mercoledì 29 ottobre 2008

A cani e porci :: Capitolo 1


Ain't it fun, when you know

that you gonna die young?

(Rocket from the tombs, 1975)


Terza superiore. Compito in classe di matematica, l’ultimo dell’anno scolastico. Tommi ricontrolla i conti giusto per essere sicuro di non aver sbagliato qualche segno, visto che ci ha impiegato solo un’ora e venti invece delle due a disposizione. Per il problema di geometria si è semplificato parecchio la vita usando la rappresentazione parametrica e le coordinate di Moebius. E’ quello che ha inventato l’omonimo nastro che ha una faccia sola, stregoneria pura. Le coordinate di Moebius non è roba che si fa a scuola. A Tommi piace smanettare, e le cose che gli interessano le impara per conto suo.
Con i capelli corti e spettinati somiglia un sacco a Cheetah Chrome, chitarrista del gruppo protopunk Rocket From the Tombs dalle cui ceneri nacquero i Dead Boys - grandissimi - quelli di Sonic Reducer e All this and more. Nel 1975 i Rocket From The Tombs hanno scritto Ain’t it fun, la più bella canzone che sia mai stata scritta. La versione dei Dead Boys è ancora più bella dell’originale, da brividi. Vent’anni dopo ne hanno fatto una cover i Guns’n’Roses nel loro The Spaghetti Incident, ma a essere onesti non è a livello delle altre due. Axl Rose è un grande, Tommi quel giorno ha anche la sua faccia sulla maglietta, ma la sua Ain’t it fun sa troppo di tecnico del suono, troppo pulita. Non ha la ruvidezza delle chitarre distorte di trent’anni fa.
La matematica è anarchica, pensa Tommi, è punk. Non la puoi piegare al potere come si fa con la legge, con la religione, con l’economia. Sarà una formula matematica non scritta, un giorno, a far collassare la civiltà.
Tommi guarda i suoi compagni, nel silenzio della classe rotto solo dal grattare delle penne sui protocolli. Manuela, la sua compagna di banco mezza rumena e mezza ecuadoregna lo guarda con aria supplice da un metro e mezzo più in là. Loredana, la prof, ha fatto separare i banchi.
Tommi ghigna. Cosa mi dai in cambio? mima con la bocca.
Non fare lo stronzo, scandisce lei.
Tommi solleva il piede, sotto c’è un foglietto di carta appallottolato e appiattito, lo calcia. Quello scivola dritto fin sotto la sedia di Manuela, che fa finta di grattarsi una caviglia e lo raccoglie. Grazie! sorride con la faccia tonda e i denti bianchi e regolari.
Dentro c’è il compito completo, con infilati dentro un bel po’ di errori tanto da renderlo credibile visto che Manuela viaggia sulla media del cinque. Tarato giusto giusto per evitarle di essere rimandata a settembre. A Tommi dispiace prendere in giro proprio Loredana, ma Manuela coi suoi capelli biondi e gli occhi a mandorla e il culo largo come un comodino è un’amica, probabilmente l’unica che ha nella scuola. Ha il fratello che spaccia e così porta sempre a scuola l'erba per farsi le canne. A Tommi non fa quasi nessun effetto, questione di chimica interna, ma apprezza lo stesso il fatto che a lui la regala.
Loredana dalla cattedra intuisce che là in fondo c’è un po’ di movimento, alza la testa. La luce naturale della finestra le illumina l’ovale del viso, i capelli lisci scuri. Non sembra per niente punk con appena un filo di trucco sul viso – non ne ha bisogno – e la canottierina verde salvia che le lascia le spalle nude, i jeans scuri e i sandali dorati col tacco. Eppure deve esserlo un po’ anche lei, nel profondo dell’anima, se le piace la matematica. In classe non vola una mosca.
Tommi guarda dalla finestra. In cortile ci sono dei platani, scossi dal vento di tramontana che mantiene il cielo limpido. Non vede l’ora di andare a casa, mangiare un boccone e poi prendere il cane e andare a fare un giro sui prati sotto Forte Sperone, sul monte dietro casa sua.
Prende il protocollo e si alza. Si avvicina alla cattedra, lei alza gli occhi dai compiti che sta correggendo. Se non ti avessi conosciuta, non sarei mai riuscito a immaginarti. La prima volta che ti ho vista ti avrei solo voluto strappare i vestiti di dosso. E’ quando ti ho sentita parlare che mi sono sentito morire. La voce da attrice, senza accento. Il modo di inumidirti le labbra. Dicono che sei uguale a Monica Bellucci, ma lei non mi farebbe mai quest’effetto.
“Già finito?”
“Sì,” dice Tommi.
All’ultimo ricevimento dei genitori lei ha detto a sua madre che Tommi a volte la mette quasi in soggezione.

