modo forbito, dal consigliere del Re fino al guardiano di porci alcolizzato. Molto importante abbondare coi gerundi in coda ai dialoghi, che altrimenti rischierebbero di risultare un minimo incisivi con l'effetto di turbare la mente impressionabile del lettore.

Il POV non dovete nemmeno sapere cos'è, perché se mai il concetto dovesse inquinare il vostro bagaglio di incompetenze, come scrittori fantasy per voi sarebbe la fine. Il vero scrittore fantasy si riconosce soprattutto dall'uso del POV a cazzo di cane, che è molto difficile da simulare.

*****

Direi che per oggi ce n'è abbastanza, ci rivediamo la prossima volta con qualche esempio. Non metterò titoli né nomi, perché ho sempre paura che poi qualche dannato coprofilo vada a comprarseli per non darla vinta a me.


venerdì 30 luglio 2010

Lingua in umido (alla milanese)


Esiste un certo stereotipo di milanese capace di vantarsi di cose di cui normalmente gli altri si vergognano. In particolare, il nostro tende a esibire come spiccata attitudine alle relazioni pubbliche ciò che ad altri potrebbe sembrare un miscuglio indigesto di invadenza e ruffianeria (ma come vedremo invece ha ragione lui).

Uno di questi esemplari lo incontro tutti gli anni a Lucca Comics, e durante l'edizione di un paio di anni fa si vantò senza problemi - con me e di fronte ad altri - di fare il lecchino con un pezzo grosso della 'Dori. Un pezzo grosso in tutti i sensi: un bell'uomo barbuto con due occhi da satanasso e un vocione potente. A detta del soggetto, il risultato della sapiente opera di ruffianeria fu che il pezzo grosso gli disse: "tu scrivi qualcosa e io te lo pubblico".

Capito? "Tu scrivi qualcosa e io te lo pubblico" così, a scatola chiusa. E' una cosa che non si dice nemmeno a Palahniuk (una cagata può scappare fuori a chiunque), figuriamoci a un esordiente. Ma tant'è...

E non era tanto per levarselo dai coglioni: l'ha pubblicato davvero.

Non molto tempo dopo la collana ha chiuso.

Questo tanto per dire che quando scrivo cose del tipo all'editor frega un cazzo della questione economica magari qualcuno pensa che non so di cosa parlo.

mercoledì 28 luglio 2010

Un bagno di sangue

La diffusione degli ebook sarà un bagno di sangue per gli editori italiani.

Spesso si sente dire che le case editrici sono imprese commerciali il cui scopo è produrre utili, ma questo potrebbe essere vero al limite in Giappone, non certo in Italia. Immaginare un’azienda come un organismo monolitico con un solo cervello collettivo tutto orientato a massimizzare il profitto è infatti una grossa ingenuità, che non tiene conto del fatto che le aziende sono entità astratte fatte in concreto di persone, e che nella maggior parte dei casi parliamo di persone improntate all’individualismo più sfrenato quanto più si sale di livello. Gli interessi di chi lavora in una casa editrice o in una qualsiasi altra azienda possono infatti coincidere con quelli dell’azienda stessa, ma anche divergere a piacere fino a invertire la rotta di 180 gradi.

Ai tempi lontani dell’università venne a tenerci un paio di lezioni sui sistemi informativi aziendali un ingegnere che da anni lavorava nel campo, e ci disse questo:

Ricordatevi che, per quanto buono e competitivo possa essere il vostro prodotto, per quanto possa aumentare la redditività e ridurre i costi dell’azienda, nessuno ve lo comprerà mai se avrà il minimo sentore che possa andare minimamente a intaccare il suo potere. Perché, come dicono a Napoli, comandare è meglio che fottere.

La questione eBook ha quindi questa enorme pecca nei confronti dell’editoria: toglie il potere alla casa editrice di decidere quali autori spingere e quali affossare tirando poche o tante copie e operando una distribuzione capillare o al contrario ridicola. Ne sa qualcosa un noto autore italiano di horror per ragazzini non troppo svegli, che sta venendo affossato dal suo editore con una scarsa distribuzione (beninteso, non sto solidarizzando: il suo editore sta solo facendo parzialmente ammenda per il crimine di averlo pubblicato la prima volta).

