sabato 20 settembre 2008

Racconto :: Siam tre piccoli elfi


In un tiepido pomeriggio di inizio estate, tre giovanissimi elfi silvestri camminavano allegri e di buon passo lungo la strada carrabile ai margini del bosco. Solo un po’ di brezza smuoveva le cime degli alberi. I tre viaggiavano leggeri, portando solo piccoli zaini sulle spalle insieme agli inseparabili archi da caccia.
Oltre quella vasta zona boscosa cominciavano le paludi di Morbha, dalla sinistra fama. Più avanti la strada si divideva in due: a destra andava attraverso i campi, a sinistra piegava proprio dentro al bosco, in direzione delle paludi.
Lungo la via, seduta un po’ curva su di una pietra miliare, stava una ragazza snella. Ciondolava le gambe coi piedi nudi inzaccherati di fango, guardando nella loro direzione. Era una biondina coi capelli arruffati lunghi fin sotto le spalle, con indosso un vestito di pelle di biscia di palude dalle brache tagliate appena sotto il ginocchio. Con il dito indice infilato in una narice e l’aria vagamente ostile, guardava di sottecchi i tre avvicinarsi.
Gli elfi si fermarono a osservare quella strana ragazza umana, incuriositi dall’abbigliamento insolito. Lei sporse in avanti il labbro inferiore e soffiò per togliersi una ciocca di capelli dagli occhi.
“Ehi dico, non mi vorrete mica violentare, eh?” se ne uscì poi.
Gli elfi si rimisero in cammino.
“A dire il vero, neanche se ci paghi,” disse Silverel, il più grande dei tre.
La ragazza saltò giù dal cippo, incamminandosi dietro di loro.
“Come sarebbe a dire? Semmai sareste voi a dovermi pagare. Non starete mica cercando di imbrogliarmi eh, con tutte quelle arie di superiorità?”
Axliel, quello di mezzo, sorrise con l’aria di chi la sa lunga.
“Ragazza, per piacere, va’ per la tua strada,” disse senza voltarsi.
“Allora magari vi interessa qualche commercio,” insistette lei. “Acquavite, che ne dite? Bella forte, di ottima qualità. Sapete, ho una cantina ben fornita a casa mia in mezzo alla palude. Siete dei bei ragazzi, e vi posso fare un buon prezzo. Ah no, ho capito! Voi cercate dell’Erbamatta da fumare nella pipa, dite la verità!”
I due elfi più grandi scoppiarono a ridere, spiazzandola. Driwinn, il più giovane, li guardava senza capire. Silverel si voltò andando incontro alla ragazza, poi arricciò il naso e fiutò l’aria.
“Dovresti prendere più confidenza con acqua e sapone, se vuoi attirar degli elfi silvestri in una trappola!” rise.
“Che vuoi dire?” replicò lei, mettendo le mani sui fianchi.
“Che puzzi di Zolfar da lontano un miglio,” spiegò Silverel.
“Tre, e anche belli grossi,” precisò Axliel.
“Per cui, fila via, se non vuoi che ti tiriamo giù le brache e ti prendiamo a sculaccioni,” disse infine Silverel, riprendendo la via.
“Ah, lo dicevo io, che mi volevate violentare!” insistette lei, continuando a seguirli.
“Oh, Grande Madre!” disse Axliel dandosi una pacca sulla fronte. “Ma chi ce l’ha mandata, questa?”
“Vabbé, vabbé, andate pure a cercare un posticino tranquillo dove buttarvelo nel didietro uno con l’altro, se ci tenete tanto!” disse la ragazza fermandosi in mezzo alla strada mentre i tre silvestri si allontanavano sghignazzando, prendendo il sentiero di sinistra. “E non è vero che siete dei bei ragazzi: con quelle orecchie a punta mi parete proprio dei maiali!” gli gridò ancora dietro, dopo che furono scomparsi oltre la curva.

