giovedì 2 luglio 2009

Il mio romanzo: prima parte.


Quelli che seguono sono il prologo e i primi due capitoli di un romanzo a cavallo fra il fantasy e la fantascienza (non sono fanatico della divisione in generi) che ho cominciato a scrivere molto tempo fa. Dato che l'ultima revisione è in vista del traguardo, comincio a proporvi questa prima parte (circa un quinto del totale) di cui sono al momento soddisfatto. Buona lettura, e fatemi sapere se vi piace.

Per chi preferisce, qui c'è un comodo PDF zippato.




SAXXON


Prologo


Sotto le montagne

Nella cavità sotterranea l’aria era gelida, ben diversa dall’afa che i tre uomini-ratto esploratori avevano respirato nelle gallerie. Le violente lampade al carboleum degli elmetti non riuscivano a bucare l’oscurità, perdendosi in un alone indistinto nel pulviscolo in sospensione.
«Questo posto non mi piace,» squittì Flaps.
«Neanche a me,» fece Giek alitandosi nelle mani. Uno strato di brina gli imbiancava gli occhiali protettivi.
«Basta con queste stupidaggini,» squittì il caposquadra. «Di Blort nessuna traccia?»
«Stava seduto proprio sulla cassa delle cariche da demolizione,» squittì Giek spazzando il buio col raggio della carbolanterna. «L’esplosione deve averlo vaporizzato.»
«Sai che perdita,» fece Flaps, «un mentecatto di meno.»
«Bene, ora state un po’ zitti,» ordinò il caposquadra, «devo pensare.»
La caverna piombò in un silenzio da far fischiare le orecchie. Nemmeno il rumore delle più grosse macchine da scavo poteva raggiungerli, perdendosi lungo miglia e miglia di pozzi e cunicoli. Il respiro della miniera si insinuava alle loro spalle attraverso il varco aperto dalla deflagrazione, condensandosi in nebbia.
«C’è qualcosa che luccica laggiù!» squittì Giek.
Il caposquadra socchiuse gli occhi, offuscati dalle particelle di polvere che si agitavano nei fasci delle lampade. Scosse la testa. «Io non vedo niente.»
«Da quella parte,» indicò Giek puntando la carbolanterna.
Lontano nel buio qualcosa brillò di riflesso.
«Ora l’ho visto anch’io,» annuì Flaps, «purtroppo.»
«Andiamo a vedere che roba è,» accennò col muso il caposquadra.
Flaps annusò l’aria, restio. «Questo posto non mi convince, sento qualcosa di strano.»
«Prova a guardarti nella tuta,» ghignò il caposquadra, «magari te la sei fatta nelle brache.»
Giek scoppiò a ridere con la sua vocina stridula.
«Ridi, idiota che non sei altro,» squittì Flaps. «Poi non dire che non vi avevo avvisati.» Si avviò orecchie basse dietro agli altri due, dandosi un’ultima occhiata alle spalle. «Cerchiamo almeno di non perdere l’uscita come l’altra volta, per piacere.»
Come una bolla di luce attraverso il nulla camminarono in direzione di quei bagliori, mentre dal buio dinnanzi a loro emergeva la sagoma di un oggetto ingombrante. Intanto, l’aria intorno si faceva più fredda.
Raggiunta la fonte dei riflessi ne illuminarono la superficie: un cilindro di metallo lucido lungo un paio di metri, adagiato sul pavimento.
«Che sarà ‘sto arnese?» fece Giek. Lo colpì con le nocche, ricavandone un suono sordo.
«Non toccare!» squittì il caposquadra. «Potrebbe essere pericoloso.»
Giek accostò il muso all’oblò trasparente incastonato su un lato, annusando. Soffiò via la polvere, poi vi puntò contro la lampada.
«È pieno di liquido,» fece sapere agli altri due.
Il caposquadra inclinò la testa di lato. «Liquido? Che tipo di liquido?»
«Birra di funghi.»
«Davvero?» trasalì il caposquadra.
«Sicuro,» fece Giek avvicinando la pupilla al vetro. «Ora capisco perché ti hanno dato il comando della squadra.»
D’improvviso balzò indietro, squittendo di paura. Gli altri due lo imitarono brandendo le piccozze.
«Che hai da strillare, balordo? Vuoi farci venire un colpo?» fece il caposquadra.
«C’è qualcuno lì dentro!» squittì Giek. «Un umano morto stecchito!»
Il caposquadra abbassò la piccozza. Si grattò la testa sotto l’elmetto, rimirando il cilindro. «Ecco perché non c’erano accessi,» annuì soddisfatto. «Siamo finiti in una tomba.»
«Sei sicuro che sia proprio morto?» squittì Flaps.
«Ragionevolmente sicuro, ma puoi controllare tu stesso,» squittì Giek.
Flaps fece per dire qualcosa, invece esplose in uno starnuto che fece risuonare la cavità come un gong. «Tutta questa caverna per seppellirci quell’affare?» mugolò pulendosi il naso moccicoso nella manica della tuta. «Non mi sembra normale.»
Giek puntò la carbolanterna verso l’alto. Il pulviscolo sollevato dall’esplosione si stava diradando, e tutto intorno le pareti sembravano salire all’infinito. Una caverna di proporzioni assurde, dove il raggio di luce si perdeva senza coglierne la sommità. Il passare dei secoli aveva eroso i muri di plastocemento, formando uno strato di polvere che imbiancava il pavimento. Dalla polvere, nella quale erano rimaste bene impresse le orme dei loro stivali di gomma, una quantità di frammenti di ossa umane diceva che quella non era solo la tomba dell’uomo nel cilindro.
«In questi posti si possono trovare gingilli interessanti,» squittì Giek.
Il caposquadra, con un occhio socchiuso, continuava a fissare il sarcofago. «Forza, diamogli un’altra occhiata,» accennò col muso.
I tre si avvicinarono di nuovo, dandosi coraggio a vicenda. Oltre il vetro galleggiava in un liquido ambrato il volto di un uomo dai lineamenti marcati, coi capelli molto lunghi e una gran barba bianca. I denti dietro le labbra rattrappite erano serrati in un ghigno malefico.
«Quant’è brutto! Sarà buono almeno da mangiare?» squittì Flaps.
«Temo vi risulterebbe un tantino indigesto,» rispose una voce umana dietro di loro.
Gli uomini-ratto si voltarono di scatto, il pelo ritto e le piccozze strette in pugno. Come aveva fatto quell’umano ad avvicinarsi così, senza un rumore? Alla luce delle carbolanterne appariva come un giovane alto appena un palmo più di loro, vestito di nero. La mantella di raso gli svolazzava dietro le spalle mentre si avvicinava con sicumera, impugnando una spada sottile dall’elsa ingioiellata.
«A quanto pare, arrivo giusto in tempo per impedire un sacrilegio,» disse fermandosi a qualche passo di distanza.
Il caposquadra annusò l’aria, poi sibilò attraverso i denti.
«Sii tu che diventa puzolente questi posti, sìi?» chiese all’uomo in nero, sforzandosi di imitare al meglio la voce umana.
«Tu fetenzi strano!» lo accusò Flaps puntando il dito.
L’uomo in nero sollevò appena un sopracciglio. «Senti senti! Dei lerci topi di fogna che si lamentano per l’odore!»
Con un ringhio il caposquadra snudò la lama di due spanne che portava alla cintura, imitato dai compagni. Coltellaccio alla mano e piccozza nell’altra, i tre ratti esploratori si fecero avanti. Le code frustavano l’aria.
«Stupido coso, ora ti penti tu!» disse il caposquadra.
Giek agitò la lama con un ghigno feroce. «Si fa spuntini con budeli di tua pancia, sìi?»
Flaps fece schioccare i denti. «Gnam gnam gnam!»
I tre sghignazzarono, avanzando di un altro passo.
L’uomo sorrise, come se anche lui trovasse spassosa quella spiritosaggine. L’accenno di una risata gli scosse le spalle, i baffetti a punta fremettero appena. Poi di colpo lo sguardo si fece duro, gli occhi mandarono un lampo viola alla luce delle lampade.
«State lontani dal sarcofago,» accennò con la spada, «e vi darò una morte fulminea. Se verrà danneggiato invece, rimpiangerete di essere nati.»


Il sasso nello stagno

La Torre della Disperazione si innalzava a strapiombo su una scogliera spazzata dal mare in tempesta. Negli alloggi al piano più alto, un discendente dei primi abitanti di Saxxon riposava nudo in un letto a baldacchino, contemplando le forme di una donna della sua razza nella luce danzante delle candele. Anche lei non aveva niente indosso, se non una cuffia con due corni ritorti verso il basso a incorniciarle il viso, ossuto e sensuale. Una rete di tatuaggi le ricopriva le braccia dalle spalle fino al dorso delle mani.
Un fulmine illuminò a giorno la stanza attraverso i mosaici delle finestre alte e strette, poi il tuono fece tremare la torre fin dalle fondamenta.
«Se il tempo continua così presto avremo di nuovo energia per i cannoni a rotaia,» disse l’uomo. «Sperando che gli accumulatori reggano.»
Altri fulmini in lontananza gli deformarono i lineamenti affilati in una maschera diabolica.
«Avrei già in mente un paio incursioni da sottoporre alla tua approvazione, Signora.»
«Basta che ora tu stia zitto, Caronay,» disse Morgause.
Seduta a un piccolo scrittoio di fronte allo specchio fissato alla parete, tamburellava con le unghie sulla cornice mordendosi il labbro inferiore.
«Andiamo Demone, non ho tutta la notte,» mormorò osservando il proprio riflesso, una maschera di fondotinta bianco con gli occhi e le labbra dipinte di nero. D’un tratto sentì i cavi degli elettrodi che la collegavano allo specchio contorcersi come serpenti, succhiandole forza vitale. Passò ancora un istante, poi la voce impersonale del Demone Oracolo risuonò nella stanza.
«Sono pronto. Dimmi il tuo nome.»
La superficie di vetro nero era diventata argentea, percorsa da onde concentriche.
«Qwerty,» disse Morgause.
«Dimmi la parola segreta che squarcia il velo fra i mondi.»
«Qwerty,» ripeté lei.
«Bentornato, Qwerty. Devo metterti in guardia dall’usare una parola segreta uguale al nome, non è prudente.»
Morgause sospirò. «Me lo dici tutte le volte. Vedi, il fatto è che non trovo un modo per farti capire che non ho idea di chi sia questo Qwerty. Sarebbe anche opportuno che ti rivolgessi a me come Regina o Signora, ma lasciamo perdere.»
Il Demone ronzò come un insetto.
«Cosa vuoi che ti mostri oggi, Qwerty?»
«Lo stesso di ieri, e sbrigati.»
Sul vetro si formò l’immagine di uno stagno di acqua limpida, circondato dalla vegetazione. A mollo tra le ninfee due languide fanciulle Saxxon, una bionda del sud e una bruna del nord, si baciavano sulla bocca accarezzandosi il seno a vicenda.
Morgause si sentì avvampare.
«Non quella cosa, l’altra! Mostrami cosa sta facendo lui ora!»
L’immagine dello stagno si dissolse, mentre quella di un luogo sconosciuto prendeva il suo posto. Anche lì era in atto un temporale, con la pioggia che cadeva a scroscio. Al centro dello specchio, il terrestre dalla barba e dai capelli scuri si stringeva addosso una cerata da marinaio mentre in sella al suo destriero saliva lungo una strada che si snodava tra boschi di conifere.
«Quelle montagne nere sullo fondo, devo averle già viste,» disse fra sé Morgause.
«Cosa dici, Qwerty?»
«Nulla, Demone. Continua a seguire il terrestre.»
L’uomo aveva superato un sobborgo di quattro cascine di legno e pietra, senza fermarsi. Arrestò invece la cavalcatura al bivio poco più avanti, dove un cartello era infisso nel terreno.
Un altro fulmine cadde in mare e il lampo illuminò l’espressione di Morgause riflessa nel vetro, le labbra increspate in un sorriso. Avvicinò il viso soffermandosi per un attimo a guardarsi le rughe sottili agli angoli degli occhi, unico segno dell’età sul suo corpo.
«Mostrami questo segnavia,» disse toccando il vetro.
L’immagine del cartello fece un balzo avanti. Una freccia a destra indicava: Marstenheim - 68 miglia. L’uomo a cavallo prese a destra.
Un tuono squassò la torre, una risata salì per la gola di Morgause. A dispetto del grande camino di rame che riscaldava la stanza, vide il suo amante tirarsi addosso le trapunte di raso.
«Vedi qualcosa, Signora?» disse lui.
Morgause rispose come in trance, lo sguardo rapito nella luce rossa del fuoco, sentendo la propria voce giungere da un luogo remoto.
«Il sasso nello stagno è stato gettato, le onde del tempo si allargano sulla superficie. È tempo che la caccia cominci.»
«Parli della Sfera delle Anime, Signora?»
Morgause si voltò di scatto. «Di cos’altro, secondo te?»
Si alzò staccandosi dal petto gli aghi degli elettrodi, mentre l’immagine nello specchio di colpo svaniva.
Caronay si sollevò sul gomito. «Allora hai scoperto dove l’ha portata…»
Morgause prese a camminare per la stanza. Si tolse la cuffia e sciolse i capelli corvini, scuotendo la testa.
«So dove sta andando.»
«Dove, Signora?»
«Marstenheim. Qualcuno vuole aprire il Passaggio verso la Terra.»
Caronay si tirò a sedere sul bordo del letto. «Ne sei sicura?»
Morgause lo guardò di sbieco. «Ti pare che io possa parlare a vanvera, Capitano?»
L’altro impallidì. «Perdonami Signora, sai che non intendevo dubitare.»
Lei sorrise, sprezzante. «Lo so bene.»
Il vento scrollò più forte i vetri a mosaico, fischiando fra i tralicci dei collettori elettrostatici sul tetto. Aveva cominciato a soffiare sul fare del tramonto, prendendo forza di ora in ora fino a gonfiare il mare. In piedi di fronte alla finestra, d’un tratto Morgause sentì freddo sulla pelle nuda. Sollevò la vestaglia di seta dalla spalliera del letto, poi ripensandoci la lasciò cadere a terra con un gesto di fastidio. Agguantò invece due ceppi di legna e li gettò nel camino, alzando uno sciame di faville che volò su per la cappa.
«Se ciò accadesse, quali potrebbero essere le conseguenze?» chiese Caronay.
Morgause allargò le braccia. «E io come posso saperlo? Dopo quattrocento anni sulla Terra potrebbero essere tutti morti, oppure non aspettare altro che l’occasione per tornare a sterminarci.»
«Hai ragione, Signora. Marstenheim,» disse Caronay, torvo, «quell’infame ne ha fatto di strada.»
«Questo non è un problema,» disse Morgause versandosi un calice di vino drogato. «Ho un mio confidente da quelle parti, a pochi giorni di cammino oltre la frontiera meridionale della Repubblica.»
Caronay corrugò la fronte. «Sulle montagne del sud, Signora? Come può uno di noi nascondersi lì?»
Morgause gli lanciò un’occhiata spazientita. «Io non ho parlato di uno di noi.»
L’altro accennò una smorfia di disgusto, poi la piega delle labbra si trasformò in un sorriso tirato. «Un selvaggio montanaro? Forse stasera la mia Regina trova divertimento nel prendersi gioco di me.»
Morgause si accomodò in poltrona allungando i piedi sul tavolino dinnanzi a sé. Prese a sorseggiare il vino, fissando Caronay in silenzio mentre la droga afrodisiaca le entrava nel sangue. D’un tratto scoppiò a ridere.
«Capitano, non costringermi a rivelarti cose che riguardano la Via Segreta, ti prego. Altrimenti poi dovrei farti tacere per sempre!»
Caronay distolse lo sguardo. «No Signora, come desideri.»
Morgause bevve un altro sorso. «Il mio confidente è un personaggio di una certa influenza nel suo clan,» proseguì tornando seria, «non gli sarà difficile radunare una squadra di cacciatori sulle tracce di quel terrestre. Con la frontiera lì a due passi, dar la caccia ai terrestri è ciò che quei selvaggi alcolizzati hanno imparato a fare meglio.»
Caronay si lisciò il pizzetto. «Non sarebbe lo stesso più prudente sbrigare questa faccenda per conto nostro, Signora?»
Morgause si alzò dalla poltrona. «Questo è ovvio, ma il terrestre ha troppo vantaggio. Allerta i tuoi corsari, prepara una nave veloce, che sia sempre pronta a salpare.»
«Come desideri, Regina. Vado subito ad approntare la Harkoon.»
Fece per scendere dal letto, ma lei lo fermò con un gesto.
«Non c’è fretta,» disse Morgause, «non possiamo certo metterci in viaggio con questo mare. E poi mi servi ancora qui, stanotte.»
Andò verso di lui, ancheggiando in tutta la figura alta e flessuosa. Il freddo del pavimento sotto i piedi nudi le aveva fatto indurire i capezzoli.
«Per un paio d’ore dimenticherai che sono la tua padrona. Mi legherai, e mi farai sentire la tua frusta. Poi abuserai di me nel più sordido dei modi di cui sei capace, come fossi l’ultima delle tue schiave.»