Quindi: dal punto di vista della casa editrice non poter ricattare gli autori è ovviamente un danno per il fatto che qualcuno potrebbe poi pensare di alzare la cresta (invece oggi se ne punisce uno per educarne cento). All’editor invece frega un cazzo della questione economica, però ama molto di circondarsi di lecchini adoranti e la questione non cambia, perché il potere di decidere chi spingere e chi affossare stimola le lingue alla salivazione.



E ora un bel
QUIZZONE

L'intuizione mi è venuta litigando con Francesco Barbi: come mai gli autori italiani non fanno che incensarsi fra loro e comunque mai e poi mai direbbero male dell'opera - per quanto oggettivamente repellente - di un collega?

Ok, c'è lo scambio di favori io parlo bene di te-tu parli bene di me, ma quello lo sanno tutti e ha poco valore. C'è invece una ragione più sottile e molto più importante.

Qualcuno ha un'idea?


SOLUZIONE


Se uno scrittore edito da una importante casa editrice ammette la possibilità che una importante casa editrice possa aver pubblicato roba impubblicabile, automaticamente getta un'ombra anche su se stesso. A quel punto, la patente di Autore Pubblicato da una Importante Casa Editrice può anche diventare carta straccia, non è più la certificazione di un valore oggettivo.

Cosa hanno detto a me quando sono arrivato in finale al premio Urania?

A-ha, una volta hai detto che il precedente vincitore, e-Doll, faceva schifo, per cui ora non ti puoi vantare!

Infatti mi sono guardato bene dal vantarmi. Al più avrò fatto osservare che io non ho vinto: sono arrivato in finale, e non ho mai detto che i finalisti dell'anno scorso facevano schifo... ^___^ ma questa è troppo sottile per certi cervelli.

Il caso di GL che parla bene della Troisi è perfetto. Pensateci: non solo sono pubblicati dallo stesso editore, ma per volontà dello stesso editor, Sandrone Dazieri. Allora è logico che Dazieri deve per forza essere uno che pubblica solo opere di alto valore letterario, perché se fosse invece uno che dice

Ucci ucci, ho sentito odor di merda che vende!

allora la stessa cosa potrebbe essere successa col W, peraltro sbagliandosi (solo sul fatto che vende). Va da sé che se Dazieri pubblica solo Alta Qualità, allora anche Nihal e tutto il resto devono esserlo.

venerdì 16 luglio 2010

Cogli la prima merda


Leggendo un po' di interviste a giovani astri nascenti dell'editoria (tipo Federico Ghirardi, Thomas Mazzantini) mi sono fatto l'idea che, quando una casa editrice decide di colonizzare un nuovo genere (es: Moccikosy Fantasy) il criterio che segue per la scelta è quello di pubblicare la prima merda di manoscritto che le arriva sotto il naso.


Sul blog dei Gamberi Signor Stockfish scrisse:

Io c’ero, so come è andata.

INT. GIORNO Uffici della Newton & Compton

Entra il direttore editoriale.

D: “A Cristià, ma che, me stai ancora a le straggi e a li servizzi deviati? Svejate bello! Queli de la Enaudi stanno a fa’ er botto co ‘a Strazzu, e noi ce stamo a fa’ magnà er manfano da le mosche! Quelli ce fanno ‘n bucio così!”

A: “Vabbe’, ma che dovrei fare?”

D: “Te devi d’aripijà! Trovame n’artro moccicoso che scrive robbe de draghi, prima de subbito!”

Esce sbattendo la porta.
A***** sospira, chiude il faldone con gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta. Scende nel seminterrato e apre il bidone della carta da riciclare, tira fuori i manoscritti fantasy arrivati negli ultimi sei mesi. Scarta tutti quelli dove l’autore è nato prima del 1990, e dei rimanenti legge la prima pagina, seduto su una pila di libri alla luce della lampadina da 15 Watt. Fa una sosta all’una e un quarto per un tramezzino, poi si rimette al lavoro. Scarta tutti quelli che non sono scritti in italiano. Alle 16,23 ne è rimasto solo uno: Bryan di Boscoquieto.