“Ma gli umani son tutti pazzi da queste parti?” disse Silverel.
“Devono essere i miasmi che vengon su dalla palude, che gli annebbiano il cervello,” scosse la testa Axliel.
“Però era carina,” disse Driwinn.
Silverel fece una smorfia. “Ma sì, tutto sommato, per essere un’umana.”
“Un po’ piatta davanti, ma un gran bel posteriore,” convenne Axliel. “Che dite, la chiamiamo per dirle che abbiamo cambiato idea?” buttò lì.
“Io ci sto!” approvò subito Driwinn, come se non aspettasse altro.
“Driwinn,” sospirò Silverel, “Axliel stava scherzando. Non vorrai mica finire in bocca agli Zolfar, vero?”
“Ma insomma,” si spazientì Driwinn, “si può sapere chi accidenti sono questi Zolfar?”
Silverel alzò gli occhi al cielo. “Oh Grande Madre, ci siamo portati dietro proprio un pivello! Questo non sa nemmeno cosa sono gli Zolfar.”
“Gli Zolfar,” cominciò a spiegare Axliel, “son grossi e ignoranti, con mani larghe come badili.”
“Già!” disse Silverel strabuzzando gli occhi, “hanno lunghe zanne giallastre, la pelle grigia e viscida, e gli occhi sempre iniettati di sangue!”
Driwinn deglutì, impallidendo.
“Enormi, cattivi, spietati! E cannibali! Le paludi dove stiamo andando ne sono infestate,” continuò Axliel.
“Ma, ma...” balbettò Driwinn, “se son così tremendi, come fa quella ragazza a viverci insieme?”
Axliel si strinse nelle spalle. “Boh, saranno suo padre e i suoi fratelli.”
“Ah, ma voi mi prendete proprio per scemo, eh? Come fa una bella ragazza ad avere per parenti dei mostri del genere? E io che vi do ancora retta,” scosse la testa Driwinn.
“Ma allora non sai proprio niente,” allargò le braccia Silverel.
“Non esistono femmine Zolfar,” cominciò a spiegare Axliel, “solo maschi.”
“Questa è ancora più bella!” disse il più giovane. “E come fanno allora a riprodursi?”
“E’ semplice,” disse Silverel, “si accoppiano con femmine umane. Se la figlia nasce femmina, è umana, se nasce maschio, è Zolfar. Hai capito adesso?”
Lo sguardo di Driwinn vagò per alcuni istanti dal volto di uno a quello dell’altro, attento a cogliere anche il minimo accenno di presa in giro, senza infine trovarne traccia.
“Tutto ciò è spaventoso,” disse rabbuiandosi. “E dite che le paludi ne sono piene...”
“Ne pullulano nel vero senso della parola,” annuì Silverel con gravità.
“Ce ne può essere uno nascosto dietro a ogni albero, pronto a saltarti alla gola,” confermò Axliel.
“Ah che bello!” sbottò Driwinn. “E noi gli stiamo proprio andando incontro! Se me l’aveste detto prima, non so mica se sarei venuto!”
“Ehi dico,” gli fece Silverel, “siamo venuti a compiere un’audace impresa, o cosa? Credevi forse che trovare il castello della fata Moeena sarebbe stata una scampagnata?”
“Coraggio,” gli batté sulla spalla Axliel, “vedrai che le delizie di cui godremo in compagnia della fata ci ricompenseranno di tutte le fatiche e i pericoli.”
“Ma il pivello non sarà troppo giovane per questo genere di cose?” disse Silverel strizzando l’occhio ad Axliel.
“Troppo giovane per cosa?” ribatté Driwinn, piccato. “Quale genere di cose?”
“Vedrai, vedrai,” ridacchiò Axliel.
Il canto degli uccelli della foresta riempiva l’aria tutto intorno, mentre la strada scorreva sotto i piedi con un fruscio di foglie secche. Poco più avanti una volpe rossa attraversò il sentiero. Si fermò per un attimo a guardarli, poi sgambettò via.
“Ma che facciamo se incontriamo uno Zolfar?” volle sapere Driwinn.
“Lo riempiamo di frecce, o ce la diamo a gambe, o tutt’e due le cose,” disse Axliel con noncuranza.
“Forza, facciamo un po’ di musica lungo il cammino,” disse Silverel. “C’è ancora un bel pezzo prima delle paludi.”
“E se una volta nelle paludi ci perdiamo?” disse Driwinn tirando fuori il flauto dalla bisaccia.
“Gli elfi silvestri non si perdono mai,” asserì Axliel, cominciando a percuotere il suo piccolo tamburo bodhran. Intonarono una canzone un po’ sconcia, accelerando il passo per tenere il ritmo delle note.
Le cime degli alberi scorrevano sopra di loro mentre la luce dorata del sole lasciava via via spazio alla penombra della foresta.