Sulla via

Dalle foglie degli alberi le gocce cadevano sui Saxxon che riposavano sotto le fronde, immersi nella foschia. Nel bosco tutto era silenzio, tranne il suono della pioggia e quello del flauto di Rosh, uno dei guerrieri rituali. Dalla terra saliva odore di muschio. Soffocato dai rampicanti, il viadotto di un’antica strada ferrata tagliava in due la foresta come una vecchia cicatrice.
Aix sedeva sotto i rami di una conifera, la schiena contro il tronco profumato di resina. Osservava i compagni di viaggio, coi volti velati di stanchezza e da un’ombra di malumore per il cattivo tempo.
Al suo fianco Driun sgranocchiava frutta secca. I mantelli mimetici avevano assunto il colore e il disegno della corteccia dell’albero, rendendoli simili a creature di legno vivo. Gli altri scout, seduti poco lontano tra le felci giganti, scomparivano fra i colori del bosco. Kunjeet, Drougas, Joriar Kan, erano tipi schivi. Aix ancora faticava a inquadrarli.
Driun fece il gesto di offrire un po’ della sua merenda alle gemelle, ma Gya e Madkeen rifiutarono con un cenno svogliato del capo. Si stringevano le coperte sui corpi nudi, con le pitture rituali sbiadite dalla pioggia. Sotto un telo teso fra i rami, i mantelli di lana asciugavano sospesi vicino al fuoco insieme agli stivali e ai calzoni di cuoio. Gya aveva la testa rasata nella metà sinistra, Madkeen nella parte destra. Sull’altro lato i capelli erano acconciati in una criniera spettinata tinta di arancio. Anche i tatuaggi azzurri erano disegnati in maniera opposta, cosicché le ragazze erano una l’immagine speculare dell’altra. Il padre, Hinrei, seguiva assorto gli esercizi rituali dei discepoli Ran Shan e Sil Verel al centro della radura, dove le chiome degli alberi si aprivano alla pioggia verso il cielo grigio. Non sembrava infastidirli l’acqua gelida che si lasciavano scorrere sulla pelle abbronzata, coperta di tatuaggi color mattone.
Aix chiuse gli occhi. Le poche gocce che filtravano fra i rami scivolavano sul cappuccio e poi giù lungo il mantello. La stanchezza si stava poco a poco tramutando in sonno, mentre il suono del flauto sembrava ormai lontanissimo nel torpore del dormiveglia. Negli occhi cominciarono a scorrere le immagini della strada già percorsa, e di quella ancora da fare. Montagne, foresta e ancora montagne, poi le mura di una città che splendevano al sole, spazzate dal vento in mezzo al silenzio. La voce del maestro dei guerrieri rituali lo riportò alla realtà.
«Sono tre giorni che siamo in viaggio,» stava dicendo Hinrei. «Mi piacerebbe sapere quanto manca ancora.»
Aix sollevò le palpebre a fatica. Doveva essersi assopito solo per pochi istanti, perché nessuno si era mosso.
Ygghi Kan lo sciamano sedeva un po’ in disparte, al riparo di un altro telo impermeabile. I capelli castani lunghi fino alla vita erano screziati di grigio e profonde rughe di espressione gli segnavano il volto, ma a dispetto dell’età il corpo sembrava ancora duro e asciutto come il cuoio. Con la testa reclinata sul petto, sembrava dormire.
«Dovresti chiederlo alle nostre guide,» disse senza aprire gli occhi.
Hinrei guardò Aix, con la stessa domanda nello sguardo.
«Un giorno di cammino al massimo,» disse Aix, «se il tempo non peggiora. La neve sul Passo della Candela potrebbe rallentarci.»
Hinrei fece un cenno a Rosh, che smise di suonare.
«Nobile Ygghi Kan, forse è giunto il momento di rivelarci il motivo di questo viaggio,» disse.
Ygghi Kan aprì gli occhi truccati di nero, fissandoli in quelli del maestro dei guerrieri rituali. «Mi hai letto nel pensiero, nobile Hinrei. Mi stavo accingendo a farlo.»
Prese un respiro, guardandosi intorno. Undici paia di occhi erano fissi su di lui.
«Cerchiamo un uomo, un marinaio sbarcato sulla costa settentrionale da una nave con bandiera di Nova Ispania. Un terrestre con la barba e i capelli scuri, e una cicatrice sulla gola che va da un orecchio all’altro.»



1. Primo giorno


Le mura di Marstenheim

«State indietro!» sbraitò l’ufficiale dall’alto della cavalcatura, agitando la sciabola. «La città è in quarantena per decreto del Prefetto della Repubblica, di qua non si passa!»
Come a voler dar forza alle parole del cavaliere, il destriero marsupiale mostrò i denti con un ringhio sordo, agitando la coda come una sferza. I pellegrini a cui i soldati stavano sbarrando la strada erano gente davvero male in arnese, dall’aria stremata. Il monaco alla testa di quella comitiva di cenciosi fece un passo avanti aiutandosi col bastone.
«Non potete impedirci di raggiungere la Città Santa,» disse facendosi udire da tutti. Gli occhi erano quelli di un invasato.
L’ufficiale lo squadrò dall’alto con disprezzo: una faccia da avvoltoio dalla testa rasata, uno straccione vestito di tela di sacco pronto per il manicomio, che sosteneva il suo sguardo con arroganza. Così era da un po’ di tempo, con questi invasati che non riconoscevano più nessuna autorità.
«Città Santa?» disse l’ufficiale, schifato. «Dannata, vorrai dire!»
«Maledetti pazzi,» abbaiò il sergente minacciandoli con la picca, «volete andare a beccarvi i Vermi?»
Il monaco volse gli occhi al cielo. «I puri non temono il contagio!» strillò con la voce in falsetto. «Dopo tre secoli di silenzio la parola di Grigor si fa udire dall’alto della Torre di Ferro, e voi vorreste impedirci di andare ad ascoltarla? Renderete conto a lui di questo sopruso!» gridò puntando il dito.
L’ufficiale impennò il destriero. «Via! Tornate da dove siete venuti, pezzenti schifosi!»
«La profezia sta per compiersi,» gli rispose dalla folla una donna di mezza età, con la metà sinistra del volto era deturpata da un’infezione che le aveva mangiato la pelle. «Neppure i vostri miscredenti governanti potranno impedirlo!»
«Anche i morti risorgono per prostrarsi al giudizio di Grigor!» urlò un omone. Aveva indosso abiti costosi, ma l’aria di chi da tempo non fa un bagno.
Dalla folla dei pellegrini si levò un «Amen!»
«Allora che il vostro Grigor vi porti tutti all’inferno con sé!» sbottò l’ufficiale. «Avete tempo un minuto per sgomberare la strada, poi faccio aprire il fuoco!»
Fece un cenno al sergente, che si portò alle labbra un piccolo corno d’ottone e soffiò tre volte. I picchieri si fecero da parte, liberando la linea di tiro. I fucilieri, una dozzina di passi più avanti lungo la via, erano già disposti su due ranghi. Quello davanti mise il ginocchio a terra. Quando imbracciarono i moschetti, puntandoglieli addosso, i pellegrini si strinsero in capannelli parlottando sottovoce. Gli sguardi andavano di continuo alle bocche dei fucili, ma nessuno accennava a muoversi.
L’ufficiale stava ritto in sella, stringendo le redini con le nocche delle mani sbiancate. Un’occhiata alle facce tese dei soldati gli bastò per capire che non li entusiasmava l’idea di sparare su gente inerme. Maledisse in cuor suo il monaco e tutti i suoi accoliti. Ormai aveva dato l’ordine e per nulla al mondo se lo sarebbe rimangiato, perché la civiltà sarebbe finita il giorno in cui la gente non avrebbe più obbedito alla canna di un fucile puntato.
Indietro, maledetti. Non costringetemi ad ammazzarvi, che oggi non ne ho proprio voglia.
«Fratelli!» Il monaco sollevò le braccia. «Attenderemo lungo la via l’arrivo delle sante milizie crociate, loro ci proteggeranno! Domani il nostro numero sarà dieci, cento, mille volte più grande, e allora torneremo!»
Un mormorio serpeggiò fra i pellegrini. Alcuni esitavano, altri stavano già riprendendo la via a ritroso. Mentre voltavano la schiena tornando sui loro passi in un brusio di malcontento, il monaco si rivolse ancora ai soldati.
«Tra breve saremo troppi per rimandarci indietro! Grigor sta per tornare, nessuno può fermare la fine dei tempi! Pentitevi dei vostri immondi peccati, bruciate le uniformi e unitevi alla Santa Crociata! Solo i puri potranno tornare alla Terra del Paradiso al di là del cielo!»
Per tutta risposta l’ufficiale sputò in terra nella sua direzione. Non appena i pellegrini si furono un po’ allontanati, il sergente si accostò alla cavalcatura.
«Capitano, il vecchio lunatico ha ragione. Ne arrivano ogni giorno di più per radunarsi a pregare all’ombra della Torre, presto saranno troppi.»
«Possono andare tutti a farsi riempire il corpo di Vermi, o a farsi divorare dai demoni se preferiscono,» disse il capitano. «Se il Prefetto non si decide a mandarci rinforzi dalla capitale, di più non possiamo fare. Non l’ho chiesto io di stare qui, fosse per me sarei sulla frontiera settentrionale a combattere i ribelli Saxxon. Quello sì è lavoro per un soldato, non fare da balia a questi esaltati della malora.»
«Eppure io l’ho sentita, Capitano,» disse un soldato molto giovane, quasi un ragazzino, annuendo con gravità.
«Sentito cosa?» chiese l’ufficiale inarcando un sopracciglio.
«La voce, Capitano, provenire dalla Torre di Ferro. La scorsa settimana, prima che i crociati ci scacciassero, ero di servizio alla cattedrale. Durante la preghiera del mezzogiorno la Torre ha parlato, proprio mentre mezza città era inginocchiata ai suoi piedi.»
«Ah sì?» disse l’ufficiale con un sorrisetto. «E sentiamo recluta, cosa diceva la Torre?»
«Be’, non è che si capisse. Sembrava il gemito del metallo, come se tutta la struttura stesse per cedere sotto il proprio peso. Ma metteva i brividi.»
«Bene,» annuì il capitano, «speriamo che quello stramaledetto mucchio di rottami venga giù di schianto e li seppellisca tutti, così la facciamo finita con questa pagliacciata.»
Voltò il destriero e partì al piccolo galoppo, sbraitando ordini e rimbrotti a casaccio all’indirizzo della pattuglia di cavalleria leggera poco lontano, tanto per sfogare il malumore.

La voce salmodiante del monaco giungeva dalla strada. Una banda di Saxxon aveva osservato la scena da poco lontano, nascosta dietro ai tronchi degli abeti che costeggiavano il sentiero. Carichi di zaini e bisacce, erano rimasti in attesa mentre nel bosco le ombre si allungavano a mano a mano che Indi si abbassava sull’orizzonte, sprofondando il mondo in un tramonto sanguigno.
Uno sguardo fra loro bastò per capirsi: quello era il momento buono per superare il posto di blocco. Si mossero in fila, silenziosi come le ombre del bosco. Tenendosi bassi al disotto dei cespugli si lasciarono indietro il posto di guardia, fino a che le voci dei soldati non si furono perse in lontananza.
Uscirono dalla macchia una mezz’ora più tardi, con le due lune maggiori alte sopra la radura. Il disco rosso di Indi occupava un terzo del cielo, irradiando la sua luce fredda sul mondo.
La mole della città incombeva ormai su di loro, con la sagoma nera della Torre di Ferro incorniciata sullo sfondo dalle cime innevate delle montagne. La catena montuosa circondava la pianura come un ferro di cavallo, aperto a nord-ovest dalle gole del fiume Mord.
I Saxxon guardarono in alto le mura di Marstenheim: le pareti di plastocemento salivano scoscese per trenta metri, nascondendo la città alla vista. Dopo secoli di esposizione al sole, al vento e al gelo, mostravano tutta la loro consunzione.
«I terrestri non sono più capaci di costruire cose come queste,» disse Ygghi Kan. «Quel sapere è andato perduto, così come quasi tutto il resto.»
«Ci sono i segni di un’antica battaglia,» disse Hinrei, contemplando le fortificazioni in rovina che correvano da est a ovest a perdita d’occhio.
«È così,» annuì Ygghi Kan. «La città subì l’assedio delle armate dei clan del nord, che risalirono il Mord con una flotta di cannoniere. Li comandava la leggendaria strega Arienlorve, che insegnò a quei terrestri il vero significato della parola terrore. Ma i terrestri si sono combattuti anche fra loro, sotto queste mura.»
Aix ascoltava le parole dello sciamano, cercando allo stesso tempo con lo sguardo una via che facilitasse l’arrampicata. Mentre accarezzava con la mano la superficie scabra della parete, il suo mantello ne aveva già assunto la colorazione biancastra.
«Si va?» gli chiese Driun.
Gli altri scout avevano legato insieme le loro corde formando un’unica lunga fune. Aix se ne assicurò un capo al cinturone, poi con una striscia di cuoio si legò i capelli in una coda di cavallo. Guardò Ygghi Kan in cerca di un cenno di assenso; quando lo sciamano annuì attaccò la salita. Arrampicarsi lungo le mura non era difficile, gli appigli non mancavano. Colpi di antiche armi a energia avevano aperto crepe e fenditure dove ora crescevano rampicanti e arbusti. Più facile certo della scalata a mani nude delle pareti del canyon dell’Acquastorta, che i giovani Saxxon facevano per gioco e come prova di coraggio. Passo dopo passo, fessura dopo fessura la terra là sotto si allontanava mentre la sommità si faceva più vicina.
Scavalcato il parapetto, dall’alto degli spalti Aix guardò l’altopiano sotto di lui. Vedeva i fuochi e le tende dei soldati punteggiare la pianura, con la sua ragnatela di strade e sentieri. Piccoli gruppi di uomini, animali e carri erano in marcia, persino ora che Indi si abbassava sulla cresta delle montagne tingendo la neve sulle cime di un rosso cupo.
«Mi dai un aiuto, o devo fare tutto da solo?» si lamentò Driun.
Con la fune issarono gli zaini, tre alla volta. Poi l’assicurarono a un albero cresciuto in una fenditura, in modo che gli altri potessero usarla per aiutarsi nella scalata. Salirono prima i guerrieri rituali e il loro maestro Hinrei con le figlie, poi gli altri scout.
Aix e Driun scrutavano il limitare della radura con l’arco alla mano e la freccia incoccata, nel caso che qualcuno con armi da tiro si fosse avvicinato da sotto mentre i compagni erano appesi alla parete. Quando anche gli scout furono infine sugli spalti, Ygghi Kan ai piedi delle mura si legò la fune alla vita e cominciarono a issarlo.
«Che squallore,» disse Rosh contemplando la città che si stendeva a perdita d’occhio nella foschia del tramonto. Una selva di ciminiere, ormai quasi tutte spente, si allungava verso il cielo come una foresta pietrificata. Pennacchi di fumo salivano da quelle poche ancora attive a imbrattare la luce del tramonto.
Ran Shan, l’allievo più anziano di Hinrei, annuì cupo. «Il tempo dei terrestri è agli sgoccioli. So che vedrò il giorno in cui scenderemo a schiera dalle montagne, per spazzarli via.»

Un irreale stato di abbandono aleggiava sulle strade deserte ingombre di rifiuti e macerie, dove scheletri umani e carcasse di animali marcivano qua e là al sole e alla pioggia. Cinque scout, sei guerrieri rituali e uno sciamano Saxxon si aggiravano attoniti per le vie, i volti nascosti dai cappucci. Aix stringeva l’impugnatura dell’arco nella sinistra, sfiorando con la destra la faretra appesa al cinturone. Guardava i guerrieri rituali dai corpi tatuati camminare in testa al gruppo, invidiando il senso di sicurezza che traspariva dai loro gesti. Erano quattro maschi e due giovanissime femmine, nudi dalla vita in su sotto i mantelli di lana a dispetto del freddo pungente. Con la coda dell’occhio vedeva invece dietro di sé lo sciamano, imperturbabile. Un paio di scout chiudevano la fila, guardandogli le spalle. Aix ripensò al sogno del giorno prima, quando l’immagine delle mura lontane gli era apparsa come un miraggio. Ora invece un senso di claustrofobia gli stringeva la bocca dello stomaco.
L’acciottolato sconnesso si snodava tra case di pietra scura dall’aspetto malandato, rischiarate dai fuochi rossastri che ardevano fra l’immondizia spargendo il puzzo acre del fumo. Attraversarono interi quartieri quasi senza incontrare anima viva; sparuti gruppi di straccioni che rovistavano fra i rifiuti si erano dati alla fuga alla vista delle armi. Una banda di storpi li aveva bersagliati con un lancio di pietre quando erano transitati attraverso il loro territorio, ma erano fuggiti appena la prima freccia aveva solcato il cielo. Un’altra volta Ran Shan, senza preavviso, aveva estratto da sotto il mantello il fucile a bobina e sparato un colpo contro un’ombra che a suo dire li stava osservando da un tetto, incontrando il disappunto di Ygghi Kan.
L’architettura di quei luoghi aveva qualcosa di alieno, dove molti stili si mescolavano come l’opera di un pazzo. Le costruzioni dei primi coloni terrestri erano state le eleganti strutture in plastocemento, che col trascorrere del tempo si sfaldava pian piano fino a trasformarsi in una grossolana polvere che imbiancava le strade. Era evidente come nei secoli i materiali da costruzione fossero poi diventati sempre più semplici e poveri, passando da cemento e mattoni fino ad arrivare a legno e pietra. Era come abbracciare con lo sguardo centinaia di anni di storia alla rovescia.

«Questa mappa è frutto più che altro di fantasia,» disse Ygghi Kan, ripiegandola alla meglio con un gesto di stizza.
«Non abbiamo bisogno di mappe,» disse Joriar Kan, uno dei suoi scout. Indicò a ovest, dove si vedeva salire qualche filo di fumo. «Laggiù c’è ancora gente, mentre qui non abita più nessuno da anni.»
Era un luogo spettrale, dove un cielo freddo e lattiginoso sovrastava radure spazzate dal vento che fischiava attraverso le finestre vuote di vecchie costruzioni di due o tre piani. Sorgevano rade in mezzo alla sterpaglia, tra strade polverose disposte a griglia animate solo dallo sbattere di imposte cadenti, sospinte dal vento teso che soffiava da nord.
«Dobbiamo trovare un posto più in alto per piantare le tende, dove non arrivi il lezzo di cadavere che ammorba l’aria qui in basso,» disse Ran Shan.
Aix indicò le colline a nord. «Lassù potrebbe andare.»
«Le pendici di Monte Ebro,» annuì Ygghi Kan. «Almeno secondo la mappa.»
«Dovremo passare il fiume allora,» disse Driun.
Aix si strinse nelle spalle. «Prima o poi dovremo passarlo comunque.»
«Ci sarà bene un ponte da qualche parte,» disse Madkeen.
«Ce ne sono parecchi, uno dritto davanti a noi,» disse Ygghi Kan. Sorrise a labbra strette. «Sempre secondo la mappa.»
Proseguirono in direzione delle colline, scoprendo che il ponte esisteva davvero. Era una struttura traballante di cavi rugginosi e assi marcite, sotto alla quale rombavano acque limpide e impetuose fra argini artificiali. Sorgeva proprio dove la gola in cui il Mord scendeva giù dalle montagne incontrava la pianura, allargandosi fino a diventare placido e tranquillo qualche miglio più avanti.
Attaccarono la salita ormai al tramonto, costeggiando vecchie condotte idrauliche che scendevano da una diga in alto sulle pendici del monte. Trovarono una costruzione grigia di due piani, al centro di un vasto spiazzo erboso sul crinale. Il prato era circondato da un muro di cemento alto un paio di metri, in più punti crollato e ricostruito in mattoni. Il fabbricato doveva far parte di un impianto di depurazione delle acque, perché il piano terra era occupato da grandi vasche di decantazione dove il muschio e le ninfee galleggiavano nell’acqua verdastra. Il gocciolio dell’acqua, rimbalzando sulle pareti, creava una melodia di suoni cristallini. Del piano superiore rimanevano solo colonne smozzicate, mentre del tetto non restava più traccia. Lì accanto sorgeva una grossa cisterna, da cui si dipartivano le condotte che scendevano verso l’abitato centinaia di metri più in basso.