Interrogazione programmata, tre settimane prima. I due di turno hanno fatto sega. I due di riserva anche, tanto per stare sul sicuro. Si prosegue in ordine alfabetico. La Licciardi si prende un quattro d’ufficio pur di evitarsi l’imbarazzo di andare alla lavagna, e si mette a piangere. Problemi caratteriali. Poi viene Morasso Tommaso.
“Prof, Tommi non c’era l’ultima volta quando ha spiegato la dimostrazione della formula di Erone,” dice Manuela. Ma Tommi si è già alzato senza fare una piega, e sta trascinando i suoi anfibi fino alla lavagna.
La Professoressa Bruni allarga le braccia. “Le interrogazioni programmate sono fatte per favorire voi, non sono obbligata.”
Mormorio di protesta.
“Prendetevela con quelli che fanno i furbi,” dice Loredana. “Siamo a maggio, e io ho ancora il registro vuoto,” lo mostra alla classe. “Se andiamo avanti così arriviamo agli scrutini che non vi ho ancora sentiti tutti nemmeno una volta: cosa gli racconto al preside?”
Si volta verso Tommi e lo guarda dal basso in alto, e lui si sente cadere nei suoi occhi nocciola tanto che non le guarda nemmeno nella scollatura a V della maglia di filo di cotone. Tira fuori dalla maglietta dei Metallica la catenina con la croce appesa al contrario, simbolo dell’Anticristo.
“Ti sei fatto dare gli appunti dell’ultima volta dai tuoi compagni?”
“Volevo farlo oggi,” dice Tommi.
“Ma ieri c’eri, no?”
“Sì.”
Lei prende la penna rossa. “Mi dispiace, ma ti devo mettere un quattro.”
“Mi dica cosa devo dimostrare,” fa Tommi.
Lei lo guarda con aria di sfida, lui sente nella testa Battle Hymns dei Manowar. By moonlight, we ride, ten thousand side by side.
“Dato un punto P(x0,y0) e una retta di equazione ax+by+c=0 ricavare la formula che esprime la distanza del punto dalla retta.”
Tommi prende un gesso e lo spezza, comincia a scrivere. Equazione della retta passante per un punto, equazione della retta perpendicolare alla retta data. Trova l’espressione della proiezione di P sulla retta, poi la infila dentro alla formula della distanza euclidea, ed è lì che tutto gli esplode in una lavagnata di calcoli. Lui va avanti, passaggio per passaggio, cerca di scrivere piccolo per farci stare tutto. Quando la lavagna è piena si ferma, e rimane a contemplare quel marasma.
I compagni scuotono la testa, Loredana tamburella con le unghie sulla superficie di formica della cattedra, con un sorriso di sufficienza.
Tommi ha un’intuizione, vede emergere da quella massa informe di termini un raccoglimento a fattor comune. Lui non lo sa, ma a nessuno era mai venuto in mente prima. Cancella tutto meno l’ultimo passaggio, ricomincia a scrivere. Loredana si raddrizza sulla sedia, la faccia seria. Ancora qualche passaggio, molti meno di quanti Loredana ne avesse mai visti sui suoi libri.
Tommi posa il gesso. “Ecco qua.”
“Cazzo prof, stavolta gli deve dare otto,” dice Beccaro.
“Mi sa che gli devo dare nove,” dice lei, e scrive sul registro. Lo guarda e oscilla compiaciuta la testa, sorride.
“Posso andare a posto?” dice Tommi, cupo. Ma dentro la testa i Manowar non sono mai stati così grandiosi. Sound of charge into glory ride, over the top of the anguished pride. By moonlight, we ride, ten thousand side by side.
E’ stata la prima cosa che gli ha detto sua madre appena entrata in casa: “Ma lo sai cosa ha detto la professoressa di matematica? Che le metti soggezione!” Lo agguanta per le guance e gliele strizza. “Figghiu, figghiu miu beddu, quantu sei intelligente!” scherza. Tommi ride, si divincola.