*****

Tornata a sedere sul suo cippo di pietra, la ragazza vestita di pelle di biscia osservava l’avvicinarsi di un cavaliere dalla scintillante cotta di maglia su un magnifico destriero bianco bardato. Questi, giunto in corrispondenza del bivio, tirò le redini e si fermò, osservandola con un certo compiacimento stuzzicandosi i baffetti e il pizzetto ben curati.
“Buongiorno, nobile cavaliere,” lo apostrofò lei. “Cerchi una guida attraverso le paludi, alloggio per la notte? O qualcuno che ti prepari la cena e ti procuri della birra?”
“Una guida, una robusta cena innaffiata da ottima birra e un comodo letto! Sì, tutte queste cose insieme, graziosa bifolca. Arguisco che tu puoi forse essermi d’aiuto.”
“Certo,” disse lei saltando giù. “La mia casa è proprio in mezzo alle paludi. Col tuo cavallo, ci arriveremo giusto verso il tramonto. Lì potrò darti tutto ciò che desideri, e potrai ripartire la mattina dopo. La cosa ti aggrada?”
“Ottimamente,” disse il cavaliere. “Monta in sella qui davanti a me. Il mio destriero Brancimante è gagliardo abbastanza per portarci entrambi senza sforzo alcuno.”
Senza farselo ripetere, la ragazza balzò in arcione. Il cavaliere, riprendendo le redini, le cinse la vita con le braccia.
“Io sono Sir Gabriel, Conte di Badoux e di Pisquisgrana, e sto andando a compiere un’impresa valorosa per liberare queste contrade da un essere maligno che vi si annida.”
“Ah sì?” disse la ragazza.
“Certo. Hai mai sentito parlare di un’orrida strega nomata fata Moeena?”
“E come no, chi non la conosce?”
“Bene! Allora sappi, ragazza, che i suoi giorni sono giunti alla fine. La stanerò in punta di spada dal suo abominevole rifugio, e in catene la trascinerò di fronte al giudizio dei giusti, dove dovrà rispondere di ogni singola malefatta. Tu sai dove dimora codesta fata?”
“A-ha,” annuì la ragazza. “Con un piccolo sovrapprezzo, ti ci posso portare domani stesso.”
“Perfetto! Quale insperata fortuna.” Sir Gabriel fece la voce profonda, stringendole le braccia intorno alla vita. “Quale è il tuo nome, mia boschiva?”
“Shanna,” disse lei infilandosi il mignolo in un orecchio.
Sir Gabriel, avvicinando a sé la ragazza annusò un paio di volte, poi fece una smorfia.
“E dimmi, Shanna, non hai per caso una tinozza, a casa?”
“Una tinozza? Non direi proprio. E per farne cosa, poi?” scosse la testa.
“Un bel bagno caldo, si intende.”
“Per quello possiamo rimediare una mezza botte.”
“Bene bene, così tutti e due potremo finalmente toglierci un po’ di sudiciume di dosso.”
“Io? Naah,” scosse la testa lei con decisione. “Ma se vuoi farlo tu, accomodati pure.”
Sir Gabriel strinse le labbra con disappunto. Poi il suo volto si illuminò.
“Facciamo così: se farai il bagno insieme a me, ti darò una bella moneta di rame.”
Shanna si voltò a guardarlo da sopra la spalla con aria sospettosa, come fosse un animale strano. Poi si strinse nelle spalle.
“Contento tu...”
“Perfetto, perfetto!” ridacchiò il cavaliere. “Pregusto una magnifica serata.”