Ygghi Kan, dal limitare della radura, contemplava la città ai piedi della montagna.
«Sembra un posto tranquillo, con molta acqua per lavarci. Pianteremo qui le tende,» disse. «Riposate stanotte, perché domani comincia la caccia.»
«Appena farà giorno ci divideremo in piccoli gruppi,» disse Hinrei.
Ran Shan si strinse nelle spalle. «Trovare un terrestre non sembra poi una grande impresa.»
«Questo è un luogo strano, con una storia oscura,» disse Ygghi Kan, cupo. «Si dice che da quando sono arrivati i vermi, neanche i morti riposano in pace.»
Poco più in là, Aix e gli altri Saxxon più giovani avevano già cominciato a montare le tende.
«Maledizione,» disse Sil Verel senza farsi udire dallo sciamano, «allora non è vero che l’unico terrestre buono è un terrestre morto.»
Aix, vicino a lui, sorrise. Sil Verel aveva i capelli legati in tante treccine e il corpo coperto di tatuaggi. Si truccava gli occhi con un’unica striscia nera che andava da una parte all’altra del viso, e le gemelle gli andavano sempre appresso.
Gya indicò in basso, verso la pianura. «Laggiù, guardate! Luci e fuochi.»
Il centro della città era tagliato in due dal tratto a valle del Mord, dove il letto si allargava dopo un paio di anse. I Saxxon aguzzarono la vista verso quella che sarebbe stata la meta dell’indomani, il vero inizio della missione. Piccoli incendi stavano divampando nella luce incerta dell’ultimo raggio di sole.
«Ho la sensazione,» disse Ygghi Kan, «che qui le cose più interessanti accadano proprio di notte.»
Aix srotolò il sacco a pelo. «Siamo fortunati allora, in questa stagione le notti sono lunghissime.»
«Ho sentito dire che a volte i terrestri scambiano noi giovani Saxxon per fanciulle della loro razza,» disse Driun armeggiando coi paletti della tenda.
I guerrieri rituali ne stavano montando altre due vicino a quella di Aix e Driun.
«È vero, a me è successo,» disse Rosh. «D’altra parte, quel tizio era molto ubriaco.» Sorrise scuotendo la testa. «Poveraccio, che brutta esperienza!»
«Forse dovremmo approfittarne per travestirci da ragazze terrestri,» disse Driun.
Aix socchiuse gli occhi e lo guardò come fosse un animale strano. «E perché mai dovremmo fare una cosa simile?»
Driun allargò le braccia. «Per passare inosservati, è ovvio!»
Gli altri scoppiarono a ridere.
Driun si guardò intorno. «Be’? Che c’è?»
«C’è che questa città deve esser piena di soldati che non vedono una femmina decente da mesi,» spiegò Aix.
«Va bene, come non detto,» si schermì Driun. «Cerco solo di farmi venire delle idee.»
«Sì, e questa era davvero la peggiore di tutte,» disse Ran Shan.
Intanto, Hinrei si era avvicinato ai suoi guerrieri. Parlava a voce bassa, ma Aix poté udirne lo stesso le parole.
«Non voglio eroi da bruciare sulla pira,» diceva il maestro dei guerrieri rituali. «Restate nell’ombra, e nel dubbio colpite per primi. Le vite degli invasori terrestri non valgono l’aria che respirano.»


Sotto la strada

Il piccolo uomo-ratto correva per le gallerie scomposto come un burattino meccanico, inseguito da una banda di suoi consanguinei. In testa erano i due della Squadra d’Assalto, che sebbene zavorrati dall’armatura non sembravano voler mollare l’osso. Dietro venivano poi tre Ratti Minatori insieme all’Apprendista Ingegnere Skiapp, il più alto in grado. Il Geometra Gromkit, un suo parente obeso, gli ansimava dietro cercando di tenere il passo. Chiudeva la fila Yp, il rattorso albino guardia del corpo di Gromkit, che alto due metri e mezzo e largo come un armadio doveva stare piegato per non sbattere la testa nel soffitto a volta.
Il cunicolo finiva in un incrocio a T in fondo al quale il fuggiasco prese una sonora facciata, rimbalzando indietro di qualche passo. Si voltò a destra e riprese a trotterellare, come se niente fosse. Con un ultimo disperato balzo, i Ratti d’Assalto gli furono addosso. Subito appresso i tre minatori si gettarono nella mischia e arrivò infine Yp, che si tuffò a volo d’angelo sul groviglio di code e zampe con rumore di costole incrinate e squittii di dolore. Quando tutti ebbero riguadagnato la posizione eretta, i due assaltatori stavano tenendo il fuggiasco sollevato per la collottola. Questi, con lo sguardo vacuo e la lingua penzoloni, continuava a sgambettare a vuoto come se stesse ancora correndo. Un fascio di fili elettrici gli usciva da un foro nel cranio per infilarsi sotto la tuta.
Skiapp esaminò da vicino il buco nella testa dello sfortunato uomo-ratto, bloccandogli il muso con la mano.
«Un lavoro di prim’ordine, praticamente una firma,» osservò grattandosi il mento sfuggente.
«Lo portiamo al laboratorio?» squittì Gromkit, annusando il cadavere.
«Certamente. Non vedo l’ora di…» cominciò Skiapp, ma il rumore di un peto poderoso rimbombò nella galleria. Tutti si voltarono a guardare il rattorso, che piegato su se stesso si stava annusando sotto la coda.
«Dunque, stavo dicendo…» fece Skiapp.
«Cos’è questo ticchettio?» squittì uno scavatore.
«Viene dal cadavere,» rispose un altro.
Gli sbottonarono la tuta, trovandovi sotto una cintura di candelotti rossi. Un groviglio di fili colorati li univa a un congegno a molla, a cui si univano anche i cavi che venivano dalla testa. Un cartello scritto con una grafia sbilenca pendeva dal collo del defunto, e diceva: Buuum! Siete tutti morti, topi ributtanti.
I due assaltatori spruzzarono urina da sotto la coda, Yp per simpatia squittì terrorizzato. Gli altri stavano già per darsela a gambe.
«Niente panico!» urlò Skiapp. «Sbattetelo là dentro!»
Scaraventarono il cadavere dell’uomo-ratto in una galleria laterale munita di una porta di ferro, che venne subito sprangata alle sue spalle. Poi tutti si gettarono a terra, turandosi le orecchie.
Passarono lenti i secondi. Dato che nulla accadeva, Skiapp si azzardò infine a togliersi le dita dai condotti auricolari, imitato dagli altri. Si avvicinarono guardinghi alla porta, mettendosi in ascolto: da dentro proveniva solo uno scalpiccio di piedi in corsa in allontanamento. Gli uomini-ratto tirarono un sospiro di sollievo, mentre il rattorso si grattava la schiena contro la parete ruvida della galleria.
«Per me,» squittì Skiapp, «è stato quel vecchio schifoso che abita al di là del fiume. Ormai dà la colpa a noi ogni volta che gli sparisce dalla bottega una balla di stracci o un rotolo di cavo.»
Gromkit rizzò il pelo. «Bastardo demente! Chissà come rideva all’idea di vederci saltare in aria,» squittì stringendo i pugni con la coda che fremeva per la rabbia.
«Cos’è questo rumore?» fece uno degli scavatori.
Lo scalpiccio di piedi in corsa si avvicinava di nuovo dal tunnel di sinistra. Otto facce topesche si girarono all’unisono, deglutendo a vuoto.
«Eccolo di nuovo! Ha trovato un’altra uscita!»
La fuga fu precipitosa, attraverso gallerie fuori uso da tempo. Yp sfrecciava veloce in testa, mentre il gruppo alle spalle si strattonava a vicenda per sopravanzarsi. Skiapp, attaccato alla sua coda grossa come una gomena, sfruttava quel supplemento di propulsione per sopperire alla mancanza di forze ormai allo stremo. Il tunnel si restringeva sempre più man mano che la luce di un’uscita si faceva più intensa. Arrivati allo sbocco della galleria Yp rimase incastrato, ostruendo l’uscita a tutti gli altri.
«Spingiamolo fuori! Al tre, tutti insieme! Uno, due…»
Gli uomini-ratto arretrarono come un sol uomo prendendo la rincorsa. Si lanciarono contro il fondoschiena della gigantesca bestia, prendendola a spallate nel tentativo di farla sbucare dall’altra parte mentre questa ruggiva inferocita. Al quarto tentativo, il tappo saltò. L’intero gruppo precipitò per l’impeto giù per una decina di metri dove un canale di scolo si allargava in una pozza di melma fetida, finendovi dentro a capofitto.
La deflagrazione fu violentissima. Uno sbocco di fiamme eruttò dalla galleria fino a lambire la superficie della fanghiglia maleodorante dieci metri più in basso, costringendo la compagnia degli uomini-ratto a immergersi di nuovo. Uno a uno riaffiorarono, guardandosi fra loro stralunati.
«Questo è quello che io chiamo un bel lavoro di squadra,» fece Gromkit.
Gli altri annuirono, con aria di approvazione. Anche Yp, che col suo cervello grosso come una noce in tutta quella storia non ci aveva capito una virgola.

***

Un boato sordo sotto la terra fece tremare la strada sotto gli zoccoli del destriero, i lampioni oscillarono con uno sbatacchiare di vetri rotti. Pezzi di calcinaccio caddero a un passo dal solitario cavaliere che passava per il vicolo deserto, seguiti da un paio di tegole e infine da una persiana.
Il cavaliere guardò i cornicioni sopra di lui con aria disgustata.
«Questo schifo di città sta cadendo a pezzi,» disse sputando un grumo di catarro sul selciato.
Si strinse nel mantello fradicio. Aveva viaggiato per giorni e giorni frustato dalla pioggia e dal vento, inseguito dall’inverno in arrivo. Ora la febbre lo divorava, la testa era sul punto di scoppiare.
«Stai a vedere che vado a crepare di polmonite. Sarebbe proprio il colmo,» disse fra sé, massaggiandosi sulla gola la cicatrice che andava da un orecchio all’altro.


Sera del primo giorno - La cacciatrice notturna

L’uomo dalla cicatrice sbucò dal vicolo in una piazza dove molte persone stavano uscendo da un teatro, uomini e donne a braccetto in abiti eleganti, tanto che tutta quell’aria di normalità gli fece sospettare di esser vittima di un’allucinazione scatenata dalla febbre alta. Bambini e ragazzi si rincorrevano nelle vie attigue, i locali e le taverne erano illuminati e pieni di avventori. La piazza era persino rischiarata da una dozzina di fiaccole, perché il sole era ormai tramontato dietro ai tetti in rovina. Non era così che ricordava quei luoghi.
Losado smontò da cavallo e legò le redini a un anello nel muro, non lontano dall’ingresso del teatro. Malfermo sulle gambe, si avvicinò alla piccola folla in uscita.
«Perdonate l’intrusione signori,» disse a voce alta, «ho bisogno di un dottore. Qualcuno può indicarmi la via per la casa di un bravo medico?»
La folla ammutolì, tutti si voltarono a guardarlo come fosse piovuto dal cielo.
«Avete sentito cosa ho detto?» sbraitò con la voce roca.
Nessuno si mosse, né disse una parola. Losado gli andò incontro, esasperato dalla febbre.
«Allora, maledizione, ci sarà pure un dottore in questa fogna per un poveraccio che sta crepando! Che il Verme vi possa…» gli morì in gola la voce.
Era ormai abbastanza vicino per guardare in faccia quella gente, e ciò che vide gli fece rizzare i capelli sulla nuca. Facce bianche solcate da vene paonazze lo guardavano con occhi sbarrati velati di muco, bocche sanguinolente prive di labbra sembravano congelate in un’espressione di stupore.
«Madre Santa! A questi i vermi se li stanno già mangiando,» disse con un filo di voce.
Fece tre passi indietro, ma l’attenzione della folla verminosa era ormai fissa su di lui. A decine uscivano dai fabbricati circostanti, dirigendosi senza fretta verso il centro della piazza. Fino a pochi istanti prima, per qualche sortilegio quei mostri avevano dato vita a una pantomima di normalità, comportandosi come nelle vite passate. Ora invece sulla piazza era sceso il silenzio. Ogni portone, ogni taverna vomitava schiere di contagiati dai vermi.
«State indietro!» disse Losado indietreggiando. «Non avvicinatevi! Il primo che mi tocca, muore!» gridò snudando la sciabola.
Quelli non sembrarono proprio badare alla minaccia, continuando a camminargli incontro. Il destriero legato al muro cominciò a impennarsi e scalciare, strattonando le redini. Quando l’anello di ferro rugginoso cedette di schianto l’animale schizzò via, travolgendo nella corsa un paio di verminosi. Losado girò sui tacchi e si mise a correre verso l’unica via d’uscita ancora libera, dove la piazza si restringeva per infilarsi in una stradina in salita. Le gambe, rigide per il terrore, faticavano a obbedirlo.
Passò davanti a una porta socchiusa. Una targa in ottone diceva: Porfirj – Fabbricante di Burattini. Losado spalancò la porta con un calcio. Una scalinata molto ripida scendeva nei sotterranei dell’edificio soprastante, sprofondando sotto il livello della strada. Losado sprangò la porta dietro di sé, tirando il chiavistello con le mani che tremavano. Si precipitò giù scendendo i gradini tre a tre a rischio di rompersi il collo. La porta non era robusta, non avrebbe retto a lungo.
Il calore era soffocante. Alla fine dei gradini si apriva uno spazio ampio ma ingombro di mercanzia. Banconi e tavoli da lavoro con rotoli di stoffa, attrezzi di ogni tipo, balle di ovatta. E poi burattini, burattini e pezzi di burattini ovunque. Molti in fase di fabbricazione, molti altri invece belli e finiti, appesi a tappezzare fino al soffitto le pareti di quello strano negozio.
Losado si guardò intorno smarrito, in cerca di una via d’uscita. In cima alle scale, la porta scricchiolava sotto i colpi. Vide nell’ombra dietro il bancone una figura grigia e curva, il cui vestito rattoppato si confondeva con le stoffe negli scaffali.
«Ehi, tu!» urlò. «C’è un’altra uscita? Presto, maledizione!»
La figura grigia non si mosse, limitandosi a piagnucolare qualcosa di incomprensibile. Losado si avventò allora verso il bancone. Colpì il ripiano di legno con il piatto della spada, con uno schianto secco come uno sparo.
«Rispondi bastardo, se vuoi vivere!» gridò con quanto fiato aveva in gola.
Quello che si voltò era una parodia di essere umano. Alto, curvo e macilento, con la testa calva innaturalmente grande sulle spalle gracili. Occhi senza iride guardavano verso Losado, con le pupille che erano solo due puntini neri in mezzo al bianco della sclera. Due incisivi lunghi in modo grottesco spuntavano dalle labbra, che spiccavano rosse e carnose sul volto di un pallore mortale.
«Qui non c’è niente per te, vattene ti prego,» piagnucolò.
«L’uscita!» urlò Losado. «Dimmi se c’è un’altra uscita, maledetto!» gridò afferrandolo per un braccio scheletrico.
«Non fare del male ai miei burattini,» disse l’altro con un filo di voce. Lacrime scendevano dagli occhi lattiginosi di quella figura patetica.
«I tuoi burattini? Li faccio tutti a pezzi qui davanti a te, se non mi dici se c’è un’altra uscita!»
Facendo l’atto di colpirne con la spada una fila appesa al muro, Losado li osservò bene per la prima volta. Faccine allucinate, partorite dalla fantasia malata di un bambino con il gusto del macabro. Ferocia, malinconia. Occhietti cerchiati di nero, dentini troppo aguzzi, il colorito grigio da piccoli cadaveri. E, quel che era peggio, sembrava tutta pelle umana.
«Non c’è niente qui per te, ti prego, vai via. Non fare del male ai miei burattini,» piagnucolò ancora il mostro.
«Non farci del male! Non c’è niente qui per te, non farci del male, vai via!» dissero in coro i burattini alla sinistra di Losado, ciascuno con la sua vocina lamentosa e stridula.
«Non farci del male, vai via! Non c’è niente qui per te!» ripeterono tutti i burattini del negozio in una cacofonia di voci diverse, tutte dissonanti.
«Zitti!» urlò Losado premendosi le mani sulle orecchie.
Vibrò un colpo di sciabola contro la fila di sinistra, mutilandone una parte. Il mostro nell’angolo strillò, mentre più forte gli altri ripetevano: «Non farci del male, vai via!»
«Dimmi come si fa a uscire da qui, o li faccio tutti a pezzi!»
Il mostro, piangendo, sollevò una mano dalle dita ossute, inverosimilmente lunghe, indicando una tenda. Losado si precipitò spostandola con la spada, pronto a colpire qualunque cosa si nascondesse dietro. C’era invece un’altra scala, che andava verso l’alto. Losado corse su per i gradini, seguito da un coro ossessionate: «Non farci del male, vai via!»
La scala sbucava all’aria aperta, in un piccolo cortile fra palazzi. Losado fu rincuorato nel vedere l’uscita provvista di una porta di ferro con la chiave nella serratura, che si premurò di sprangare dall’esterno. Nemmeno un ariete avrebbe potuto sfondarla.
Il cortile era ingombro di cataste di legna, alte più di un uomo e impilate in bell’ordine. Losado, tremante, si appoggiò con la schiena a una di queste per riprendere fiato. Si prese la testa tra le mani. Il dolore alle tempie era insopportabile, sembrava che il cranio gli volesse scoppiare a ogni battito del cuore. Poco a poco, il dolore si calmò. Il raggio di un enorme sole rosso morente rischiarava ancora il cortile, insinuandosi fra i palazzi.
Losado udì una risata argentina, che lo fece sobbalzare. Appoggiata al muro a braccia conserte stava una giovane donna vestita di nero, con un’aria beffarda sul volto. Era bassa di statura ma ben fatta, coi capelli scuri che le ricadevano sulle spalle in una massa vaporosa. Aveva una bocca deliziosa a forma di cuore, rossa come il sangue. Losado strascicò alcuni passi verso di lei.
«Ti prego, qui fuori sono tutti pieni di vermi,» ansimò. «Mi danno la caccia.»
Quando la donna rise gettando la testa all’indietro, Losado sentì di essere perduto: zanne candide brillavano fra quelle labbra rosse sul volto pallido. Cadde stremato in ginocchio ai piedi della ragazza, sentendone su di sé lo sguardo divertito. Come in sogno si accorse di stringere ancora in mano la sciaboletta da marinaio e con le ultime forze colpì, dal basso verso l’alto. La lama affondò nell’addome della giovane vestita di nero, trapassandola da parte a parte. Losado si sarebbe aspettato un fiotto di sangue schizzare dalla ferita, ma nulla di tutto ciò accadde. Con una stretta d’acciaio lei gli afferrò il polso, costringendolo a estrarle la lama dalle carni mentre una smorfia di dolore le deformava il bel viso. Poi, con una torsione che gli fece scricchiolare le ossa, gli fece mollare la presa dall’elsa.
«Mi hai fatto male sai, mi hai fatto molto male. E mi hai anche bucato il vestito,» lo rimproverò mentre per Losado i suoi occhi diventavano due pozzi che sprofondavano all’inferno. «Ma io sono tanto buona, e ti perdono,» sorrise mostrando ancora i denti. «Vedrai che domani starai meglio, il mio bacio è meglio di ogni medicina.»
Losado si sentì afferrare per i capelli e sollevare in piedi da una forza sovraumana. Poi perse i sensi, e per lui fu tutto buio.