Ti metto soggezione? Io? Io che vorrei solo passare le sere inginocchiato davanti alla tua poltrona, a leccarti le piante dei piedi mentre leggi un libro, pensa Tommi porgendole il compito.
“Non lo vuoi riguardare?”
“L’ho già fatto.”
Allunga la mano, prende il foglio protocollo. “Sei sicuro?”
“Sì.”
Fuori è ancora primavera, l’estate tarda quest’anno.
Lei guarda l’orologino tondo. “Manca ancora mezz’ora. Fosse per me ti farei anche uscire, ma poi se ti succede qualcosa...”
“Fa niente,” dice Tommi. “Ascolto un po’ di musica.”
Torna a posto giù nell’angolo in fondo, si siede di traverso con la schiena contro il muro. Gode un po’ a guardare le facce disperate dei compagni curvi sui banchi mentre si infila le cuffiette nelle orecchie. Whisky in the jar dei Metallica, versione metal di quella tradizionale irlandese. But the Devil take the women, for they never can be easy.

(continua...)

martedì 28 ottobre 2008

Romanzo :: A cani e porci


Se il titolo vi ha incuriosito siamo già sulla buona strada, perché dovrebbe essere quello del romanzo che ho cominciato a scrivere in questi giorni. Come genere, lo dico subito, dovrebbe essere un noir con dei toni un po' surreali e contaminazioni di fantastico urbano. Volevo scrivere un giallo-giallo, mi ci sono messo, ma alla fine il progetto mi è venuto fuori così. Agli editori lo presenterò comunque come noir. Non so se avete notato, ma è molto difficile esordire con un fantasy nel mondo dell'editoria a meno che non scriviate fantasy per bimbiminkia sul genere della Troisi o della Meyer o non siate dei bimbiminkia voi stessi. Con un giallo-noir, bah, oltre alla solita valanga di offerte di pubblicazione a pagamento può essere che prima o poi un editore vero, magari medio-piccolo ma serio, ve lo pubblichi. Il perché è presto detto: il giallo si vende come il pane, forse è l'unico genere in cui i lettori sono più numerosi degli scrittori.

Il mio primo romanzo, anche se mi ostino a ritenerlo un fantasy, conteneva già all'inizio elementi mistery e dark. Tanto per dire, i protagonisti non fanno viaggi infiniti da una parte all'altra del mondo, ma si svolge tutto all'interno di una città in decadenza. Poi, rendendomi conto che il fantasy con gli elfi ormai fa cagare le persone assennate e perbene (e anche me), durante le varie revisioni ha acquisito elementi di fantascienza (parecchi) e forse steampunk (non sono un esperto di suddivisioni in generi, perché mi fanno venire l'orchite), e son spariti gli elfi. Appena avrò finito di rivederlo per l'ultima volta lo posterò qui sul blog.

Intanto, vi propongo il prologo di A cani e porci. Come al solito, la domanda è: incuriosisce? Fa venir voglia di continuare a leggere? Basta un sì o un no ^_^

Voglio anche fare questo esperimento: postare a mano a mano che scrivo. Saranno prime versioni, ovvio, tutte da rivedere e rimaneggiare mentre vado avanti, ma dovrebbero dare l'idea e soprattutto farmi capire se funziona o no e perché. Per ora posso solo dire che, giallo noir o fantastico urbano che sia, mi sono appassionato a scriverlo. Vado, allora.