*****

Un paio d’ore dopo il tramonto, con la palude sprofondata in un buio nero e oleoso come petrolio, i tre elfi giunsero finalmente in vista di una luce.
“Visto? Che vi dicevo?” disse Axliel. “Non ci siamo persi.”
“Ah, non ci siamo persi? Allora secondo te quello è il palazzo della fata Moeena?” disse Driwinn.
“Non esageriamo col sarcasmo,” disse Axliel, “diciamo piuttosto che è un luogo abitato dove potremo chiedere informazioni, ecco.”
“Sempre che non sia abitato da qualche Zolfar di brutto carattere,” disse Silverel. “A questo proposito, suggerirei di avvicinarci con una certa prudenza.”
I tre elfi da lì in poi camminarono in silenzio, avvicinandosi di soppiatto evitando le zone di luce proiettate dalle finestre. La casa era una palafitta sgangherata che affondava i pali di sostegno nelle acque scure della palude. Era collegata alla terraferma da una passerella di tavole di legno. Silverel annusò l’aria, in direzione della baracca.
“Ehi,” sussurrò, “deve essere il posto dove abita la ragazza che abbiamo incontrato nel pomeriggio. C’è il suo odore tutto intorno.”
“Sì, e anche quello degli Zolfar,” confermò Axliel sottovoce.
Sulla terraferma, legato per le briglie al primo palo della passerella, un grosso destriero bianco da guerra dormiva in piedi con la testa reclinata. Da dentro la baracca invece, provenivano risate e gridolini di due voci diverse. Una era della ragazza stessa, e l’altra una voce maschile.
“Ha compagnia,” ridacchiò Driwinn, mettendosi una mano davanti alla bocca.
“Si direbbe proprio di sì,” sogghignò Silverel. “Mi piacerebbe dare una sbirciatina dalle finestre per vedere che combinano.”
“Detto fatto,” disse Axliel salendo sulla passerella con passo felpato, attento a non far scricchiolare le vecchie tavole. Gli altri due lo seguirono da presso, tenendosi bassi al di sotto dell’altezza dei davanzali.

Intanto, nascosta alla vista degli elfi dalla sagoma della palafitta, navigava silenziosa sulla palude una barchetta tutta rattoppata, affondata nell’acqua fino quasi ai bordi sotto il peso di tre figure grosse e ingobbite.
“Varda!” indicò col dito tozzo uno dei tre Zolfar di palude agli altri due. “El lüme es alümado! Gh’sun i ladr a ca’ noshtra!”
“Taz! Stà citu, faza de pork!” sussurrò il più grosso e rugoso dei tre. “K’ vò k’ vegn a rubà a noatr, k’ summ gross, sempre incazadi e murim de fam?”
“E alüra?” disse il terzo. “K’ ghè in ca’ noshtra? K’ vol dir kel lüme alümado?”
“Vol dir, imbezìl, k’ l’è turnà kela shvergugnada de té surèla!” disse il più anziano.
“Porkabéstia! Sculta, pater!” sussultò il terzo. “’na voze de omm! La gh’ha purtà ‘n pulaster da spénar!”
L’altro Zolfar figlio fece l’aria truce, sguainando un coltellaccio arrugginito.
“Quel galèto el faz diventar mì un capòn, kusì poi t’ sent kum’ el canta bén!” ringhiò mostrando le zanne giallastre.
Lo Zolfar padre gli mollò uno scapaccione.
“Disgrasiato! Imbezìl! No far komm’ l’atra volt, k’ l’ha kupato primm’ k’ ‘l dizèss duv’eran li sghèi!”
Poi lo Zolfar padre mollò uno scapaccione anche all’altro.
“E tu no rider, czervel de merda! Pensa a remar, sens far casin. Vizìnate pian, da drét la ca’, k’ stavolt el prenemm kun le brach kalà.”