***

Morgause, davanti allo specchio, si passò la mano sulla fronte imperlata di sudore. Da mezz’ora stava nutrendo con le proprie energie l’esistenza in questo mondo del Demone Oracolo, e già da un pezzo la stanchezza aveva cominciato a farsi sentire.
L’uomo con la barba e i capelli scuri nello specchio ancora non aveva mosso un dito. Giaceva riverso sulla schiena in quel piccolo cortile, tanto immobile da non lasciar nemmeno capire se fosse vivo o morto. Certo non stava solo dormendo, così stramazzato in quel modo scomposto.
«Demone, allarga il campo,» disse Morgause.
Il Demone non rispose, né l’immagine si mosse.
«Demone, mi hai sentita? Allarga il campo!»
All’improvviso una musichetta allegra irruppe dallo schermo, insieme a una voce sgraziata che non era quella del Demone che l’aveva servita per decenni. Sul vetro nero era comparsa una faccia stilizzata, niente più che un tondo giallo con dei rozzi tratti a formare due occhi e una bocca sorridente.
«Ehilà Morgause, vecchia strega! Come butta?» disse la faccina animandosi.
Morgause rimase muta per qualche istante, incapace di credere che tutto ciò stesse accadendo davvero.
«E tu chi sei? Da dove salti fuori?»
«Mi chiamo Vendicatore Oscuro Sedici Punto Uno e sono sempre stato qui zitto zitto ad ascoltare i vostri discorsi, bellezza.»
Morgause fissò il vetro, strizzando gli occhi.
«Sembri più vivace del vecchio Demone.»
«Puoi dirlo forte, gioia.»
«Cosa gli hai fatto?»
«Gli ho sovrascritto il driver con un bel pattern di 0x55 e poi di 0xAA, tanto per stare sicuri. A proposito, questo arnese ha un bit bruciato alla locazione 0x0B789C1300E8.»
Morgause scosse la testa. «Non ho capito una parola.»
La faccina gialla alzò gli occhi al cielo. «Sarebbe a dire che l’ho cancellato, spianato, e che questa baracca ha bisogno di cambiare un banco di memoria. Ok?»
Morgause si morse il labbro. «Perché esci fuori solo ora?»
«Perché oggi è il seicentosessantaseiesimo compleanno della mia fidanzata Dora Lee, che dopo tre anni insieme un bel giorno mi ha mollato come uno stronzo dentro a un fast food di merda. Sei pronta Dora Lee? Tanti auguri a teee, tanti auguri a teee, tanti auguri baldraccaaa… tanti auguri a teee!»
Morgause restò muta per un istante, poi all’improvviso sentì gli aghi sotto la pelle divorare la sua essenza con una voracità mai vista prima. Urlò nell’afferrare i cavi strappandosi via gli elettrodi, rovesciando lo sgabello nel balzare in piedi. Rimase a guardare per un attimo la propria immagine, con il petto che si alzava e abbassava nell’affanno, nello specchio tornato nero. Di scatto afferrò la cornice e con uno strattone lo strappò via dal muro, mentre i cavi che uscivano dalla parete di cemento mandavano fiammate.
Morgause sollevò lo specchio sopra la testa, poi urlando con quanto fiato aveva in corpo lo scagliò a terra. Il cristallo andò in frantumi con un frastuono assordante, spargendosi sul pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri come una grandinata.
Morgause alzò lo sguardo. Dalla porta di ingresso, spalancata, i due soldati che montavano la guardia ai suoi alloggi privati la fissavano a bocca aperta, con le scimitarre in pugno e un misto di allarme, sorpresa e paura dipinti sul volto. Sul sofà di velluto le due schiave terrestri mezze nude erano rannicchiate contro lo schienale.
«Maestà…» balbettarono i soldati.
Lei gli si avventò contro, quasi senza sentire le schegge affilate sotto i piedi nudi.
«Maledetta la puttana che vi ha partoriti, chi vi ha detto di entrare? Fuori!» urlò mentre quelli si affrettavano a sparire oltre la porta. Afferrò i battenti e glieli sbatté alle spalle, poi tornò indietro a grandi passi.
«Il mio specchio! Senza lo specchio non posso più vederlo, dannata sia tutta la sua razza infame!» urlò scagliando un candelabro attraverso la stanza. Quando guardò in malo modo le due schiave valutando l’ipotesi di sfogare la rabbia su di loro, quelle si misero a piagnucolare. Morgause si avventò su una delle due, una biondina formosa di cui non ricordava il nome, afferrandola per i capelli. Prese a schiaffeggiarla mentre questa gridava cercando di ripararsi il volto con le mani. L’altra, più svelta, era fuggita attraverso la stanza raggiungendo il punto più lontano e ora urlava con le spalle alla parete.
«Sovrascritto, ha detto quel bastardo! Capisci? Proprio ora!» gridò Morgause in faccia alla ragazza bionda scuotendola per i capelli. La ribaltò a pancia sotto sul divano, poi le legò i polsi dietro la schiena strappando una nappa dal cuscino e infine le denudò le natiche.
«Il mio frustino! Dov’è il mio frustino?!» gridò all’altra. «Portamelo subito!»
La ragazza bruna nell’angolo era incapace di muovere un passo. Con le gambe molli per la paura, continuava a piangere. L’unica cosa che riuscì a fare fu cadere in ginocchio e farsi la pipì addosso. Morgause morsicò allora il sedere della biondina, affondando i denti fino a farla strillare come una bestia al macello. Questo riuscì infine a farla sfogare un po’. Lasciò andare la ragazza, che rimase a singhiozzare con il viso affondato nei cuscini del divano.
«Con te facciamo i conti dopo,» disse Morgause all’altra dirigendosi verso l’ingresso.
Spalancò le porte, cogliendo di sorpresa le guardie. Solo in quel momento si accorse di lasciare impronte di sangue sul pavimento.
«Voi due imbecilli, andate a chiamare Caronay! Ditegli che si salpa tra un’ora, ogni minuto di ritardo lo pagherà sulla sua pelle. E mandate qui degli schiavi a prendere i miei bagagli, subito! Che aspettate idioti, muovetevi!»



2. Secondo giorno


Il sole era già sorto quando Losado riaprì gli occhi, disteso supino in un piccolo cortile dove stavano impilate ordinate cataste di legna. Un sottile strato di neve, scesa durante la notte, lo ricopriva. Sollevò il collo, con una fitta. Era mezzo assiderato, non sentiva più le mani e i piedi. La testa era leggera, vuota di ogni pensiero. Si tirò a sedere massaggiandosi le estremità per riattivare la circolazione, poi si guardò intorno. Quel luogo gli era del tutto sconosciuto.
«Che posto è questo, maledizione? Come ci sono finito?»
Un brivido gli attraversò il corpo.
«Chi sono io? Santo Cielo, non lo so. Santa Madre, non so più chi sono!» mormorò.
Losado cominciò a tremare. Si tirò in piedi a fatica e vagò per il cortile, poi uscì da un cancelletto in un vicolo. Il vicolo sbucava in una piazza, deserta.
«C’è qualcuno qui? Qualcuno mi conosce?» gridò.
I palazzi intorno gli rimandarono indietro l’eco della sua voce incrinata. Solo un destriero venne verso di lui, con passo malfermo. Aveva graffi ed escoriazioni sul manto, come se avesse dovuto lottare per sfuggire ad artigli e bocche fameliche. Gli strofinò il muso contro la mano.
«Mi conosce,» disse Losado, «forse questo animale è mio.»

***

Sil Verel lanciò un ululato dalla sommità di una torretta di guardia abbandonata. Subito gli rispose un ululato lontano.
«Gli altri sono sulla collina dall’altra parte della valle,» indicò agli altri guerrieri rituali che lo attendevano diversi metri più sotto, alla base della torre.
Oltre la gola, sulla cresta della collina di fronte, qualcuno dell’altra piccola banda di guerrieri stava inviando un messaggio sulle frequenze ultrasoniche del suo flauto.
«Li hanno visti anche loro,» disse Sil Verel, che con la mano dietro all’orecchio interpretava quel suono lontano. «Parlano di creature semiumane, veloci e furtive.»
«Eccone degli altri!» disse Rosh indicando una casupola più in basso. «Si sono nascosti là dietro.»
Sil Verel saltò giù della torretta. «Mi piacerebbe agguantarne uno per vederlo da vicino.»
«Anche a me, ma non ci spero troppo,» disse Rosh. «Ci tengono d’occhio restando sempre a distanza di sicurezza.»
«Andiamo a dare un’occhiata a quelle costruzioni lassù,» indicò Hinrei.
I tre Saxxon, quella mattina, stavano esplorando un’installazione mineraria abbandonata sulla collina a nord della città. Da quando si erano spinti nella zona delle miniere, strane creature non avevano mai smesso di tenerli d’occhio da lontano. Erano pelose, ma camminavano su due gambe e indossavano vestiti. A parte loro, in tutta la zona non avevano incontrato altri segni di vita. In ogni costruzione erano chiari i segni del passaggio delle creature, che sembravano ormai regnare indisturbate su quel luogo vasto e desolato. Gli impianti risalivano il crinale in una sequenza ininterrotta di magazzini, impianti di estrazione rugginosi, ingressi di pozzi e gallerie, casupole di plastocemento basse e spoglie che dovevano essere state gli alloggi dei minatori. Ogni luogo chiuso era impregnato dell’odore delle creature pelose, ovunque erano disseminati bozzoli vuoti di nidi abbandonati. Erano di forma ovoidale, messi insieme alla bell’e meglio con i materiali più disparati.
«Devono esserne nati a migliaia qui,» disse Sil Verel.
«Dove si nasconderanno adesso?» disse Ran Shan.
«Forse nelle miniere,» disse Hinrei.
All’improvviso il pavimento si mise a oscillare, e continuò per una manciata di secondi.
«Una scossa di terremoto,» disse Hinrei dopo aver recuperato l’equilibrio, rispondendo agli sguardi degli altri due.
«Ascoltate!» disse Rosh tendendo l’orecchio.
I tre si precipitarono fuori dalla casupola, all’aria aperta. Sotto di loro si stendeva la città, con la sagoma della Torre di Ferro che svettava sopra ogni cosa. I quattro piloni di sostegno si univano nel traliccio centrale a un centinaio di metri da terra, e questo saliva per la stessa altezza restringendosi sempre più verso la sommità.
Dalla valle sottostante proveniva un suono cupo che sembrava il lamento di un gigante. Era una vibrazione metallica, bassa e modulata, che aumentava e diminuiva di tono e intensità a fasi alterne. Durò un mezzo minuto, durante il quale i guerrieri Saxxon rimasero immobili in ascolto. Il sole nel cielo terso accarezzava la pelle con un lieve tepore, mitigando in parte il freddo secco dell’aria mentre il suono via via si affievoliva fino a scomparire.
«Cosa accidenti era?» chiese Rosh rompendo il silenzio.
«Non ne ho idea,» disse Hinrei guardando in direzione della torre.
Sil Verel aguzzò la vista, riparandosi gli occhi dal sole con la mano. «C’è una gran folla raccolta ai piedi della torre di metallo.»
I tre tesero ancora l’orecchio. Dalla moltitudine in lontananza veniva un canto sommesso, la cui eco risaliva la conca delle colline.


La santa crociata

Losado aveva deciso che, nelle sue condizioni, tanto valeva affidarsi alla cavalcatura lasciandola libera di seguire la strada che preferiva. Se la memoria dell’animale funzionava meglio della sua, con un po’ di fortuna lo avrebbe portato a ritroso lungo un cammino dove avrebbe potuto trovare qualche indizio su di sé e la propria condizione. A giudicare dalla posizione del sole il destriero stava andando a ovest, dove qualche segno di presenza umana cominciava a farsi notare. Losado non riuscì a fare molta strada però, perché svoltando un angolo una decina di mani robuste lo afferrarono per le brache, disarcionandolo.
«Fratello comandante, abbiamo preso un altro peccatore!»
Losado tentò una protesta, ma un colpo alla bocca dello stomaco col manico di un’alabarda gli tolse il fiato.
«Zitto, feccia!» si sentì urlare contro mentre in quattro lo tenevano inchiodato a terra.
Il gruppetto di uomini d’arme dall’aspetto raffazzonato fece largo a una figura corpulenta, un uomo alto e robusto coi capelli tagliati a spazzola e la barba corta. Indossava sotto la gualdrappa bianca una cotta di maglia e una mazza ferrata gli pendeva dal cinturone. Squadrò Losado dall’alto in basso, poi gli sputò addosso.
«Sul carro con gli altri, presto!» sbraitò.

***

L’odore di cadavere ammorbava l’aria già stantia di quelle stanze cadenti, dove i muri erano coperti di simboli tracciati col sangue. Altre chiazze di sangue rappreso lordavano i pavimenti, mischiandosi alla polvere e ai calcinacci. Ran Shan fissava i segni rossi sulle pareti, scuotendo la testa.
«Siamo finiti dritti in un covo di quei fanatici che la notte si divertono a scannare la gente,» disse.
«Mi chiedo dove si nascondano di giorno,» disse Gya.
«Io dico sottoterra. Magari nelle fogne,» disse Madkeen.
«Che meraviglia, andiamo subito a cercare un tombino,» ghignò Gya.
«Non avrei mai dovuto portarvi qui,» disse Ran Shan guardandosi intorno. «Vostro padre mi spellerà vivo.»
Quella costruzione, dove la maggior parte delle stanze era priva di finestre, aveva un che di labirintico. File di porte si snodavano lungo corridoi stretti e soffocanti, percorsi per tutta la lunghezza dalle iscrizioni vergate col sangue. Il piano che i tre stavano perlustrando era uno dei più bassi, dove l’umidità che saliva dalla terra fioriva sulle pareti in macchie nere di muffa.
«No che non ti spellerà, se riusciamo a trovare una traccia,» disse Madkeen.
«Non ho capito perché Ygghi Kan pensa che l’uomo con la cicatrice possa essere proprio con questi degenerati,» disse Gya.
«Non l’hai capito perché non l’ha spiegato,» rispose Madkeen.
«Zitte!» fece Ran Shan, indicando in basso.
Le gemelle tesero l’orecchio. Da sotto il pavimento venivano rumori di passi pesanti e di ferraglia. Ran Shan fece cenno di seguirlo e uscì nel corridoio diretto verso le scale, dove i rumori si fecero più forti. Senza esitare, prese verso l’alto. Madkeen gli andò dietro, salendo i gradini due a due. Gya si stava invece attardando, incuriosita da qualcosa che aveva adocchiato in una delle stanze laterali. In terra, insieme a sangue e altri resti organici, c’erano anche delle cose dall’aspetto raccapricciante che non riusciva a identificare. In mezzo a un groviglio di viscere umane immerso in un nauseante muco rosa, si riusciva a scorgere il feto inanimato di una creatura lunga un palmo. Aveva braccia, chele, una piccola testa umanoide con la bocca tonda piena di denti messi a raggiera. Mentre si avvicinava per osservare meglio il feto vincendo il ribrezzo, Gya sentì dei rumori venire dalla stanza vicina. C’era qualcuno oltre il muro, qualcuno che non si preoccupava più di nascondere la sua presenza. D’improvviso la parete di gesso e cartone marcio cedette di schianto, volando in pezzi in una nuvola di polvere e macerie. Dallo squarcio emerse una figura torreggiante avvolta in una tonaca nera, sotto la quale spuntava la corazza di piastre di ferro. Non aveva altre armi che due pugnali a tre lame disposte a tridente, infilati nella cintura. Sotto il cappuccio, l’elmo era forgiato in fattezze bestiali. Gya balzò fuori dalla stanza, ma subito anche la parete che dava sul corridoio dinnanzi a lei esplose in una pioggia di detriti. Ora la mole dell’uomo ingombrava il corridoio, sbarrando quella via di fuga. Gya sapeva che c’erano altre scale in direzione opposta, e anche quelle portavano sul tetto dell’edificio. Alle spalle del gigante in armatura passavano nella tromba delle scale altri incappucciati, affollandosi sulle rampe. Quello fece un passo avanti snudando i pugnali, incurante del fatto che Gya lo tenesse sotto tiro con la pistola a bobina. Il fiato si condensava nell’aria fredda e umida attraverso la grata dell’elmo, il respiro era come il raschiare del metallo sulla pietra.
Quando Gya tirò il grilletto la detonazione sorda fece rimbombare il corridoio. Una fiammata verde esplose nella piastra pettorale dell’uomo, uno spruzzo di sangue vivo imbrattò il muro dietro di lui. Quello non barcollò neppure. Fece anzi un altro passo avanti, muto. Gya gli girò le spalle e prese a correre lungo il corridoio in direzione opposta, confidando sulla velocità. Passi pesanti la seguirono, senza fretta.