PROLOGO

La luce filtra dalle persiane sbarrate attraverso i vetri ingialliti, tinge ogni cosa di quel tono seppia che sa di vecchie fotografie. I mobili sono coperti da vecchie lenzuola, il divano di velluto è avvolto nel nylon. L’appartamento è di quelli antichi alla genovese, con l’ingresso grande abitabile che fa da salone e le altre stanze tutto intorno. Sono trent’anni che nessuno vi metteva più piede.
Fuori in strada mancano pochi giorni a Ferragosto, dentro non si sa. Sono in quattro, in silenzio. Aspettano.
Uno, un ragazzo robusto, ha il giaccone da moto e il casco ancora in testa. Balla sulla sedia imbottita, tamburella col piede. Una vecchietta tutta curva esce dalla cucina, posa un vassoio con dentro quattro bicchierini di amaro Camatti sul telo che copre il tavolo grande della sala. Ne prende uno, poi strascica le pattine fino allo sgabello vicino alla finestra.
Il Professor Piscopo, nel suo completo di lana grigio, si toglie gli occhiali, comincia a pulirli col fazzoletto. Siede sul lato lungo del tavolo, le spalle alla finestra. “Sono andato al mio funerale,” dice infine, senza guardare in faccia gli altri.
La bella ragazza sul divano fa una smorfia, come una fitta di dolore. “Professore, perché c’è andato? Io gliel’avevo detto di non farlo.” Carmen Ferrari è alta uno e ottantadue, indosso ha solo un tanga nero e una canottiera bianca. Ai piedi porta un paio di zoccoli con la zeppa di sei centimetri e il tacco di diciotto, una cosa mai vista. Sono di plexiglass trasparente, come trasparente è la fascetta di plastica morbida dove si infila il piede. Sta sprofondata contro lo schienale, con la testa appoggiata all’indietro. Mastica una gomma, gioca con gli orecchini a cerchio.
Il Prof. Gennaro Piscopo sospira. “Volevo rivedere la mia famiglia, le mie figlie. Ma non è di questo che voglio parlare,” scuote la testa.
Da fuori non vengono rumori. Gli abitanti del quartiere signorile di Castelletto sono tutti in vacanza, il palazzo è silenzioso. Nell’afa pomeridiana dei giardini non cantano nemmeno gli uccelli.
“E’ successa una cosa strana,” continua il professore. “C’erano i miei allievi, di tutte le classi. C’era pure la Bellemo.”
“Una collega?” chiede Carmen.
“Una studentessa della Terza B,” dice Piscopo. “La detestavo, proprio. Una smorfiosa tutta pittata, che non capisce nulla. La rimandavo in matematica tutti gli anni.” Si passa il fazzoletto sulla fronte, sulla testa pelata. “Al funerale ha pianto assai, come una fontana. Piangeva più di mia moglie, persino più delle mie figlie.” Rimette il fazzoletto nel taschino della giacca, e abbassa la voce. “Non me l’aspettavo, ecco.”
Carmen annuisce, con un cenno di comprensione. “Magari questa ragazza era un po’ così, ma di cuore in fondo.”
Piscopo soffia dal naso, come fanno i gatti quando si innervosiscono. “E c’era pure la Professoressa Bruni, quella bestia. E’ stata brava a fare la commedia. Io sono sicuro, che è stata lei: mi deve aver messo qualcosa nel caffè. Lo dovevo capire, non me l’aveva mai offerto un caffè in tre anni.”
Ivan Macellaro si toglie il casco da motociclista, si risistema il ciuffo scuro tirato all’indietro. “Che storia,” dice. “Pesante, da schiumarci. Ma non te l’hanno fatta l’autopsia?”
“No, ma quando mai?” Piscopo alza le spalle. “Ero cardiopatico, lo sapevano tutti. Avevo già avuto un infarto due anni fa. Se l’è pensata proprio bene, la strega.”
Lo sciabecco era un’antica barca da pesca, ma a Genova si usa per indicare il prognatismo, cioè la mascella sporgente. Ivan ha lo sciabecco, e la fronte bassa e sfuggente come un Neanderthal. Allarga le braccia.