I tre elfi, appostati sotto il davanzale della finestra, sghignazzavano sottovoce, azzardandosi di tanto in tanto a tirar su la testa per sbirciare all’interno. Ma il gioco durò poco, perché d’un tratto si udì lo schianto di una porta che veniva sfondata sul retro, e poi una moltitudine di urla sovrapposte. Urlava la ragazza, urlava Sir Gabriel, urlavano le voci gutturali degli assalitori. Tutto successe in pochi istanti. Si sentì dapprima il rumore di un tremendo ceffone, poi la porta si spalancò mentre Shanna volava giù dagli scalini atterrando ai piedi dei tre elfi attoniti. Aveva indosso solo un paio di mutande di tela grezza, e perdeva sangue dal naso. Nel vano della porta comparve Sir Gabriel, nudo e insaponato. Si aggrappava allo stipite, con un’espressione terrorizzata sul volto. Sgranò gli occhi sputando un fiotto di sangue mentre veniva scosso da un violento colpo alle spalle. Con un rantolo, il cavaliere cadde a faccia in avanti sulla passerella mentre i giovani elfi facevano un balzo indietro, agghiacciati.
Dall’uscio sbucò una figura massiccia, con una maligna soddisfazione dipinta sul grugno. Lo Zolfar più brutto e grosso che avessero mai potuto immaginare li stava guardando con un sorriso assassino sulla faccia grigia, brandendo un’accetta lorda di sangue fino al manico.
Lo Zolfar venne spinto in avanti, mentre nel vano della porta emergevano ritagliate sullo sfondo della luce alle loro spalle le sagome di altri due Zolfar ancora più grossi. Ora in cima alla scaletta erano in tre, uno più mostruoso dell’altro. Intanto, Shanna si stava rialzando con un lamento soffocato.
“Via, via, correte!” gridò la ragazza passando di corsa in mezzo ai tre elfi, che lì in piedi sulla passerella avevano assistito alla scena come ipnotizzati. I tre, riscuotendosi, se la diedero anche loro a gambe dietro alla ragazza sulle traballanti assi di legno, inseguiti dalle risate sgraziate dei tre Zolfar.
“Shcapa, shcapa, brüta shvergugnada, k’ tant te riciapàmm, e anka i tö amikètt!”


*****

Le paludi di Morbha erano un labirinto di corsi e specchi d’acqua limacciosa, interrotti da sottili strisce di terra e isolette affioranti coperte da una intricata vegetazione.
I tre elfi e la ragazza avevano corso a rotta di collo senza guardarsi indietro fino a non poterne più, e ora riprendevano fiato seduti su un tronco d’albero abbattuto. Shanna si era rivestita alla bell’e meglio con una blusa di ricambio di Silverel che arrivava a coprirla appena sotto il sedere, legandosela in vita con un pezzo di corda.
“Allora, si può sapere che è successo?” disse Axliel.
“Niente di grave,” disse lei. “In casa mia sono un po’ gelosi, ecco lì. Ma non sono cattivi,” disse tamponandosi il sangue dal naso col palmo della mano.
“E ora, che si fa?” disse Driwinn. “Io dico proprio di tornarcene a casa.”
“Senza prima aver trovato il palazzo della fata? Giammai!” scosse la testa Silverel, indignato.
“Cercate il palazzo della fata Moeena?” chiese Shanna.
“Perché, tu sai dov’è?” trasalì Axliel.
“Certo che lo so, la fata Moeena è mia buona amica. Se volete, domattina posso condurvi da lei. Possiamo ammucchiare un po’ di foglie e dormire qui, poi metterci in cammino appena fa giorno.”
“Fantastico!” esclamò Silverel. “Finalmente un colpo di fortuna!”
“Basta che non cerchi di giocarci lo stesso scherzo che hai fatto all’altro tuo amico, altrimenti...” disse Axliel, facendo lo sguardo truce.
“Non è mica colpa mia se quelli son tornati prima,” si giustificò lei. “Credevo sarebbero rimasti fuori tutta la notte a pesca di bisce di palude.”

*****

Il giorno dopo i tre elfi, preceduti dalla ragazza, sbucarono fuori dalla nebbia che avvolgeva la palude proprio ai piedi di una piccola collina, sulla sommità della quale si parava di fronte ai loro occhi un palazzo dalla fantastica architettura.
“Ecco, questa è la dimora della fata Moeena,” disse infine Shanna agli elfi ammutoliti per lo stupore. “Da qui potete proseguire da soli.”
Una lunga scalinata di marmo risaliva il pendio, fino a un palazzo bianco le cui forme armoniose si fondevano con la lussureggiante vegetazione che vi cresceva intorno. Sulla sommità, un grande padiglione era sormontato da una cupola di marmo bianco sorretta da un colonnato. Più in basso, sulla sinistra della collina, il palazzo confinava invece con una squadrata costruzione di pietra grigia dall’aspetto disadorno, che si affacciava su un breve dirupo.