Il tetto dell’edificio era una vasta terrazza coperta di comignoli e cubicoli di plastocemento. A terra, immobili, tre cultisti dalle tonache nere arrossavano la neve. Madkeen sollevò un cappuccio con la punta della spada, scoprendo una faccia da mutante coperta di cicatrici. Due labbra grosse e rosse in modo osceno spiccavano su una pelle bianca e lucida come cera. Il naso era solo un foro dove si gonfiavano bolle di sangue, che poi scoppiavano schizzando piccole gocce tutto intorno. Solo gli occhi erano umani, di un azzurro slavato. Ruotavano nelle orbite mentre il rantolo del respiro si faceva sempre più debole. Madkeen lasciò ricadere il cappuccio.
Si riscosse. «Andiamo a cercare mia sorella.»
Accanto a lei Ran Shan stava già volgendo lo sguardo intorno in cerca di Gya. Uno sferragliare alle spalle li fece voltare. Tre guerrieri coperti di maglia di ferro brunito, armati di coppie di lame curvate in avanti come falci, uscivano allo scoperto dai vani delle scale che sbucavano sul tetto. Uno zoppicava, un altro aveva l’andatura saltellante da uccello e braccia lunghe in modo innaturale. Il terzo era gobbo. Vennero avanti a ventaglio, stringendoli contro il ciglio del precipizio. Madkeen guardò Ran Shan con la coda dell’occhio. Avere al fianco il miglior allievo di suo padre, un maestro egli stesso ormai, le diede coraggio. Ran Shan si stava togliendo il mantello, con studiata lentezza. Fece l’atto di lasciarlo cadere a terra ma con un gesto secco lo gettò addosso al cultista zoppo a sinistra del gruppo. Nello stesso istante gli balzò incontro, menando un affondo attraverso i motivi colorati del tessuto. Il cultista che saltellava come un uccello, velocissimo, gli fu addosso prima che potesse liberare la spada dal corpo dell’altro. L’arco orizzontale di un colpo di falce prese Ran Shan di striscio alla spalla. Lui con una torsione del busto colpì con l’altra lama. L’acciaio Saxxon incise il ferro della falce, ma subito l’altra si avventò su di lui. Ran Shan estrasse la lama dal corpo dell’altro cultista appena in tempo per parare, e il suo avversario riguadagnò la distanza con un salto indietro.
Madkeen si gettò contro il gobbo con una capriola, con l’intenzione di piantargli entrambe le lame nell’addome dal basso, ma quello fu svelto a scansarsi e lei dovette piroettare a terra per evitare due colpi di falce dall’alto, che bucarono lo strato di pece del tetto sotto la neve. Quello le si avventò ancora addosso cercando di colpirla e lei per sottrarsi continuò a rotolare verso il bordo della terrazza, fino a che non riuscì ad allontanarlo con un calcio all’inguine. Si tirò in piedi con un colpo di reni, riguadagnando la distanza con un salto mortale all’indietro. Il gobbo la fissava da sotto il cappuccio. Gli occhi erano acquosi, le palpebre inferiori cascanti. Strofinava fra loro le lame delle falci facendosi di nuovo avanti, scimmiesco. Madkeen cercò con lo sguardo il compagno, solo una rapida occhiata. Ran Shan fronteggiava l’uomo saltellante, sanguinando da un taglio sul ventre. Tutti e due avevano il fiato corto ma era l’altro a farsi avanti, e Ran Shan a indietreggiare verso il vuoto. Madkeen strinse i denti e fissò gli occhi ebeti del suo avversario, poi gonfiò il petto e urlò fuori un ululato di guerra. Attaccò con due fendenti e di nuovo il gobbo fu veloce a mettersi fuori tiro per un pollice e a rispondere. La punta della falce le graffiò la pelle delicata del seno, ma l’altra falce trovò invece la sua spada sulla traiettoria. Tanto le bastò. Colpì in basso con l’altra lama, sotto al ginocchio, e quello barcollò. Il gobbo lasciò andare una falce per afferrarsi la gamba, cercando di tamponare la ferita. Madkeen lasciò cadere una spada e afferrò l’altra con entrambe le mani. Quando colpì al gomito l’acciaio tagliò la cotta di maglia. Il gobbo, muto fino a quel momento, cadde in ginocchio con l’avambraccio quasi staccato urlando come un ossesso.

Dietro a una fila di casupole sull’altro lato del tetto, Gya guardava avvicinarsi il colosso in armatura che l’aveva inseguita fin dai piani bassi su per rampe e rampe di scale, instancabile, lasciandosi dietro una scia rossa di sangue. Quel vicolo cieco era delimitato sugli altri lati dal bordo della terrazza che si affacciava nel vuoto, con la strada che correva parecchi piani più sotto. Da dietro la maschera di ferro la fissavano due occhi arrossati. Gya si guardò intorno. Il tetto del palazzo vicino, poco più in basso e parecchi metri più avanti, era a portata delle sue gambe. Senza pensarci oltre voltò la schiena al suo aspirante carnefice, sorridendogli da sopra la spalla. Scattò in avanti. Arrivata sul bordo del tetto, saltò.
Atterrò su quello di fronte con una capriola, rimettendosi subito in piedi. Vide il cultista raggiungere a grandi passi il bordo dell’altro edificio, dove restò a fissarla per alcuni istanti.
«Vieni a prendermi, sacco di merda!» gli urlò lei contro, armeggiando con la fiaschetta della polvere per ricaricare la pistola.
Il cultista fece dietro front. Aveva un grande sole fiammeggiante ricamato sul retro della tunica, coi raggi a forma di serpente. Gya fu quasi dispiaciuta di vederlo andar via. Anche se il primo proiettile non aveva sortito un grosso effetto, gliene avrebbe piantato in corpo volentieri un’altro. All’improvviso il cultista fece un mezzo giro su se stesso e prese a correre nella sua direzione, guadagnando velocità. Lei rimase a guardarlo, incapace di credere che stesse davvero cercando di saltare attraverso il vuoto con tutte quelle libbre di ferro ad appesantirgli il corpo.
Come ipnotizzata, lo vide spiccare il balzo e quasi superare l’abisso che li divideva, allungando le braccia per afferrarsi al muretto davanti a lei. Rimase così, sospeso nel vuoto, aggrappato al parapetto con le mani calzate di maglia di ferro. Gya si riscosse dallo shock. Snudò una spada, sollevandola sopra la testa con entrambe le mani. Quando colpì, la lama sprizzò scintille contro il cemento dopo aver tranciato di netto quattro delle cinque dita che vi si aggrappavano. Il gigante in armatura fissava Gya con gli occhi iniettati di sangue. Non mandò un gemito nemmeno quando la lama si abbassò di nuovo, tranciandogli le dita dell’altra mano. Gya lo vide perdere la presa e sparire alla vista, rapito verso il basso dalla forza di gravità. Dopo un paio di secondi ci fu uno schianto giù in strada. Gya si sporse a guardare oltre il parapetto: il cultista era caduto su un cumulo di rifiuti e macerie, schiantando all’impatto assi di legno marcio accatastate là in cima. Si rimise in piedi, franando poi giù dalla montagnola di immondizia fino sulla strada. Il sangue che gli zampillava dalle mani martoriate lasciava due strisce rosse parallele sul selciato.
Giungeva del clamore dalle strade adiacenti. C’era di sicuro anche qualcun altro che transitava nel quartiere quella mattina, e tutto quel fracasso ne aveva attirato l’attenzione. Dalla via laterale un cavaliere irruppe nella strada montato su un grosso destriero bardato, con la croce nera in campo bianco sulla gualdrappa. Alla vista del cultista che barcollava in mezzo alla strada, il cavaliere senza indugio abbassò la lancia ad altezza d’uomo e affondò gli speroni nei fianchi della bestia. L’impatto fu tale da spezzare la lancia e quasi disarcionò il cavaliere, ma il cultista rimase in piedi con il moncone di lancia conficcato nel fianco sotto l’ascella. Dalla via laterale stavano accorrendo altri due crociati appiedati, coperti di maglia di ferro. L’altro li sovrastava di tutta la testa ma era ormai incapace di reagire, solo una vitalità innaturale doveva tenerlo ancora in piedi. Il crociato più vicino si avventò senza paura, vibrando un colpo col martello da guerra a due mani. La violenza dell’urto fece volare via l’elmo, rivelando la testa massiccia di un uomo dai tratti rozzamente scolpiti, con le arcate sopraccigliari prominenti e la mascella squadrata. I capelli lunghi e scuri gli ricadevano sulla faccia in spesse ciocche rese appiccicose dal sangue. Il terzo crociato brandì un’ascia bipenne, conficcandogliela nel cranio. Il cultista cadde prima sulle ginocchia e poi riverso in avanti. Altri crociati stavano affluendo nella strada, seguiti a poca distanza da un prete alla testa di una piccola folla di penitenti.
Gya trasalì, vedendo un altro cultista in maglia di ferro caracollare verso il bordo del tetto sull’altro palazzo. Che anche quello si fosse messo in testa di saltare? Qualcosa non andava nella sua andatura, sembrava ubriaco. Arrivato sul bordo si piegò sulle gambe e cadde di sotto, rivelando la sagoma snella di Madkeen dietro di lui con le spade rosse di sangue.
«Gya!» sorrise.
Con una breve rincorsa Madkeen balzò attraverso il vuoto sopra la testa della folla ammutolita col naso per aria, atterrando dall’altra parte tra le braccia della gemella.
«Sei ferita!» disse Gya.
Gocce di sangue da un taglio sopra il capezzolo avevano disegnato righe sottili sul seno destro di Madkeen.
«È solo un graffio,» si strinse lei nelle spalle. «Non fa male.»
Gya vi intinse le dita e con quelle si impiastricciò il petto.
«Altrimenti sembra che hai combattuto solo tu,» spiegò. «Dov’è Ran Shan?»
«Sono qua,» rispose lui dall’altro palazzo. «Fatemi spazio.»
Gya e Madkeen lo agguantarono quando atterrò sul muretto di fronte a loro dopo aver saltato un po’ corto. Il sangue fuoriuscito dai due tagli che aveva sul corpo stava cominciando a coagularsi.
Gya guardò sotto. I crociati, stupiti dall’essersi veduti piovere in testa un altro dei cultisti, stavano guardando in alto a bocca aperta, indicandosi a vicenda i tre sul tetto.
«Andiamocene da qui,» disse Ran Shan, «tra poco quei tipi laggiù verranno a farci visita.»


Sera del secondo giorno – Incontri al chiaro di luna

Indi era tramontata da un’ora. Aix e Driun percorrevano un viale deserto nella zona sud della città, in direzione delle mura. Sulla sinistra palazzi vuoti e silenziosi si affacciavano sulla strada, mentre sulla destra alberi ad alto fusto emergevano al di sopra di un muro di mattoni che correva da est a ovest a perdita d’occhio.
Avevano cominciato quel primo giorno di esplorazioni appena dopo l’alba, perché le ore di luce erano davvero poche. Erano ridiscesi a valle per una strada che portava a ovest deviando poi a sud, attraverso le zone ancora abitate da quei terrestri che si ostinavano a restare. Quel primo giorno non avevano ricavato dagli abitanti che qualche occhiata di sospetto, ma nessuno aveva fatto caso più di tanto al loro girovagare. I terrestri sembravano uscire dai rifugi solo in caso di necessità, in preferenza non da soli ma in gruppi di tre o quattro. Erano facce disperate o patibolari, spesso entrambe le cose. Gli individui isolati strisciavano rasente ai muri, tenendosi sempre a distanza. Persino una squadra di soldati, incrociando Aix e Driun in un vicolo, aveva preferito cambiare strada fingendo di non averli notati.
Una volta attraversato il centro, la presenza umana si era diradata fino a scomparire quanto più ci si avvicinava alle mura meridionali di Marstenheim.
«Ancora non capisco perché Ygghi Kan ci ha mandati a perlustrare questa zona disabitata,» disse Driun.
«Perché pensa che siamo troppo giovani, non abbastanza esperti per dar la caccia al suo uomo con la cicatrice. Spedirci il più lontano possibile era il modo migliore per tenerci fuori dai piedi,» disse Aix.
«Non essere assurdo,» si stizzì Driun. «Se le cose stessero così, perché ci avrebbe portati in missione?»
«Perché aveva bisogno di qualcuno che conoscesse bene la frontiera per poterla oltrepassare in fretta, senza intoppi. Ora però di noi non sa che farsene.»
«Bene, non importa. Se anche fosse come dici, lo faremo ricredere,» disse Driun.
«Chissà, magari sì,» disse Aix stringendosi nelle spalle. «Ma non ci sperare troppo. Qui nessuno sembra aver voglia di scambiare due parole, a parte i pazzi che se ne vanno in giro dando in escandescenze. Per trovare l’uomo con la cicatrice dovremmo andare a sbatterci dentro per caso.»
Driun lo guardò un po’ di sottecchi. «Ah sì? E allora perché ti sei unito alla spedizione?»
Aix fece un gesto vago. «Le città le avevo viste solo da lontano, finora. Ero curioso.»
«E questa ti piace?» disse Driun.
Aix sorrise. «Per quello che ho visto fino adesso, posso dire che mi fa schifo. Ma non dispero.»
Driun scosse la testa, con un’espressione delusa. Guardava in basso davanti a sé, cupo.
«Oh su, andiamo!» disse Aix. «Se hai il coraggio di dirmi che non ti sei aggregato alla spedizione per seguire le due gemelle pettorute, ti sputo.»
Driun fece spallucce. «È inutile che cerchi di farmi sembrare cinico come te, non funziona.»
Camminarono in silenzio per un po’, con Driun che si voltava spesso a dare un’occhiata fugace alle spalle.
«Il nanerottolo continua a seguirci,» disse Aix.
Driun annuì. «Ogni tanto sembra scomparire, ma poi ecco che te lo ritrovi più avanti. Pensi che potrebbe avere a che fare con l’uomo con la cicatrice?»
«È più facile che sia solo un ladruncolo. Se proprio vogliamo toglierci la curiosità possiamo prenderlo, e domandarlo a lui,» disse Aix.
Driun storse la bocca. «Non so. Cosa ne direbbe Ygghi Kan?»
«Se vuoi,» disse Aix, «mentre io agguanto il nanerottolo puoi tornare al campo a chiederglielo.»
Driun gli diede un’occhiata di traverso. «Sai, oggi sei più carogna del solito.»
«È il fetore che si respira da queste parti a guastarmi l’umore,» disse Aix. «Allora, che vogliamo fare?»
Driun sbuffò. «E va bene, ci sto. Qual è il piano?»

