giovedì 29 gennaio 2009

Vituperium :: Fabrizio De André


Con questo Vituperium non intendo, sia chiaro, offendere la memoria di Fabrizio De André. Mi faccio invece un preciso punto d'onore di svillaneggiare i suoi numerosi fan, forse esasperata dal fatto che Genova, più di qualsiasi altro luogo al mondo, è la terra d'elezione della detestabilissima figura del fighetto di sinistra. A Genova tutti sono di sinistra, i ricchi più dei poveracci, perché da sessant'anni a questa parte a Genova sinistra significa potere: PCI/DS/PD stanno a Genova come DC/UDC stanno alla Sicilia.

Genova, dicevo, è la patria naturale del marcione nullafacente che vive di aperitivi, assiduo frequentatore di centri sociali e con il superattico nei vicoli regalino del papà miliardario. E' quindi naturale che da questo fertile humus sia germogliato il mito di Fabrizio De André. Dico mito perché, proprio come per Cristo-Gesù, più passa il tempo e meno il personaggio finisce per assomigliare alla persona. De André nasce da ricchissima famiglia piemontese; quella nella foto, che ci crediate o no, è una delle case in cui ha abitato in gioventù. Si tratta di Villa Paradiso, un posticino in cui Luigi XIV non si sarebbe sentito a disagio, nello snobbissimo quartiere di Albaro.

Nonostante tanti michioni siano convinti che De André fosse uno che potevano incontrare all'osteria per bere insieme un bicchiere di vino, già dalla metà degli anni '70 si era ritirato a vivere nella sua tenuta in Costa Smeralda come fanno i ricconi intelligenti (quelli stupidi continuano a lavorare fino alla morte). Ogni volta che Fabrizio De André decide di metter su famiglia non sceglie una femminista irsuta o una bagascia alcolizzata dell'angiporto: la prima moglie è una ragazza di ottima famiglia borghese, la seconda è una stellina della musica leggera tanto a modo e tanto tanto carina. A Genova ci mette piede talmente poco che finisce presto per perdere l'accento, tanto che già nel 1984 è costretto a far finta di cantare apposta in simil-portoghese. Qui sotto una mia parodia.

Creuza de mah?

Umbre de mui, umbre de mainèe
Dunde ne vegnì, duve l'è che anè
Ne sciurtimmu dau maa, pe' sciugà e osse dau Dria
Cun a caipirigna a spiasgia de Bahia
E a muntà l'ase gh'è restou Diu,
U Diau u baila a samba au carnevalle de Riu

E samba, e e e samba, e e e samba, e oh
E samba, e e e samba, e e e samba, e oh

Peperepepeppeé peperepepeppeé A E I O U, Ipsilon!
Eeeeee, meu amigu Charlie,
Eeeeee, meu amigu Charlie Brown, Charlie Brown...


Vabbe', direi che il concetto è chiaro.

E musicalmente? Alcune cose piacciono anche a me, sebbene non sia il mio genere: Bocca di Rosa, La guerra di Piero, le solite insomma. Altre, come La cattiva strada, sono talmente brutte sotto qualsiasi punto di vista da indurre a perforarsi da soli i timpani con un chiodo arroventato. La maggior parte, musicalmente apprezzabili o meno che siano, sembrano nascere da una maligna volontà di ammorbare l'anima dell'ascoltatore con una tristezza gratuita al limite del reato di istigazione al suicidio.