Alle 16,24 è nell’ufficio del direttore editoriale e glielo molla sulla scrivania.

A: “Eccolo qua, una bomba.”
D: (sbirciando il titolo) “Ma sei sicuro? Braian de Boscocoso?”
A: “Assolutamente. Mai letto niente di simile.”
D: “Vabbe’, daje: me fido. Tiramone 10.000 copie e stamo a vede’ che succede.”

A***** se ne torna in ufficio con un senso di sollievo, e si rimette a fare cose più serie.


Qualche tempo dopo una misteriosa Giovanna d'Arco scrive sullo stesso blog:

Ragazzi, per chi volesse sapere come è realmente andata, e che meccanismi di pubblicazione ci sono di base, rileggetevi il commento di “Signor Stockfish”.
Sembra una parodia… ma è precisamente quanto è accaduto.
Anche io ero lì.

E poi c'è il Mazzantini autore dell'ottimo (per accendere la stufa) Garmir l'eclissiomante per i tipi di Baldini Castoldi e Dalai:

Come hai incontrato un editore come Baldini e Castoldi? Non è certo male per un esordiente…

Ho saputo da un amico di famiglia che gli editori della Baldini Castoldi Dalai avevano una casa all’Elba, a Marina di Campo. Quindi sono andato lì con il mio motorino e ho proposto loro di leggere il manoscritto. Fortunatamente era presente il loro figlio, che ha letto per primo il romanzo e ha consigliato ai genitori di darci un’occhiata. Loro l’hanno fatto e poco dopo sono stato contattato. In pratica, ho avuto fortuna.


Anche il Ghirardi, come lui stesso ci racconta, non ha seguito la via convenzionale di spedire il manoscritto, abbordando invece di persona quello che sarebbe stato il suo futuro editor a una fiera del libro e rifilandogli il manoscritto seduta stante.


*****


Per cui, cari amici scrittori in cerca di pubblicazione, eccovi un bel pentalogo:

1) Annusate l'aria, seguite la puzza.

2) Appena individuata quella di una nuova moda, siate veloci a buttar giù dalle 300 alle 700 pagine. Non rileggete, nemmeno una volta, tanto non lo farà neppure il vostro editor.

3) Andate a cercare gli editori a casa, suonando se occorre al citofono alle 3 di notte (questo punto è fondamentale).

4) Quattro.

5) Siate fortunati.


sabato 3 luglio 2010

La facciata e il comico


La realtà che ci circonda è fatta di due componenti, la facciata e quello che ci sta dietro. Non si parla dei concetti aristotelici di Sostanza e Accidente che danno poi origine alla Consustanziazione della dottrina protestante, ma di qualcosa di molto più semplice: chi vuole i nostri soldi sa che saremmo molto meno disposti a darglieli se sapessimo chi è davvero, cosa fa davvero e come lo fa.

Un esempio interessante sono le pubblicità dell'8 x 1000 alla Chiesa Cattolica.



Fateci caso. Dove sono i cardinali, le Lancia Thesis, il Papa? A vedere questi spot sembra che non esistano. Solo preti di campagna, parroci delle periferie degradate, suore che servono minestra alla mensa dei poveri e missionari in africa. In sostanza, viene mostrata solo la facciata rispettabile. C'è di più: quelli che commissionano la pubblicità sono ben consci di non essere presentabili nella loro reale sostanza.

Perché ci interessa il discorso sulla facciata? Perché basta rimuoverla e subito scatta irresitibile l'effetto del comico.

Guardate (cliccate sui video dopo averli avviati in modo da vederli sul sito di Youtube, perché altrimenti qui ne viene tagliata una fetta):



Questo video sembra un'esagerazione e lo è nel senso che i preti che violentano i ragazzini sono di certo una minoranza. Non è un'esagerazione invece dire che un prete che violenta i ragazzini probabilmente ha quello come principale interesse, perché francamente non si capisce di Gesù cosa gliene possa fregare ed è plausibile pensare che nemmeno ci creda. Il prete intervistato dall'attore nel video risulta comico proprio perché viene privato della facciata.