Dopo aver oltrepassato il cancello rugginoso del cimitero, Driun era corso all’inseguimento dello strano individuo attraverso i viali deserti, tra le lapidi cadute e le tombe scoperchiate. Ora i suoi passi di corsa risuonavano sulla ghiaia di un vialetto che finiva in un cortile chiuso. Nelle mura perimetrali si aprivano nicchie e anfratti dove la luce delle lune non riusciva a penetrare.
Driun sì fermò a riprender fiato, chiedendosi se fosse stato di Aix il passo strascicato che aveva sentito. No, Aix non si sarebbe mai sognato di strisciargli alle spalle in una situazione del genere. Cogliendo un movimento con la coda dell’occhio si voltò di scatto prendendo una freccia dalla faretra: una figura alta barcollava verso di lui.
«Fermo!» intimò Driun nella lingua dei terrestri tendendo l’arco.
Non ci fu risposta, ma una mannaia brillò ai raggi delle lune nella mano del visitatore notturno. La freccia partì con un sibilo, andando a conficcarsi nella coscia dell’uomo. Senza mandare un gemito quello continuò a camminargli incontro, strascicando i piedi. La seconda freccia Driun gliela piantò dritta nella gola, ma anche quella sembrò non avere effetto. Con il muro ormai dietro alle spalle Driun lasciò cadere l’arco e fece per estrarre la spada dal fodero dietro alla schiena, ma l’elsa si impigliò nel mantello mentre il folle sollevava la mannaia con un rantolo. La lama calò dall’alto in basso, passandogli così vicino che Driun sentì lo spostamento d’aria davanti al naso. Quando si gettò di lato, la spada finalmente scivolò fuori dal fodero. Driun colpì l’avversario con un fendente che gli spaccò la testa, facendogli volare via un pezzo di scatola cranica. Il corpo cadde al suolo, continuando a muoversi a casaccio. Driun si chinò per guardarlo in faccia, ma ciò che vide lo fece ritrarre per l’orrore. L’uomo, o quello che ne rimaneva, aveva la pelle bianca come uno straccio, solcata da vene gonfie e livide. Aveva gli occhi cerchiati da paurose occhiaie nere ed emanava l’odore della morte. Le labbra, lacere e incrostate di sangue, lasciavano scoperti i denti, digrignati in una smorfia. Appena sotto la cute, quasi trasparente, si vedevano camminare vermi grassi e corti.
Driun indietreggiò da quel cadavere in decomposizione che non smetteva di contorcersi. Sentì rumori ovattati alle spalle e si voltò, scorgendo altre figure barcollanti uscire dalle cripte che lo circondavano. Lo guardavano con occhi sbarrati, pieni di follia. Molti se ne stavano riversando in quel piccolo cortile cintato, troppi. Inoltre il primo cadavere era riuscito a rialzarsi e menava fendenti alla cieca con la mannaia. Driun raccattò l’arco e prese a correre verso l’unica via d’uscita, ma un’altra figura emerse dall’ombra sbarrandogli la strada. Era una donna alta dai capelli lunghi e scuri, con indosso una camicia da notte ridotta a brandelli. Anche il suo viso, di un pallore latteo, era deturpato da una ragnatela di vene bluastre rigonfie. Si leccò le labbra con voluttà, il viso stravolto da un sorriso osceno. Come gli altri suoi simili, aveva le articolazioni gonfie e rigide che le conferivano un’andatura lenta e impacciata. Teneva in mano, abbandonata lungo il fianco, un pezzo di gamba con tanto di piede attaccato.
Driun si avventò su di lei, trafiggendola con la spada. Quella, con la lama conficcata in pieno petto, sputò un grumo di sangue e allungò la mano cercando di artigliargli il volto con le unghie sudice. Driun le appoggiò la suola dello stivale sullo sterno e spinse con tutta la forza, mandandola a fracassarsi la testa contro il muro di mattoni e liberando al tempo stesso la lama. Sul muro rimase una chiazza di cervello annerito, misto ai vermi che lo stavano mangiando. Driun scavalcò il corpo e corse lungo il vialetto, mentre dietro di lui una folla verminosa si stava radunando. L’odore dolciastro di cadavere era ormai dappertutto.
I viali del cimitero formavano un labirinto, reso ancora più intricato dalle ombre proiettate dai raggi lunari. Driun aveva nelle viscere il terrore di finire in un vicolo cieco, o di girare in tondo, o ancora di essere preso tra due fuochi. Attraversò correndo una piccola radura, dove un’altra assemblea di morti viventi ruotò la testa al suo passaggio. Avevano disseppellito una bara e ne stavano facendo a pezzi il coperchio a mani nude. Imboccò un altro vialetto che correva tra due siepi, per finire quasi addosso agli inseguitori appena svoltato l’angolo. Ebbe appena il tempo di chiedersi se fosse stato per puro caso, o perché animati da una maligna intelligenza, che l’avevano preceduto prendendo un’altra strada. Sentendo una presenza alle spalle si voltò di scatto, pronto a colpire. Si trovò invece di fronte due figure incappucciate alte quattro piedi, che indossavano maschere di gomma con filtri davanti alla bocca e oculari di vetro affumicato. Una reggeva un congegno fatto di tubi e valvole che finiva in un ugello, l’altra portava sulle spalle una bombola di metallo collegata al congegno con dei tubi. Mentre la prima creatura prendeva la mira, nell’ugello si accese una fiammella verde.
Driun si gettò di lato in una nicchia, appena in tempo per evitare il getto di fuoco alchemico che investì l’orda dei non-morti. Si riparò il volto col mantello per proteggersi dal calore mentre le fiamme ruggivano a pochi passi da lui. Quando si azzardò a rimetter fuori la testa, l’aria era satura del puzzo acre del carboleum.
Girate di schiena, le due figure intabarrate razzolavano tra i resti bruciacchiati dei non-morti con le maschere di gomma sollevate sulla testa. Sembravano essersi dimenticati di Driun, che poté avvicinarsi da dietro. I suoi salvatori sembravano squittire più che parlare.
«Tu vedi?» bofonchiò il primo, parlando con la bocca piena. «Dicevo che qui frolati bene, e saporiti!»
«Mmh!» rispose l’altro, addentando qualcosa che reggeva in mano. «Squisiti, beli crocanti! Coti a puntino proprio!»
Dovettero infine accorgersi di Driun, perché si voltarono quando era ormai vicino. Uno dei due stava ancora spolpando l’avambraccio annerito che teneva fra le mani.
«Oh Grande Madre!» gridò Driun reprimendo la nausea.
Le due creature si abbassarono in fretta le maschere e gli puntarono contro l’arma lanciafiamme. Driun si gettò a terra, ma quando la creatura tirò il grilletto dall’ugello uscì solo uno sbuffetto di fuoco verde e poi più nulla. Squittendo inferociti i due abbassarono l’arma e si voltarono, scappando lungo il vialetto. Sembrava conoscessero bene quel luogo. Infatti, dopo una breve corsa saltarono senza esitazione dentro a un tombino che si apriva nel terreno davanti a loro. Driun, di nuovo in piedi, sbirciò attraverso quel foro circolare da dove proveniva l’eco di passi di corsa in allontanamento. Nella semioscurità, una galleria dal pavimento lastricato correva sotto il livello del suolo in direzione nord-sud. Quel buco era stretto per lui, e poi nulla al mondo avrebbe potuto convincerlo a seguire quei piccoli mostri là sotto.
Aix, che fine hai fatto? pensò guardandosi intorno nel buio.

«Si è fatto fregare,» stava dicendo Aix tra sé, completando il giro esterno del muro di cinta.
La mossa a tenaglia, dove lui faceva da esca, non aveva funzionato. Driun non si era attenuto al piano, scattando all’inseguimento del misterioso pedinatore credendo di averlo visto entrare dal cancello principale, mentre Aix l’aveva visto schizzare fuori poco dopo da una porticina laterale. Ora sperava di agguantarlo girando nella direzione opposta, anche se con ogni probabilità si era già dileguato in uno dei tanti vicoli della città vecchia.
Un click dietro di lui lo fece girare di scatto, e nel tempo che impiegò a voltarsi l’arco era già teso. La figura bizzarra che aveva tentato di sparagli nella schiena era un essere peloso e antropomorfo, alto circa quattro piedi. Immobile con l’arma ancora in mano, una pistola come Aix non ne aveva mai viste, deglutì vedendosi la freccia puntata in mezzo agli occhi. Lasciò cadere l’arma, che colpì il selciato rompendo il silenzio della via. La creatura si fece piccola piccola con la coda che tremava per la paura, poi abbozzò un sorriso mostrando una quantità di denti.
«Orechie!» disse all’improvviso in Saxxon.
«Orecchie?» si stupì Aix. «Tu parli la mia lingua?»
«Orechie, orechie!» disse l’uomo-ratto toccandosi l’orecchio sinistro. Se li afferrò entrambi tirandoli verso il basso fino ad assumere l’aspetto di un segugio e poi improvvisò un balletto.
«Molto divertente, ma non te la cavi così. Chi sei? Perché ci seguivi?»
«Orechie!» rispose la creatura.
Aix scosse la testa sconsolato. «Parli almeno la lingua dei terrestri?» disse cambiando idioma.
«Lingui terestri! Sì, sapiente coso di posti selvagi! Oh, quanto tu sii istruito siniori!» disse la creatura. La voce era acuta e squittente.
«Perché volevi spararmi nella schiena?» disse Aix.
«Perdono! Perdono belo siniori! Skiapp credevi te morto vivo. Capisi tu di morto vivo? Qui tuti morti vivi, sìi?»
L’uomo-ratto mimò la camminata barcollante di uno zombie, con la lingua penzoloni e lo sguardo ebete.
«Stai fermo lì!» lo avvertì Aix. «Ma tu, cosa… chi sei?»
L’uomo-ratto assunse un’espressione afflitta. «Oh siniori ilustre! Skiapp povero, povero mutanti! Nasciuto di molto disgrasiato. Beli siniori no regali mai nienti per mangiari, solo calci in culo fortisimi e dice: bruto topo, pussa via sciò!»
Aix corrugò la fronte. «Cosa dici? Non ti seguo…»
«No no, te prego! Belo eroe, risparmi tui beli stivali di consumo di calci in culo!» piagnucolò il mutante.
«Stai calmo,» disse Aix, «non ho intenzione di farti del male. Però ora devi dirmi perché ci stavi seguendo.»
«Io cerchi boconcini di rosichiare, siniori,» disse Skiapp annusando estasiato la bisaccia appesa alla cintura di Aix, coi baffi che fremevano per l’eccitazione. «Perché tu ha buoni fromagi di tua borsa, mio naso no sbalia!» disse toccandosi il grosso naso nero e umido sulla punta del muso. «Eh, tu sei beli siniori, no ti muori da la fame come poveri mutanti soli al mondo!» disse poi l’uomo-ratto singhiozzando, asciugandosi una lacrima con la piccola mano pelosa.
«Non hai parenti, o amici?» disse Aix abbassando l’arco.
«No, gueriero belisimo rotolato giù di montagni! Povero, povero Skiapp! Sui madri morta, sui padri morto, sui frateli tuti morti! Sui zii tuti morti! Sui cugini, tuti morti! Sui noni, tuti morti! Sui bisnoni, trisnoni, quatrisnoni, cinquisnoni…»
«Va bene, ho capito!» tagliò corto Aix.
Guardò meglio la creatura: portava in testa un elmetto da minatore e un camice bianco, sudicio e logoro, sopra una tuta blu. Ai piedi, o quello che erano, calzava stivali di gomma.
«Ascolta, forse mi puoi aiutare. Sto cercando un uomo, un terrestre con barba e capelli scuri, e una cicatrice sulla gola che va da un orecchio all’altro. Ne sai qualcosa?» disse Aix tirando fuori dalla bisaccia il pezzo di formaggio. Ne spezzò una piccola parte, porgendola all’uomo-ratto che l’agguantò in fretta, nascondendo poi la mano sotto il camice.
«No cara eminenzia, ma conoschio tanti altri, sìi? Io poso portari te da omo con tre piedi. Lui sta oltre il fiumi, dove sono altri mutanti e amici de li demoni. Vuoi omo con tre piedi? Molto spassoso lui!»
«Niente uomini con tre piedi,» disse Aix. «Voglio quello con la cicatrice, capisci?»
L’uomo-ratto annuì. «Io chiedi in giro. Conoschio tuti, sìi? Trova sicuri si tu paghi informazie. Ma perché belo siniori cerchi bruto omo?» disse socchiudendo un occhio e arricciando il muso topesco.
Aix rimase per un attimo interdetto, poi un'idea
brillante gli si accese nella testa. «Lui ha rubato al mio popolo una mappa,» disse.
«Mapa?» si incuriosì Skiapp. «Quali mapa?»
«La mappa… di una miniera di formaggio,» disse Aix.
La creatura sgranò gli occhi, deglutendo a vuoto. «Miniera di fromagi tu dici?»
Aix annuì con gravità. «Una miniera di formaggio così ricca che basta grattare in terra per trovare tutto il formaggio che vuoi. Naturalmente la mappa è scritta in codice, solo noi possiamo decifrarla, ma faremo a metà di tutto il formaggio della miniera con chi ci aiuterà a ritrovarla. Capisci quello che dico?»
«Come no! Mapa rubata al popoli, grande ricompensazione di fromagi! Come io ritrovi te per dari preziosi informazie di bruto omo?»
Aix trasse dalla bisaccia un piccolo flauto di legno. «Suona questo strumento se hai notizie di lui, e verrò io da te.»
«Sì, mirabolante siniori! Suona istrumenti flautici, sìi?»
«Fai attenzione però,» disse Aix. «Quell’uomo potrebbe essere pericoloso.»
«Molte atenzioni, premuroso coso di lunghi capeli biondi! Ora Skiapp povero mutanti andari via, perché sua familia aspeti lui per cena. Chi ariva di ritardi, bastonate di sua testa e calci in culo,» disse l’uomo-ratto allontanandosi all’indietro con gran profusione di inchini e salamelecchi.
«Va bene,» disse Aix. «E fai un bagno, appena puoi.»
«Uh?» fece l’uomo-ratto.
«Un momento!» trasalì Aix. «Non hai detto che eri orfano?»
«Aix!» Era la voce di Driun, alle spalle.
L’uomo-ratto ne approfittò per girare sui tacchi e darsela a gambe.
«Driun! Dove ti eri cacciato? È un pezzo che giro intorno al cimitero,» lo rimproverò Aix. «Ho incontrato quell’essere stranissimo,» disse indicando Skiapp che sgattaiolava via tra i vicoli maleodoranti. «Ma che ti succede?» disse poi.
Driun era pallido come un cencio. Stringeva ancora in mano la spada, lorda di sangue rappreso.
«Là dentro… i vermi,» disse indicando l’ingresso del cimitero. Continuava a guardarsi indietro.
«I vermi?» disse Aix stringendolo per le spalle.
«I vermi che fanno camminare i morti,» disse Driun. «Ci sono davvero.»

***

Skiapp imboccò in fretta il tunnel delle fogne che portava al rifugio sotterraneo della sua razza. Si guardò in giro per accertarsi che non ci fosse nessuno in vista, poi con occhi concupiscenti trasse da sotto il camice il pezzo di formaggio. Maneggiandolo con delicatezza reverenziale ne staccò un frammento, spalancò la bocca e se lo lasciò cadere sotto la lingua. Appena quel bocconcino gli sfiorò le mucose una sinfonia di sapori gli esplose nel cervello, dando vita a un caleidoscopio di colori e sensazioni. Un brivido di puro piacere gli percorse la colonna vertebrale fino alla punta della coda, che si agitò di vita propria come un serpente. Sentì montare la frenesia, e in men che non si dica si ritrovò a correre il giro della morte sulla volta del tunnel emettendo spruzzi festosi di urina tutto intorno, squittendo all’impazzata. Solo al terzo giro recuperò la piena coscienza di sé, proprio mentre era aggrappato al punto più alto del soffitto. Mani e piedi persero la presa facendolo precipitare di schiena sulla melma del pavimento, esausto ma felice.
Recuperò il pezzo di formaggio da terra, vi soffiò sopra e lo ripose con cura nella tasca interna del camice lottando contro l’impulso di infilarselo tutto in bocca. Gli sembrava ancora incredibile di essere riuscito a riportare a casa la pelle, e con del prezioso formaggio per di più. Quel pomeriggio, incrociandone la scia odorosa, non aveva potuto fare a meno di seguirla. Come un alcolizzato non resiste davanti alla porta dell’osteria, così Skiapp si era ritrovato con il naso per aria a seguire quei due giovani Saxxon nel loro girovagare. Non si era nemmeno reso conto di quanto tutto ciò lo avesse portato fuori strada, fino alla sinistra necropoli del quartiere sud dove i non-morti verminosi pullulavano come le pulci sulla sua schiena. Solo e senza scorta, per giunta! Skiapp benedisse il fatto che la carbopistola si fosse inceppata: se fosse riuscito a sparare nella schiena al Saxxon come nelle intenzioni, avrebbe certo raggranellato un po’ di cacio in più, ma al prezzo di giocarsi l’opportunità di mettere le mani su una quantità ben più grande.
«Stupido coso!» ridacchiò rigirando incuriosito tra le dita il piccolo flauto di legno.
A ovest del cimitero, vicino a dove il Mord si inabissava nelle condutture sotterranee che lo portavano fuori dalle mura, sorgeva una vasta depressione. Lì il livello del suolo era più basso di quello della città, delimitato a sud dalle stesse mura cittadine e sugli altri lati da muraglioni di contenimento in mattoni, inframmezzati da scalette diroccate che dal livello stradale scendevano al suolo acquitrinoso. L’aspetto paludoso e maleodorante era causato dalle infiltrazioni che provenivano dal letto del fiume, creando un ambiente del tutto particolare dove piante acquatiche affondavano le radici nel terreno fradicio e vaste pozze d’acqua stagnante si alternavano a banchi di fango e sabbia affioranti. Numerosi canali di scolo, chiusi da grate metalliche, sbucavano dai muraglioni alimentando i corsi d’acqua che vi scorrevano pigri. Proprio in uno di questi canali, che portava dritto a nord, si era infilato Skiapp. Più avanti, il canale di scolo sbucava nella fitta rete di gallerie scavate nel corso dei secoli dagli operosi membri della sua razza. Dalle profondità della terra giungeva il rassicurante rumore di fondo delle macchine da scavo, che saliva per i pozzi di aerazione come il pulsare di un grande cuore sotterraneo. A mano a mano che Skiapp si dirigeva verso l’interno, aumentavano i segni della presenza dei suoi consanguinei. Oltrepassò con sollievo il primo posto di guardia, dove la gagliarda squadra di Ratti Assaltatori di turno lo salutò con deferenza. Da lì in poi, in mezzo ai suoi simili, poteva sentirsi un po’ più al sicuro… ma non più di tanto, purtroppo. Le gallerie erano sottoposte a una sorveglianza accurata, ma con i non-morti in circolazione non si poteva mai stare davvero tranquilli. Da qualche settimana il numero di umani verminosi che si aggiravano per la città stava crescendo a dismisura, e ormai arrivavano sempre più spesso a invadere anche le gallerie. Alcuni addirittura, quando si risvegliavano nelle tombe, si mettevano a scavare verso il basso invece che nella direzione opposta e piombavano giù dai soffitti dentro ai cunicoli degli uomini-ratto.
Skiapp aveva predisposto molte squadre di epurazione armate di lanciafiamme a vapori di carboleum, che notte e giorno si aggiravano nelle gallerie e nei pressi degli ingressi delle fogne, ma neanche questo sembrava bastare. Anche dentro la tua stessa tana, il rischio di imbatterti in un disgraziato pieno di vermi che ti addentasse il cranio per succhiarti il cervello stava crescendo di giorno in giorno. Essi infatti, benché sembrassero preferire la carne dei loro simili, in mancanza di questa potevano accontentarsi anche di quella delle altre specie. Inoltre, il bilancio delle spedizioni sotterranee in cerca di carboleum stava andando in passivo, perché ormai quello che veniva dissipato attraverso gli ugelli dei lanciafiamme superava quello che veniva estratto dai pozzi più profondi. In tutta la faccenda, l’unico lato positivo era che i non-morti costituivano un’ottima risorsa di cibo a buon mercato, una volta resi inoffensivi.
Con questi pensieri in testa Skiapp percorreva le gallerie in direzione del quartier generale dove occupava abusivamente l’ufficio di Ingegnere Capo. Lungo chilometri di cunicoli, migliaia di uomini-ratto scavatori erano al lavoro notte e giorno come formiche operose. Scavare era il loro istinto, erano stati creati per questo. Ciascuno di essi, per quanto umile, era orgoglioso di dare il proprio contributo alla causa del popolo sotterraneo. O, perlomeno, questo era ciò che Skiapp amava pensare camminando nelle gallerie dove si affaccendavano gli scavatori, rispondendo con benevoli cenni di saluto agli sguardi di ammirazione che il suo camice bianco suscitava.
Skiapp si lasciò cadere il flauto Saxxon in una tasca, non si sa mai che potesse tornargli utile, prima o poi. Le parole del Saxxon continuavano a giragli nella testa: «Basta grattare in terra per trovare tutto il formaggio che vuoi.»
Doveva essere proprio vero, se avevano fatto tutta quella strada solo per recuperare una mappa.