La scalinata condusse i tre giovani elfi al padiglione su in alto. Quando posarono gli stivali sul lucido pavimento di marmo, rimasero senza fiato di fronte all’eleganza di quell’ambiente. Piante esotiche allungavano tronchi, tralci e viticci crescendo dal tappeto erboso che qua e là si sostituiva alle lastre del pavimento. I tre proseguirono con circospezione, guardandosi intorno pieni di meraviglia. Una quantità di arredi e suppellettili dello fogge più svariate, ma tutte squisitamente accostate tra loro, impreziosiva il salone. Quattro grandi gabbie circolari, dalle sbarre tutte d’oro, erano disposte ai quattro angoli. In una sonnecchiava una coppia di pantere nere, che si destarono ruggendo al passaggio degli elfi. In un’altra volavano pappagalli e altri uccelli esotici. La terza ospitava una dozzina di grossi maiali, e l’ultima una berciante famiglia di macachi, con la quale gli elfi cominciarono a scambiarsi smorfie e boccacce.
“Benvenuti! Vi stavo aspettando! Venite, venite avanti senza timore,” risuonò nell’aria una voce musicale, distogliendo la loro attenzione dalle scimmie.
Oltre l’arcata, proprio sotto la sommità della cupola più alta, si apriva nel pavimento una grande vasca ovale circondata da fontane e spettacolari giochi d’acqua, nella quale galleggiavano ninfee dai colori variopinti.
Proprio nella vasca, nuda da capo a piedi, nuotava la fata Moeena.
I capelli erano biondo miele, con soffici boccoli che le ricadevano sulle spalle. Aveva il nasino affilato rivolto all’insù, gli zigomi pronunciati e un’aria deliziosamente frivola e svagata. Le alucce di farfalla dai mille colori spuntavano dall’acqua, imperlate di goccioline che brillavano come tanti piccoli diamanti. Il viso era di età indefinibile: se fosse stata umana, le si sarebbero potuti dare vent’anni così come cinquanta portati molto bene, a seconda del mutare dell’espressione.
“Avvicinatevi! Su su, non siate timidi! Oh, come siete giovani e carini!” batté le mani.
Silverel, Axliel e Driwinn strascicarono i piedi fin sul bordo della piscina. Rimasero a fissare attraverso l’acqua le forme nude della fata con un’espressione ebete sul volto, incapaci di spiccicare parola.
“Toglietevi quei brutti vestiti di dosso, e tuffatevi qui con me! Sentirete com’è fresca l’acqua!” trillò lei.
I tre si guardarono fra loro, sogghignando. Silverel si tolse stivali, pantaloni e blusa, subito imitato dagli altri.
“Via tutto! Non avrete mica vergogna? Ih ih ih!” rise la fata nascondendosi la bocca con la mano.
Axliel si strinse nelle spalle, poi si cavò via le mutande e le gettò lontano. “Ecco fatto!” disse con aria trionfale.
“Bravo! Ih ih ih!” lo applaudì la fata.
Silverel, per non essere da meno, si calò anche lui le mutande. E, dopo un attimo di esitazione, anche Driwinn.
“Forza, tuffatevi! Chi viene a darmi un bacio?” disse la fata.
“Io! Io! Io!” risposero i tre, gettandosi nella vasca.
“Oh, piano, piano, ih ih ih!” rise ancora lei, mentre i tre la circondavano da presso con fare adorante cercando il suo corpo con le mani.
“Oh, che bei ragazzi!” disse attirando a sé Axliel e sfiorandogli le labbra con le sue. Poi fece lo stesso con Silverel.
“Oh!” trasalì con espressione oltraggiata, che si mutò subito in un sorrisetto malizioso. “Chi è quel malandrino che allunga troppo le manine, eh?”
“Scusi,” disse Driwinn da dietro, arrossendo come un peperone.
La fata si voltò. “Ah, sei tu, porcellino birichino! Vieni, un bel bacino anche a te! E ora, tutti fuori!” rise alzandosi in volo fuori dall’acqua. Restò sospesa per un attimo nell’aria, poi si scosse con il tintinnio di mille campanelli. Le gocce d’acqua le si staccarono tutte insieme dal corpo restando per un istante immobili in sospensione, poi piovvero giù tutte insieme. La fata volò sul bordo della piscina, prendendo da un tavolinetto una bottiglia di cristallo con tre calici. Fata Moeena aveva un corpo flessuoso e perfetto, con la vitina da vespa e il petto bello pieno, alto e sodo.
“Chi vuole un po’ di vino?” disse riempiendo i calici.
“Io! Io! Io!” dissero i tre elfi issandosi sul bordo della vasca.
“Prendete!” disse la fata porgendo i bicchieri.
Mentre i tre li vuotavano di un fiato, fata Moeena si lasciò cadere su un mucchio di cuscini, sorridendo invitante. Si attorcigliò un boccolo attorno all’indice, con gli occhi che brillavano come stelle.
Silverel, Axliel e Driwinn, con i calici vuoti ancora in mano, si gettarono sui cuscini attorno a lei, nudi e bagnati.
“E’ buono, vero?” sorrise la fata. “Prendetene ancora,” disse riempiendogli di nuovo i calici prima di abbandonarsi ai loro abbracci, baci e carezze.