Una serie televisiva che merita è Boris, di cui si può vedere qualche spezzone di seguito. Anche qui l'effetto comico è dato quasi sempre dal fatto che vediamo un ambiente dall'interno senza la facciata. Si parla di produzioni televisive, ma se parliamo di editoria non c'è nessuna differenza. Ho scelto queste scene perché danno bene l'idea di quale è il vero atteggiamento di chi vive un ambiente dall'interno, anche se si farebbe spellare vivo e cospargere di sale piuttosto che ammetterlo di fronte a un non addetto ai lavori.

Buona visione.











E per chiudere in bellezza...



mercoledì 12 maggio 2010

Piccolo aggiornamento


Marstenheim è fra i finalisti del Premio Urania.


mercoledì 5 maggio 2010

La vera editoria


Se chiedete a quelli che lavorano nel campo dell'editoria vi diranno che le raccomandazioni - per carità - esistono, ma sono un fenomeno marginale. All'idea che l'editoria possa essere l'unica realtà solidamente meritocratica in Italia, oasi nel deserto delle raccomandazioni, non vedete già accendersi il cartello luminoso "STRONZATE"?

Seguendo il link trovate il blog di un editor in incognito che ci spiega come l'editoria non sia diversa dalle altre realtà politico-economiche nel nostro paese: una merda.



Sconsigliabile agli illusi che vogliono continuare a vivere nel mondo dei sogni.

martedì 6 aprile 2010

Il potere (1)

Appena si esce dalla sfera del personale - che finisce un centimetro più in là del proprio naso - la religione smette di essere un fatto spirituale per diventare mera gestione del potere: il potere di pochi sulle menti di molti. Basti pensare che il cattolicesimo come lo conosciamo oggi nasce per volontà dell'imperatore Costantino, pagano, a cui di religione e spiritualità importava meno di zero. Costantino indice il Concilio di Nicea (325 d.C.), primo concilio ecumenico del mondo cristiano, con l'unico scopo di trasformare le mille correnti del cristianesimo nella religione di stato dell'Impero Romano e farne una solida base per il proprio trono. Costantino riesce nel suo intento: da lì a poco infatti, i cristiani che vivono all'ombra dell'Impero si trasformeranno in un batter d'occhio da perseguitati in persecutori delle altre religioni in una perfetta simbiosi con il potere imperiale.
Persino il dogma della Trinità è invenzione di uno che in Dio e in Gesù nemmeno ci credeva: sempre lui, Costantino, che durante il Concilio si trova nella condizione di dover mettere d'accordo quelle correnti che vedevano il Figlio venire dopo il Padre e quelle che li vedevano come una stessa persona. Costantino, che deve tirare dentro più correnti possibili nella nuova religione di Stato, si inventa quindi la consustanzialità, parola che ci dice poco e niente in questo contesto, mero artificio politico che è giunto ai giorni nostri come Mistero della Fede.
E prima del Concilio di Nicea? Oggi viviamo con l'illusione cognitiva di pensare che la Chiesa si sia corrotta col passare dei secoli, esattamente come crediamo che il mondo di oggi sia più violento che in passato. Quando però andiamo sui libri di storia a cercare un periodo storico meno violento del nostro ci rendiamo conto che in realtà non esiste. Allo stesso modo, la Chiesa nei secoli è sempre stata peggio di quella attuale.

La figura di Cristo è talmente poco storica che a riguardo i cristiani cominciano a litigare e maledirsi fra loro fin dal giorno dopo della sua morte fittizia. Un secolo dopo si parla già di eresia (ovvero: ciascuno dà dell'eretico a tutti gli altri). Se dopo un secolo c'era già tutto e il contrario di tutto, viene da chiedersi cosa possa esserci di sensato in ciò che è arrivato ai giorni nostri. Tanto più che il Concilio di Nicea, quello che arriva due secoli dopo a mettere le cose a posto (si fa per dire), non ha come interesse la religione ma l'edificazione di una struttura di potere.

Nella prossima puntata, come si conquista e si mantiene il potere.