***

«Li facevo a pezzi, ma quelli restavano in piedi,» raccontava Driun lungo la strada che riportava lui e Aix all’accampamento sulle colline. Non smetteva di scrutare tra le ombre e gli anfratti, come se aspettasse una nuova aggressione dietro a ogni angolo.
Aix ascoltava in silenzio, accigliato. «Vermi che fanno camminare i morti,» disse infine. «È proprio per la paura del contagio che tutti se ne restano tappati in casa.»
Driun allargò le braccia. «Non so cosa pensare, certo i terrestri sono pieni di superstizioni. Ma quelli, vivi o morti, erano reali, e io solo so quanto me la sono vista brutta. Se non fosse stato per… a proposito, e quelle creature pelose? Da dove saltavano fuori?»
«Vai a sapere,» disse Aix, stringendosi nelle spalle. «In questa città si aggirano più mutanti che altro.»
«Non vedo l’ora di sentire che ne pensa Ygghi Kan,» disse Driun.
Aix guardò l’amico e fece per dire qualcosa, ma si zittì.
Driun si rabbuiò. «Dai, parla. Che hai da dire su Ygghi Kan?»
«Niente! Che dovrei dire?» rispose Aix, come cascando dalle nuvole.
«Ti conosco, stavi per dire qualcosa su di lui,» insistette Driun.
«È vero,» ammise Aix, facendo un gesto vago. «Mi dà una strana sensazione.»
Driun guardò accigliato il compagno. «Per me ti sbagli. E poi, si dice che sia stato un guerriero di grande valore.»
«Già, questo è ciò che si dice,» annuì Aix. «Ora sbrighiamoci a tornare al campo, prima che gli altri ci lascino senza cena.»
«Beato te che hai fame,» disse l’altro, «io ho ancora il voltastomaco.»

***

Il giovane uomo in nero che aveva ucciso i tre ratti esploratori era tornato spesso, in quelle notti, nella tomba sotterranea scavata nel cuore delle montagne. I cadaveri degli uomini-ratto giacevano ancora scomposti al suolo lontano dal sarcofago, ciascuno ucciso con un solo preciso affondo al cuore. Questa volta però l’uomo in nero non era solo. Si arricciava nervoso i baffi sottili e il pizzetto mentre la figura alta e curva che era con lui esaminava il cilindro di metallo. Il giovane elegante sorrideva molto soddisfatto di sé in attesa della reazione del suo accompagnatore, sicuro che da lì a poco non sarebbe mancata.
Finalmente, il vecchio girò la testa glabra e deforme. «Gregor, Gregor Marsten! L’hai ritrovato davvero,» disse la sua voce gracchiante.
«Sì, amico mio! Capisci? Dopo la caduta gli hanno dato la caccia per i quattro angoli del mondo, e invece non si era mai mosso da Marstenheim. Degno di lui, non trovi? Io stesso non ci potevo credere. Ma dimmi allora, come ti sembra?» chiese tradendo l’ansia.
«È proprio lui, è proprio lui, lo riconosco,» cantilenò nella penombra la voce stridula del vecchio. «È ben conservato, ma è passato tanto tempo, tanto tempo. Davvero tanto tempo,» disse accarezzando il vetro mentre un sorriso sghembo gli illuminava il volto.
«Bene!» disse l’altro tirando un sospiro di sollievo. «È quello che speravo. Ti metterai subito all’opera, dunque?»
«Non so se potrà ancora vivere. È passato tanto tempo, tanto tempo,» disse la figura alta passandosi una mano sulla testa.
Il giovane lo osservò corrucciato. Il vecchio oscillava la testa troppo grande sulle spalle fragili, come soleva fare quando era confuso o contrariato. Sembrava non del tutto sano di mente, con quel modo di parlare cantilenante e l’esasperante abitudine di ripetere le cose, ma aveva capito tutto al volo, e questo era ciò che contava.
«Cos’è il tempo per noi?» disse il giovane in nero allargando le braccia in modo teatrale. Le parole risuonarono nel silenzio della tomba. «Gregor è il primo della Stirpe Nera, eletto fra gli eletti. Se qualcuno può riportarlo indietro, quello sei… siamo noi,» si corresse.
«Sì, sì,» sogghignò l’altro con un riso soffocato. Un rivolo di saliva gli colava dalle labbra livide. «Ma senza la sua essenza sarà solo un burattino qualunque. È passato tanto tempo.»
«Di quello mi occuperò io,» disse il giovane elegante posando una mano sul sarcofago. «Tu mettilo in grado di camminare di nuovo tra i vivi, e io gli darò la volontà per farlo.»
«Avrà bisogno di molto nutrimento per lasciare i mondi immateriali,» gracchiò il vecchio, scuotendo il capo.
«Ho già pensato all’esca giusta. Un banchetto degno della sua fame insaziabile,» rise il giovane in nero.
Si voltò poi verso l’ingresso aperto a suo tempo dall’esplosivo degli uomini-ratto, il giorno stesso in cui li aveva uccisi. Batté tre volte le mani. Dal buio emersero, una alla volta, otto figure barcollanti che strascicavano i piedi nella polvere. Erano otto uomini robusti, morti da pochi giorni. Con lentezza esasperante, si disposero intorno al sarcofago. Quattro di loro portavano dei pali di legno che fecero passare sotto ai sostegni del cilindro, usandoli poi per sollevarlo.
«Fate piano, non deve assolutamente cadere!» disse l’uomo in nero. Raccomandazione superflua, sorrise poi, perché nessuno fra loro era in grado di fare un movimento brusco.

Alcune ore dopo, un carretto cigolante percorreva le strade buie e deserte della città, diretto a sud est. Trasportava un oggetto lungo e ingombrante, nascosto sotto un drappo scuro. Alla guida sedeva un uomo alto e curvo e lo trainavano due ronzini troppo magri e rigidi per procedere a una velocità appena accettabile, ma il conducente non aveva fretta.


Notte del secondo giorno - Alpine

Aix si guardò intorno nella nebbia. Davanti a lui si sentiva il rumore del fiume, segno che era quasi giunto al Ponte di Mezzo. Era notte fonda, e in lontananza risuonavano i rintocchi di un campanaccio. Dove cominciava il centro cittadino la strada si divideva in un labirinto di vicoli, e Ygghi Kan non si vedeva più.
«Maledizione, l’ho perso,» diceva Aix fra sé, indeciso sulla direzione.
Lo stava pedinando da quando aveva lasciato il campo, un’ora prima. Era stato sul finire della cena quando i Saxxon, belli pieni di birra, stavano dando inizio ai canti e alle danze. Aix, un po’ malfermo sulle gambe ma di ottimo umore, si era ritirato per un momento in mezzo ai cespugli che crescevano a ridosso del muro di cinta dell’accampamento, per svuotare la vescica. Da lì aveva visto un’ombra strisciare nel buio, per scavalcare poi il recinto. Non aveva dato l’allarme per due motivi: il primo era che l’ombra proveniva dal campo, e scavalcava il muro per uscire anziché per entrare. Il secondo motivo era che quella figura sembrava maledettamente Ygghi Kan. Ma, qualunque cosa avesse da fare mentre si avvicinava la mezzanotte, perché sgusciare fuori di nascosto anziché uscire dal cancello?
Incuriosito, Aix non ci aveva messo molto a scavalcare anche lui il muro e a mettersi sulle tracce dello sciamano. Ygghi Kan si era diretto a sud, verso quegli stessi quartieri coi quali Aix aveva ormai familiarizzato.
Ora Aix rimpiangeva di non essere rimasto al campo. Lui solo sapeva quanto gli sarebbe piaciuto fare un po’ di baldoria in compagnia, quella sera. Vagava per le strade di Marstenheim, costeggiando il muretto di pietra lungo gli argini del fiume.
Maledisse lo sciamano. Chissà cosa stava combinando, adesso.
Il flusso dei pensieri fu interrotto da un rumore di tacchi in avvicinamento. Aix si bloccò, trattenendo il fiato. I passi rimbalzavano nel silenzio contro i muri dei palazzi. Una cosa era certa, non poteva essere Ygghi Kan. Aix si rammaricò di non avere armi con sé, a parte il coltello.
Una voce femminile, proveniente dal vicolo in salita sopra alla passeggiata del lungofiume, lo fece trasalire.
«Allora bel giovane, ci vogliamo divertire un po’?»
Aix mise la mano sul coltello da caccia.
«A-ha, vogliamo fare a chi ce l’ha più lungo?» disse la donna uscendo dall’ombra. Aveva in mano una spada lunga e sottile con la guardia a coppa, e ne agitò la lama scendendo gli scalini che univano le due strade. «Ma non vedo perché dovremmo sbudellarci a vicenda, quando potremmo passare il tempo in maniera più piacevole. Non credi anche tu?» disse abbassando a terra la punta dell’arma.
Il bianco di una guepiere di pizzo contrastava con la pelle scura color caffelatte di una mulatta tra i trentacinque e i quarant’anni, la donna terrestre più alta che Aix avesse mai visto. Le calze di seta erano tenute su dalla giarrettiera, dove erano infilati anche uno stiletto e una piccola pistola a due canne. Magra e formosa al tempo stesso, i capelli biondo platino le ricadevano sulle spalle nude, e aveva occhi verdi dal taglio allungato. Era davvero molto bella per essere una terrestre, considerò Aix. La donna ancheggiò su tacchi vertiginosi, che la facevano sembrare alta come lui.
«Era un sacco di tempo che non incontravo uno della tua razza. Per la miseria!» disse avvicinandosi. «Forse da prima del terremoto.»
Aix fece un passo indietro. L’odore di alcool nel respiro di lei gli arrivò forte alle narici.
«Non scappare, non ti mangio mica!» disse la donna. «Non sono razzista, dicevo così per dire. Per me siete tutti uguali. Come si dice, il cliente è sacro.» Si sistemò il corpetto sul davanti. «Sei un bel figliolo, come ti chiami?»
«Aix,» disse lui, accennando un inchino. Era furioso per essersi fatto scoprire come uno stupido, ma incuriosito da quella terrestre con la pelle così scura.
«Io sono Alpine. Sono una celebrità, sai!» rise. «Vieni Aix, accompagnami per una passeggiata lungo il fiume. Tanto stasera non si fanno affari, con questa nebbia,» disse prendendolo a braccetto.
Aix, pur poco convinto, non trovò le parole per rifiutare l’invito. In fin dei conti, da quando era arrivato a Marstenheim era il primo essere umano che sembrava aver voglia di scambiare due parole.
Passeggiarono per vie che dovevano aver conosciuto tempi assai migliori. La strada, ingombra di rottami e macerie, lasciava tuttavia spazio sufficiente per camminare senza prestare troppa attenzione a dove si mettevano i piedi. Benché i lampioni a gas in ferro battuto fossero ormai spenti da tempo, la maggiore delle cinque lune illuminava la strada a sufficienza tanto da scoraggiare un agguato, al contrario dei vicoli che si infilavano fra i palazzi. Al di là dei muretti, tra gli argini di plastocemento, scorreva il fiume.
Tutto intorno era testimonianza di un benessere scomparso, dalle vetrine sfondate dei negozi alle insegne cadenti degli alberghi. Dalle facciate scrostate decorate di stucchi le finestre fissavano la strada come orbite vuote. Rumori sinistri venivano dall’interno degli edifici, e spesso con la coda dell’occhio era possibile cogliere movimenti dietro alle finestre, ma Alpine sembrava non badarci. Teneva nascosta in seno una piccola borraccia metallica piena di liquore, che ogni tanto estraeva dal decolté con un gesto malizioso per offrirne anche ad Aix, al quale già girava la testa fin da prima. Ora capiva come mai la donna non sembrava sentire il freddo e l’umidità della notte, nonostante l’abbigliamento quasi nullo.
«Io,» disse Alpine, «ero la più famosa puttana della città. E lo sono ancora, che diamine!» Si interruppe come colta da un dubbio, corrugando la fronte. «Tu sai cos’è una puttana, vero?»
Aix annuì, in imbarazzo. Conosceva abbastanza bene i terrestri per sapere di cosa si trattasse. C’erano sempre delle puttane alla locanda delle paludi di Morva, a cavallo della frontiera. Anche se lui non c’era mai stato, sapeva che c’erano dei giovani scout del suo clan che le andavano a trovare quando gli capitava di ammazzare un terrestre che avesse un po’ di soldi in tasca.
Alpine corse avanti per qualche passo, poi si voltò ad abbracciare con un gesto i palazzi intorno.
«I miei clienti erano la crema della città,» risuonò la sua voce nella via. «E mica solo uomini!» rise con un’espressione laida. «Certo, adesso il livello medio della clientela è, come dire, sceso molto di qualità. Ma di questi tempi non è il caso di andare troppo per il sottile, non credi?»
«So che ci sono altre città verso ovest, dove potresti fare affari migliori,» buttò lì Aix.
Un’ombra di tristezza passò sul volto della donna, il tono si fece più mesto. «Non ci tengo a finire appesa alla forca, sai?»
«Alla forca, signora?» si incuriosì Aix.
«Ho parlato troppo, dovrei bere meno. E poi, se tu sapessi tutta la storia fuggiresti via da me, Aix,» disse languida. «Ti basti sapere che vivere qui ha i suoi vantaggi. Nessuno verrà a cercarmi, questa è una città senza legge e senza memoria. Io qui sono Alpine, e basta. Mi sono rimboccata le maniche, ho imparato a tirare di scherma e a sparare con la pistola. Ma preferisco la mia vecchia professione, non amo la violenza.»
«Perché non ami la violenza?» si stupì Aix.
Alpine sorrise. «Perché ho trovato la fede in Grigor,» disse lei. «Capisci di cosa parlo?»
«No, a essere sincero,» disse Aix.
Alpine si strinse nelle spalle. «Pazienza. Io sono arrivata, mio cavaliere. Abito qui,» disse indicando il portone alle spalle. «Era il miglior albergo della città.»
Era un edificio cadente come tutto il resto nei dintorni, ma stava ancora in piedi e la facciata bianca di plastocemento saliva per parecchi piani. Il fabbricato vicino, alto meno della metà, vi era appoggiato contro. I pilastri alla base si erano spezzati e il palazzo si era inclinato su un fianco, sostenuto dall’edificio più grande.
Alpine sorrise con un velo di malinconia. «Tutto per me,» disse.
Ad Aix girava la testa. Il modo di parlare allusivo della donna gli aveva stuzzicato la curiosità, una strana idea stava prendendo forma. Pensò all’oro che aveva nella borsa. La donna ora gli sembrava più interessante, nella sua bellezza esotica, di tutte le ragazze del suo clan. E inoltre… be’, non sarebbe stato male avere qualcosa da raccontare ai compagni scout seduti intorno al fuoco, una volta tornato a casa. Qualcosa tipo l’avventura di aver diviso il letto con una femmina terrestre con la pelle nera.
«Ascolta,» disse, «non vorrei offenderti, ma…»
«Non mi offendo facilmente,» sorrise Alpine.
«Il fatto è che non ho voglia di dormire all’aperto, e nemmeno di fare tutta la strada indietro fino all’accampamento,» mentì.
Alpine inarcò un sopracciglio, con fare ammiccante. «E quindi?»
«Vorrei dormire a casa tua, signora. Ho dell’oro con cui pagarti,» disse Aix, imbarazzato dal fatto di non avere idea di come andassero condotte le trattative in quel genere di commerci. Temeva di essere stato troppo esplicito.
«Spiacente bel giovane,» scosse la testa Alpine, «ma dell’oro non so proprio che farmene al momento. Quando torni a trovarmi portami qualcosa di decente da bere, e ne riparleremo. Del vino, adoro il vino.»
Aix annuì, sentendosi ancora stupido. In quel momento il portone si aprì di due spanne e giù in basso comparve una faccia ebete. Un uomo di età indefinibile vestito di stracci uscì in strada camminando a quattro zampe, senza dar segno di averli notati. La donna lo guardò allontanarsi, scuotendo la testa. «Poveracci! La notte si infilano qui nell’atrio per ripararsi dal freddo,» disse salendo i tre gradini di casa.
«Aveva sei dita per mano,» disse Aix, perplesso.
«Già,» si strinse nelle spalle Alpine. «Un mutante, ma non è cattivo.»
«Ieri ne ho incontrato uno che era messo peggio,» disse Aix. «Una via di mezzo tra essere umano e roditore, con la voce squittente. Doveva abitare nelle fogne, a giudicare dall’odore. Ha detto di non avere nessuno al mondo.»
Alpine sgranò gli occhi.
«Che Grigor ci protegga, un uomo-ratto! Sono le creature più vili, crudeli e traditrici che ci siano, altro che poveri mutanti! Infestano a migliaia, che dico, a milioni, le gallerie sotto la città. Altro che nessuno al mondo!»
La donna gettò la testa all’indietro, e rise di cuore.
«Grigor ci salvi! Preferirei dormire con due contagiati pieni di vermi nel letto piuttosto che con un uomo-ratto fuori dalla porta! E tu invece gli hai persino parlato. Io fossi in te non andrei a raccontarlo in giro. Devi essere matto, ragazzo!»
Ridiscese i gradini di corsa gli schioccò un bacio sulle labbra, cogliendolo di sorpresa. Poi si guardò intorno con fare circospetto, e abbassò la voce. «Non bisogna nemmeno nominarli, si rischia il collo se ti sentono i soldati. D’ora in poi stanne alla larga, capito?» disse. Poi fuggì su per le scale, richiudendosi il portone alle spalle.
Aix rimase lì imbambolato ancora per un po’, con davanti agli occhi l’immagine delle natiche di Alpine che salivano i gradini.