*****

Silverel riaprì gli occhi con una gran confusione in testa, e la vista annebbiata. Davanti a lui, un maialino gli stava grufolando in faccia, ma quel maiale aveva proprio qualcosa di strano. Dei lunghi capelli biondo rame intanto, e poi uno sguardo stranamente espressivo. Silverel provò a dire qualcosa, ma tutto ciò che riuscì a fare fu grufolare come un suino. Chiuse di nuovo gli occhi, e quando li riaprì si trovò davanti il viso di Axliel, che lo guardava da vicino molto spaventato.
“Axliel,” riuscì a dire, “che cosa è successo?”
Aveva la bocca ancora impastata, come dopo una gigantesca sbornia.
“Grande Madre!” esclamò Axliel. “Eri diventato un maiale, e ti sei ritrasformato in elfo proprio qui davanti ai miei occhi!”
“Anche tu temo, amico!” rispose l’altro tirandosi su a sedere.
I due si guardarono intorno. Erano chiusi proprio dentro a una delle gabbie d’oro, nudi in mezzo a un branco di maiali che grufolavano cercando il cibo fra la paglia! Si aggrapparono alle sbarre, urlando le loro rimostranze senza tanti complimenti. Una risata li fece voltare nella direzione opposta. Seduta a gambe conserte su un tavolino, Shanna li osservava sbocconcellando una mela candita.
“Tu! Disgraziata traditrice!” la apostrofò Silverel. “Tu lo sapevi che la fata trasforma i suoi ospiti in maiali, non è vero?”
“A-ha,” annuì la ragazza, con una punta di malignità nello sguardo. “Mi paga molto bene per portarle sempre nuovi allocchi da ingabbiare. Così un’altra volta imparate a fare tanto i preziosi.”