“A me comunque me lo dite voi che è stata lei. Cioè, io quello che mi è venuto addosso all’incrocio non l’ho manco visto. Era buio, e c’avevo i fari in faccia. Comunque, cioè, venivo anche da destra. Minchia, pesante eh? Da schiumarci.”
Carmen lo guarda storto. “Venivi da destra, ma avevi lo stop.”
“Cazzo c’entra?” salta su Ivan. “Se non mi fermo allo stop mi fai la multa, ma se vengo da destra mi dai la precedenza lo stesso perché tu non lo sai mica che c’avevo lo stop.”
Piscopo batte insieme le mani, poi alza gli occhi al cielo. “Gesù Maria, ma questo è scemo proprio! Senti come ragiona! Poi dicono dei napoletani.” Ivan giocherella con la visiera del casco, con l’aria offesa. “Vabbé vabbé, cazzo ne sapete voi... Cioè, io a stare qui con voialtri finisce che ci schiumo male. Pesante.”
Carmen accavalla le gambe lunghissime. “Scusa un po’, ma se non fosse stata lei ad ammazzarti, cosa ci faresti qui con noi?”
“Cazzo ne so io?” alza le spalle Ivan.
“Io ero bendata e ammanettata al letto quando mi ha stretto la frusta intorno al collo e mi ha strangolata,” dice Carmen. “Ero bendata sì, ma non c’era nessun altro in casa quella sera, oltre noi due.”
“Era così carina quel giorno,” interviene Maria Picasso dal suo angolino, senza smettere di contare i soldi. La vecchina se ne sta sullo sgabello nell’angolo vicino alla finestra, stretta nel suo cappottino liso con lo scialletto di lana sulle spalle. Sta contando mazzi di banconote da dieci, cinquanta e centomila lire ormai fuori corso. Ne ha quattro borse di plastica del Conad di quelle grosse, piene.
“Così per bene, educata, tutta bella in ordine,” continua la vecchietta. “Era davanti a me alla posta quando sono andata a prender la pensione, così le ho detto se mi faceva passare che mi fa male la gamba.”
“’sti vecchi di merda,” dice Ivan, “se vi fan male le gambe perché non ve ne state a casa?”
“E stai un po’ zitto,” dice Carmen. “Lasciala raccontare.”
“E poi, che è successo?” dice il professore.
“C’ho l’artrosi,” dice Maria. “Ero andata anche dal primario al Galliera con la mutua...”
“Sì sì, vabbuò, Signora Picasso, ma ci racconti della ragazza. Che ha fatto poi?”
La vecchia si stringe nelle spalle gracili. “Io me ne stavo tornando a casa con la pensione e me la vedo dietro di nuovo, che viene a tenermi aperto il portone perché c’avevo i sacchetti con un po’ di spesa che mi facevo un po’ di minestra, poi entra anche lei e mi viene tutto dietro su per le scale, che io ho detto: c’avrà dei parenti qui nel palazzo. E invece quando siamo in cima brum! mi prende di peso e mi dà una spinta e io badabim badabum son volata di sotto giù dalle scale. Hai capito che bello? E tanti saluti!”
Gli altri tre si guardano fra loro.
“Ma se lo ricorda com’era questa ragazza?” chiede Carmen.
Maria ci pensa un po’ su, poi annuisce. “Eccome! Somigliava a quell’attrice famosa, Sofia Loren. Bella! Sembrava proprio una bambola, con un cappotto tutto lungo di velluto nero che chissà quanto l’aveva pagato.”
Il Professor Piscopo corruga la fronte. “No, ma che va dicendo, signora? La Professoressa Bruni non somiglia per niente a Sofia Loren. Semmai a Monica Bellucci, dicono tutti quanti.”
“Sì,” dice Carmen, “sembrano sorelle.”
“Alla Bellucci?” dice Ivan. “Ma allora è una gran figa.” Dà una manata sul casco. “Porcatroia che non l’ho manco vista in faccia!”
“Ecco sì, proprio a Veronica Bellucci volevo dire,” si corregge la vecchia.