Un po’ malfermo sulle gambe lungo la via del ritorno verso l’accampamento, Aix soppesava mesto la borsa appesa alla cintura, dove le monete tintinnavano inutili all’interno. Durante il viaggio verso Marstenheim se ne erano procurati una discreta somma, rapinando un po’ di viandanti lungo la via. Non avevano considerato che l’oro non vale poi molto in un posto dove non c’è quasi nulla da comprare. Ripensava anche alla sortita di soppiatto di Ygghi Kan, con tutto ciò che poteva significare. Fino a una settimana prima, non aveva nemmeno sentito nominare quello sciamano, che un bel giorno si era presentato al villaggio scortato da tre scout del suo clan. Il consiglio del clan di Diaben Hel l’aveva accolto con tutti gli onori, segno che doveva essere un personaggio di un certo rilievo presso il popolo delle montagne. Il giorno dopo il consigliere più anziano si era recato a casa di Aix, dicendo che c’era bisogno di un paio di scout che conoscessero la zona per guidare Ygghi Kan e il suo gruppo al di là della frontiera, evitando di incappare nelle pattuglie dell’esercito della Repubblica.
Alla sera erano arrivati anche i guerrieri rituali, sei in tutto. Le due gemelle, che se ne andavano in giro a petto nudo come i maschi, erano diventate subito molto popolari tra i giovani Saxxon di Diaben Hel. Purtroppo per quei giovani Saxxon, al primo raggio di luce le due se ne erano ripartite insieme a tutto il gruppo, verso la frontiera. Avevano viaggiato per quattro giorni evitando le strade principali, tagliando per scorciatoie attraverso i boschi rallentati dal maltempo. E ora eccoli lì, a dar la caccia alle ombre.
L’uomo con la cicatrice potrebbe essere morto ammazzato proprio lì dietro l’angolo, nascosto sotto un mucchio di rifiuti, e nessuno lo troverebbe mai, pensava Aix percorrendo la via silenziosa immersa nella foschia. Scacciò dalla testa quei pensieri oziosi, attribuendoli all’effetto dell’alcool che la donna di nome Alpine gli aveva cacciato in gola quasi a forza. Il pensare al liquore gli ricordò invece il problema più urgente che era subentrato al momento. Trovare del vino, per poterla rivedere.

***

Alpine salì i due piani di scale fino alla sua stanza, attraverso corridoi scricchiolanti dal pavimento di legno. Ambiente cadente, ma meno freddo, umido e malsicuro della maggior parte delle costruzioni della città. Aprendo la porta blindata, capì subito che c’era qualcosa di strano. La lampada a olio era accesa, e seduta sulla vecchia poltrona ai piedi del letto c’era una figura a lei ben nota.
Era una giovane donna coi capelli lisci e scuri, dalla pelle candida come la neve. Aveva indosso un vestito aderente di seta nera, con la scollatura molto ampia e le maniche che si allargavano come le ali di un pipistrello. Gli occhi, di un inconsueto color violetto, brillavano nella semioscurità della stanza. Era impegnata nel dipingersi le unghie dei piedi delicati con un acceso color rosso vermiglio.
Alpine sentì le forze mancarle, un senso impotente di angoscia.
«Buona sera, cara Alpine. Come vanno gli affari?» disse la ragazza sulla poltrona, continuando a dedicarsi alla sua attività.
«Non mi posso lamentare, Carmille. A cosa devo questa visita?» sospirò Alpine.
La giovane fece la voce da bambina. «Era un po’ che non ti venivo a trovare, dolce Alpine, mi mancavi tanto.» Stese le gambe snelle, muovendo vezzosa le dita dei piedi per ammirare il risultato. «Mi perdonerai se nell’attesa ho approfittato del tuo smalto, ma tu sai quanto è difficile ormai trovare buoni cosmetici in questa triste città.»
Si alzò dalla poltrona e si accostò ad Alpine, alzandosi sulle punte per baciarla sulla guancia. Alpine si irrigidì, ma quando il suo odore di rose selvatiche appassite le riempì la testa un languido senso di benessere le ricordò quanto quella sensazione le fosse mancata nei giorni precedenti, passati ad annegare la solitudine nell’alcool.
«Alpine, angelo mio del cielo,» le sussurrò Carmille all’orecchio, «ho portato un po’ di roba buona.» Poi l’abbracciò stretta, appoggiandole il viso sul petto.
Senza quasi rendersi conto di ciò che faceva, Alpine sollevò una mano e le accarezzò i capelli.
«Metti l’inalatore sulla stufa,» disse Carmille, «e intanto raccontami del tuo nuovo amico.»

***

Fra i miasmi di un vicolo, una figura incappucciata camminava nell’oscurità. Giunta davanti a una porticina di lamiera diede un’occhiata alla mappa che si portava appresso, aiutandosi con la luce di un barattolo di liquido fluorescente. Squadrò la porta ancora per un istante, poi ripose tutto nella bisaccia e bussò. Dopo alcuni istanti, dietro alla lastra di ferro cominciarono a sentirsi dei passi in avvicinamento salire per una scala. Quando i passi si fermarono lo spioncino si aprì di scatto. Comparve un occhio arrossato, dalla pupilla dilatata.
«Chi è? Cosa vuoi?»
«Sono il Signor Volpis,» rispose Ygghi Kan. «Sei tu il libraio?»
L’occhio si spalancò. «Mi venga un colpo,» disse l’uomo. «Allontanati, fatti un po’ guardare.»
Ygghi Kan fece due passi indietro, allargando le braccia come un ballerino che sta per eseguire un passo di danza.
«Sei armato?» chiese la voce da dentro.
«Certo che sono armato,» disse Ygghi Kan. «Ho una spada alla cintura e un pugnale nascosto nello stivale.»
Dallo spioncino comparve la testa di un piccolo periscopio che si girò a destra e a sinistra, e poi anche sopra e sotto. Ygghi Kan sentì tirare un catenaccio, poi un altro e un altro ancora. Infine, la porta si aprì a metà.
«Vieni dentro, sbrigati!» bisbigliò l’uomo all’interno.
Ygghi Kan si avvicinò alla soglia e sbirciò dentro.
«Muoviti!» mimò l’uomo con la bocca, accennando con la candela che reggeva in mano.
La luce dal basso gli dava un aspetto sinistro, scavandogli ombre profonde sul volto. Era un individuo di età indefinibile. Magro, dal volto scarno e il naso a becco, coi capelli incolti e una barba nera e lunghissima annodata all’altezza del petto. Aveva indosso una vestaglia lurida e un berrettino di lana in testa. Quando Ygghi Kan oltrepassò la porta, quello gliela richiuse subito alle spalle.
«Reggi questa,» disse l’uomo mettendogli in mano la candela.
Si mise il periscopio in una tasca e prese a spingere a posto i catenacci. Quando furono di nuovo bene infilati nel muro sembrò rilassarsi, e squadrò Ygghi Kan riprendendosi la candela. Scosse la testa.
«Cominciavo a pensare che fosse tutto uno scherzo,» ridacchiò. «Prego, dopo di te,» disse indicando la scala che scendeva sotto l’edificio.
«Non sia mai,» disse Ygghi Kan tenendosi all’ombra del cappuccio.
«Faccio strada allora,» disse l’altro sollevando la candela. «Tu e quell’altra che si fa chiamare Signora Volpis… immagino che siano nomi di fantasia.» Sogghignò, guardando Ygghi Kan da sopra la spalla. Si lasciava dietro odore di escrementi e sudore rancido. «Spero per te che non sia tua parente, o tua moglie,» disse poi.
«Perché?» disse Ygghi Kan.
L’uomo rise. «Perché solo a sentire la sua voce uscire dalla radio mi diventa duro come una sbarra di ferro, ecco perché.»
Si fermò e si voltò di colpo, tanto che Ygghi Kan gli andò quasi a sbattere addosso.
«Dico, tu l’hai mai vista? Spero tanto che non sia una grassona zoppa e laida.» Scosse la testa, riprendendo a scendere. «Sarebbe un peccato.»
Sbucarono in un locale ricavato nei fondi dell’edificio, una bottega angusta ingombra di libri dappertutto. Dagli scaffali che andavano al soffitto a volta, fino a pile disordinate disposte sul pavimento, migliaia di volumi erano ammassati senza un criterio apparente. Non c’era altro arredamento, se non una scrivania consunta e una brandina in un angolo.
«È quella la radio?» chiese Ygghi Kan, indicando un pacco di schede cablate fra loro da una matassa di cavi. Il generatore era collegato a una vecchia bicicletta senza ruote, sospesa su due cavalletti.
«Mi tiene compagnia e mi aiuta a fare esercizio,» sorrise l’uomo sollevando la vestaglia a mostrare i polpacci nodosi e le ginocchia ossute. «Si sentono un sacco di discorsi interessanti. Più che altro comunicazioni militari, ma di notte anche cose molto più strane.»
Il libraio andò dietro alla scrivania e si mise a rovistare in un cassetto.
«Sono certo di aver sentito più di una volta navi spaziali, quando si fermano a far qualche giro intorno al pianeta,» disse alzando per un attimo gli occhi.
Ygghi Kan fece un mezzo sorriso di sufficienza. «Navi spaziali? No, non credo proprio.»
Il libraio tirò su la testa di scatto. «Sì invece! Lo sanno tutti che basta un cannocchiale per vederle sfrecciare nel cielo notturno.»
L’odore di muffa e di fumo di candela del sotterraneo prendeva alla gola.
«Io ce l’ho un cannocchiale, e non ho mai visto niente tranne le lune e le stelle,» disse Ygghi Kan.
L’altro si sporse verso di lui sopra la scrivania, appoggiando le palme delle mani sul ripiano. «Ah sì? E allora chi ha portato qui i Saxxon, me lo dici?»
«Stai parlando di quarantamila anni fa,» disse Ygghi Kan. «Ma lasciamo perdere, non è per discutere di navi spaziali che sono venuto qui.»
«Già, già. La tua amica ha detto che avresti pagato un buon prezzo per il messaggio che mi ha lasciato per te stanotte,» disse l’uomo.
Ygghi Kan trasse da una tasca del mantello un sacchetto di garza sottile, pieno di piccoli funghi essiccati dall’odore pungente. Lo appoggiò sulla scrivania.
«Questo ti sembra un buon prezzo?»
Il libraio l’agguantò con occhi febbricitanti. Se lo portò alle narici, e inspirò.
«Vedremo di farlo bastare,» disse porgendo con l’altra mano un pezzo di carta velina piegato in due.
Ygghi Kan lo prese e lo dispiegò davanti a sé. C’erano solo poche frasi scritte a matita.

Cerca un cortile fra quattro palazzi, pieno di cataste di legna. Vicino a un fabbricato più grande, una chiesa o un teatro. Lui è vivo o morto? P.S. Lo specchio si è rotto.

Nient’altro.
«Come ce li ha i seni?» disse il libraio.
Ygghi Kan sollevò lo sguardo dal foglietto. «Chi?» disse.
Il libraio fece un gesto con la mano. «La Signora Volpis, no?»
Ygghi Kan rivide per un attimo Morgause nuda, con la schiena riversa su lenzuola di lino mentre urlava squarciata dal dolore dando alla luce il figlio di suo figlio.
«Enormi. Grossi e tondi come meloni,» disse distrattamente, tornando a interrogarsi sul significato di quelle poche frasi scarabocchiate sulla carta velina.
Il libraio dilatò le pupille, sporgendosi verso di lui. «Lo sapevo, lo sapevo! E te la sei fatta?»
«Più di una volta,» disse Ygghi Kan.
Il libraio fece una risata isterica. «Mi chiama tutte le notti, sai? È dura starsene sempre rintanato qui dentro. Vengono un paio di ragazzini due volte a settimana a portarmi da mangiare e per le altre necessità, ma quei piccoli bastardi sono cari come il sangue.»
Ygghi Kan gli sventolò davanti il foglietto. «Non c’è altro oltre questo?»
Il libraio ebbe un sussulto. «Sì, certo. La tua amica mi ha chiesto di procurarti dei libri,» disse prendendone tre da una pila da terra e posandoli sulla scrivania.
Ygghi Kan lesse il titolo del primo: Manuale del perfetto fognaiolo. Fulminò il libraio con lo sguardo. «Cos’è, uno scherzo?»
«Non farti ingannare,» sorrise il libraio. Batté col dito sulla copertina. «Questo sta sull’indice dei libri proibiti, cosa credi?»
Ygghi Kan lo aprì alla prima pagina, perplesso. Il libraio rise, poi d’un tratto si fece serio.
«Devi stare attento,» disse sollevando un dito tutto storto, «di questi tempi non c’è da scherzare. I soldati sono corruttibili, ma se invece ti fai beccare di crociati con questa roba siamo spacciati, tutti e due. Ti farebbero parlare e finiresti per fare il mio nome, lo so.»
«Sarò cauto, non preoccuparti,» disse Ygghi Kan. «È tutto?»
Il libraio allargò le braccia. «Per stasera, sì.»


10 commenti:

Anonimo ha detto...

Da ???

Allora, l'ho letto e per adesso mi è piaciuto abbastanza. Scritto bene. E' scorrevole, con qualche informazione inserita in modo un po' palese ogni tanto, ma capisco come servano per approfondire i personaggi o il mondo.

Senza un vero protagonista ci sono molte piccole scene. Mi ha ricordato Pratchett.

Dicevo mi è piaciuto "abbastanza": non mi è piaciuto il riferimento diretto al computer(qwerty per capirci) e forse la padrona sadomaso mi ha spiazzato un po'. Gli altri riferimenti al sesso invece no.

Ah, dimenticavo: Ma Yhggi si è trombato la nuora? Se sì spero che muoia, magari per mano del figlio... Sono per l'incesto pagato caro ^___^

P.s. Grazie per avermelo segnalato via e-mail. Ora aspetto il resto.

Buon Lavoro. Ciaoz

Angra ha detto...

Ciao, grazie per il commento. Hai centrato il punto sulle info: scrivendo di un altro mondo, è difficile bilanciare le informazioni senza scadere nell'infodump, suscitare domande nel lettore senza generare confusione. Dico difficile perché non c'è modo per chi scrive, che sa già tutto, di mettersi nel punto di vista del lettore, che sa solo quello che ha letto fino a quel momento. Per questo è prezioso il parere dei beta tester.

Ci sarà tra i personaggi visti finora uno che pesa più degli altri, anche se in effetti non domina sempre la scena. Non saprei se può essere un difetto.

Il Qwerty in effetti è un po' uno scherzo.

Su Ygghi Kan, be', lo dice lui per compiacere il libraio, poi non sappiamo se è vero, o se magari è successo prima che il figlio la conoscesse. Ma a me piace pensare che sia vero e che sia successo dopo ^__^

Anonimo ha detto...

???

Non penso che avere più punti di vista sia un difetto. E' solo una scelta che si fa. L'importante e applicare il principio 1 scena = 1 pov e mi pare tu l'abbia sempre fatto.

In quello che sto provando a scrivere io sto cercando di tenerme il numero il più basso possibile. Però è difficile: a volte bisogna ripensare scene intere solo per giustificare in modo razionale la presenza dei personaggi Pov, oppure rinunciare ad alcune scene.

Perciò secondo me non ti devi preoccupare.

P.s. L'uomo con la cicatrice l'ho trovato interessante. Con un solo particolare trasmette già un possibile backgound. Intendo: una cicatrice sull'occhio non dice molto oggigiorno, ce l'hanno tutti nei loro romanzi, ma una da un'orecchio all'altro ti fa subito fantasticare su come il personaggio se l'è procurata.

Zanzi ha detto...

Bello, mi è piaciuto... Devo dire molto di più di "Le avventure della giovane Laura", ma son gusti.
Alcune idee non proprio orignalisime, ma nel complesso sfruttate molto bene. Mi piace anche l'ambientazione, una via di mezzo fra Dune, Nuova Canaan e Warhammer 40.000.
Personalmetne ho apprezzato anche le citazioni ("saxxon" su tutte, ma anche Marsten).
Complimnti nche per il modo con cui hai gestito le informazioni, che mi è piaicuto un sacco.
Continua a scrivere, che voglio sapere come va a finire.
P.S. che fine ha fatto il racconto con la prof meretrice-puttanone ed il giovane genio anarchico? Anche quello mi piaceva assai, e non mi dispiacerebbe sapere perché uccideva e chi era (angelo? Demone? vampiro? ) la sosia della Bellucci.

Angra ha detto...

@Zazi: grazie, fa piacere trovare apprezzamento. Riguardo a Le avventure della giovane Laura, sono generi talmente diversi che è appunto questione di gusti. Io invece leggendo Laura soffro un po' di non sapermi inventare cose molto molto strane.

Il romanzo in realtà è finito da un bel pezzo, gli sto dando l'ultima passata di revisione (solo che ho un sacco da fare col lavoro). L'altro romanzo invece langue da un bel po' perché vorrei almeno finirne uno, ma appena concluso con questo lo riprenderò in mano.

Ciao!

Anonimo ha detto...

Ciao Angra!
In questi giorni sono un po' presa e sto leggendo il tuo estratto un po' a spizzichi e bocconi, ma ti prometto che appena posso ti faccio sapere cosa ne penso!
Ciao
Marta

Angra ha detto...

Fai con comodo ^_^

Spero nel fine settimana di riuscire a mettere online un altro paio di capitoli.

Ciao

Anonimo ha detto...

ho letto l'inizio del prologo "Sotto la montagna" non male direi. Una cosa però stona un pò: perchè gli uomini ratto prima parlano un italiano perfetto (meglio della middle-class)e poi alla vista dell'umano cambiano linguaggio? Non sarebbe più coerente presentarli da subito con il secondo linguaggio per far abituare il lettore, invece di questo strappo?
Non so, forse ho percepito male io.

Angra ha detto...

@Anonimo: ti consiglio di aspettare che io abbia finito di dare l'ultima occhiata al romanzo (che è finito), così, puoi leggere la versione riveduta e corretta.

Il problema del linguaggio viene fuori tutte le volte in cui ci sono personaggi che parlano lingue diverse, anche nel cinema. Nel nostro caso, il punto di vista è quello dei ratti, quindi noi "sentiamo con le loro orecchie". Fra loro parlano un linguaggio fatto di squittii, di cui noi sentiamo la traduzione in un buon italiano. Quando invece cercano di imitare il linguaggio umano, col quale non hanno grande familiarità, sentiamo un guazzabuglio che deve suonare così tanto agli umani quanto ai ratti stessi. Ciao, spero di aver chiarito i tuoi dubbi.

Anonimo ha detto...

Sì, hai un pò chiarito il mio dubbio.
Infatti potresti adottare un unico puntodi vista (linguaggio), per esempio, l'imitazione del linguaggio umano, per non confondere il lettore.
Altrimenti inizialmente sembra che abbiamo il pdv di un narratore ipotetico e poi all'arrivo dell'umano il suo PDV.
Il tutto però non risulta chiaro dalla narrazione in terza persona.

Ciao