“Sì, vabbé, diciamo che la teste è inattendibile,” dice il professore. Guarda Ivan, e ha un moto di fastidio. “Ma tu si può sapere che hai, che continui ad agitarti? Ti stai un po’ fermo, o no?”
E’ la terza volta che Ivan si arrotola il jeans fin sotto al ginocchio, per osservarsi il polpaccio. Guarda prima il professore, poi Carmen, perplesso. “C’avevo un tatuaggio qui, che mi è sparito. Bello grosso anche. Mai vista una cosa del genere, da schiumarci.”
“Si vede che non era nella tua personalità,” dice Carmen. “Che tatuaggio era?”
“Era il mio nome, Ivan, scritto in lettere grosse e nere.”
Carmen sgrana gli occhi. “Complimenti per la fantasia: bello schifo. Cosa avevi, paura di dimenticarti come ti chiami?”
“Cazzo te ne frega a te?” si offende Ivan, riabbassando il pantalone. “A me mi piaceva.”
“Io invece ce li ho ancora,” dice Carmen. Solleva la canottiera bianca a scoprire i seni a punta, grossi come meloni, e si guarda. Sul sinistro il tatuaggio di un grosso drago cinese le avvolge la coda attorno all’areola del capezzolo, forato come l’altro da un vistoso anello in oro bianco. Ivan rimane lì imbambolato, un po’ curvo, con la mascella prominente spalancata. A Genova si dice anche che ci starebbe dentro un piatto di ravioli.
Il Professor Piscopo invece diventa tutto rosso. “Ué, signorina, e che facciamo qua? Mica siamo al mare! Si copra, per piacere.”
Carmen si riabbassa la canottiera.
“Ma, voglio dire,” balbetta Ivan, “sei rifatta, no?”
“Il seno no,” scuote la testa Carmen.
“Pesante,” dice Ivan, “da schiumarci.”
“Questo invece non ce l’avevo,” dice Carmen, sollevando la gamba destra. Intorno alla caviglia spicca il tatuaggio di una corona di rose e spine. “Ma volevo farmelo. Avevo già preso appuntamento.”
“A me è tornato più forte l’accento napoletano,” dice Piscopo. “In vent’anni a Genova l’avevo un po’ perso. Non che me ne vergognassi, sia chiaro: quando la Magna Grecia era abitata da filosofi e poeti qui al nord i barbari si dipingevano ancora la faccia di blu. Si sente la doppia B quando dico bbarbari?”
“E lei Maria, cos’ha ora di diverso?” dice Carmen.
La vecchina non sembra aver sentito. Si inclina di lato, sembra che stia per cadere dallo sgabello, poi molla un peto. Carmen e il professore ridacchiano, Ivan si gira dall’altra parte, schifato. “Che vecchia di merda, da schiumarci. Quanti appartamenti è che c’aveva ‘sta qua?” dice abbassando la voce.
“Una settantina,” dice Carmen. “Più qualche milione di euro su vari libretti postali. Fino a che non è morta tutti pensavano che fosse una povera pensionata che viveva con la pensione sociale. Manie,” allarga le braccia.
“Manie da genovesi,” precisa Piscopo. “Certe cose si sentono solo qua.”
“Pesante,” dice Ivan.
“Shht!” Il professore si porta il dito alle labbra, facendo cenno di tacere. “Avete sentito?” bisbiglia. Guarda la porta.
“Era il portone giù di sotto,” dice Maria Picasso. “Qualcuno che entrava.”
Carmen impallidisce. Si raddrizza sul divano, tormentandosi le mani. Guarda il professore, poi Ivan, poi di nuovo il professore. Deglutisce a vuoto. Ivan si mette a tamburellare con le dita sul casco dipinto nei colori del Genoa. Il professore si raddrizza sulla sedia, si aggiusta la cravatta, stende le mani sul tavolo della sala dinnanzi a sé. Sembra che stia per fare l’appello in classe. “Sta arrivando l’ultimo,” sussurra.
“Chi sarà?” dice Carmen a bassa voce, con un groppo in gola. Gli occhi verdi vanno da una parte all’altra della stanza, non ha il coraggio di guardare la porta di ingresso.
Passi su per le scale.
Silenzio.
Poi bussano, e il tempo sembra fermarsi.
“Avanti,” dice il professore.
La porta piano piano si apre.