*****

Driwinn riprese i sensi ritrovandosi nudo e legato come un arrosto, disteso a pancia in giù su un fondo di patate tagliate a tocchetti cosparse di rametti di rosmarino. Stava dentro un enorme tegame sistemato su un carrello alto circa un metro, e montato su ruote. L’ambiente, circondato da mura di pietra grigia annerite dalla fuliggine, aveva tutta l’aria di una cucina, con un grosso camino spento da un lato, e enormi pignatte disposte tutto intorno su rozzi bancali di legno. E poi taglieri, coltelli, forchettoni, spiedi appesi in bell’ordine a una rastrelliera, e su un lato uno scaffale in cui erano allineati una quantità di barattoli di spezie. In terra c’erano ceste di verdure freschissime, tra le quali con circospezione si aggirava qualche topo in cerca di un bocconcino.
In linea retta di fronte al giovane elfo, e alla stessa altezza, si spalancava in modo preoccupante la bocca di un grosso forno di mattoni, dentro al quale si vedevano crepitare le fiamme.
Un fruscio alla sua sinistra gli fece torcere il collo di lato per vedere chi arrivava, proprio mentre fata Moeena faceva il suo ingresso nelle cucine svolazzando sostenuta dalle graziose alucce da farfalla. Appena vide Driwinn, un’espressione di disappunto le comparve sul viso. I suoi graziosi piedini si posarono sul rozzo pavimento di pietra chiazzato di scuro, proprio a fianco del giovane elfo.
Egli poté vedere che era ancora nuda, tranne per un candido grembiule da cucina e un cappello da cuoco calcato in testa.
La fata, mettendo le mani sui fianchi, aggrottò la fronte.
“Porcaccia miseriaccia, l’effetto della polvere di Mutafungo è finito troppo presto. Quei dannati Gnomi mi hanno buggerata con una partita tagliata male! Ma pazienza,” sorrise poi avvicinando il viso a quello di Driwinn, “sono sicura che sarai squisito lo stesso!”
“Signora!” protestò Driwinn divincolandosi. “Adesso questo scherzo è durato anche troppo! Esigo di essere liberato immediatamente!”
“Oh sì, come no, ih ih ih!” ridacchiò la fata. “Plin plin, porcellin, con due buchi nel nasin,” canticchiò svolazzando verso lo scaffale dove teneva le spezie e i condimenti. “Dove l’ho messo, dove l’ho messo?” diceva dimenando il culetto a mandolino mentre guardava da uno scaffale all’altro. “Ah, eccolo!” disse afferrando un’ampolla di vetro con dentro un denso liquido giallo.
Stappata l’ampolla, la mise sotto il naso dell’elfo.
“Senti che profumo? Olio extravergine d’oliva, prima spremitura a freddo. Proprio quello che ci vuole per un bel verginello, vero?” sorrise strizzandogli l’occhiolino.
Driwinn avvampò, mentre la fata cominciava a versargli l’olio sulla schiena.
“Signora! Ti avverto, la mia pazienza ha un limite: voglio sapere dove sono i miei amici, e voglio che immediatamente... oh... ooh... che... che fai?”
Driwinn aveva sul viso un’espressione estatica, perché la fata aveva cominciato a massaggiargli il corpo con l’olio d’oliva. Le mani delicate ed esperte gli scivolavano addosso dappertutto, e l’elfo sentiva ormai che qualcosa di importante stava succedendo nella zona del basso ventre.
“Ooh, tutto questo è molto piacevole, signora. Ooh, sìi... uh, sì, così, aah...! Io lo sapevo, sì insomma, che era solo un altro bel giochetto, sai? Lo sapevo che non mi volevi davvero mangiare, cosa credi,” sorrideva beato socchiudendo gli occhi, come un grosso gatto che viene grattato dietro all’orecchio. “Perché tu non mi vuoi davvero mangiare, vero?”
“Tu che ne dici?” sorrise la fata dandogli un morso sul sedere.
Driwinn mandò un gridolino, più di sorpresa che di dolore a dire la verità.
“Signora, davvero, tu mi fai un po’ paura, se devo esser sincero!” piagnucolò.
“Oh insomma, taci un po’ e non mi distrarre,” disse la fata afferrandogli il naso e chiudendogli le narici.
Quando Driwinn aprì la bocca per respirare, la fata ne approfittò per infilargli svelta una piccola mela in bocca. L’elfo mugolò una protesta, strabuzzando gli occhi.
“Ti lamenti tanto per una piccola mela, mentre è di questa che dovresti preoccuparti,” sorrise la fata, mostrando a Driwinn una grossa carota.

Nel salone, i due elfi in gabbia erano impegnati nel disperato tentativo di rabbonire Shanna.
“Ascolta,” stava dicendo Axliel sporgendosi attraverso le sbarre, “ci dispiace davvero di esser stati villani con te. Non chiediamo altro che un’occasione per riscattarci nei tuoi confronti, e ti saremo molto grati se vorrai concedercela, graziosa damigella. Ci faresti uscire, per piacere?”
La ragazza scosse la testa.
“Io sono una donna d’affari, mi dovete offrire qualcosa di più della vostra gratitudine.”
“Le nostre famiglie sono ricche,” disse Silverel.
Lei sollevò un sopracciglio. “Quanto ricche?”
“Più di quanto tu possa immaginare. La madre di Axliel, tanto per dire, è una Somma Sacerdotessa della Dea Madre. Se ci aiuterai a uscire da questo pasticcio, verrai ricompensata in oro fino degli elfi, non le solite patacche di rame e bronzo che sei solita intascare.”
“Oro fino degli elfi, eh?” disse lei con aria pensosa. “E chi me lo garantisce?”
“Hai la nostra parola d’onore di elfi silvestri.”
“Mi sa che non ho altra scelta che fidarmi. Al limite, non ci rimetto nulla: la fata mi ha già pagato,” disse ficcandosi una mano nelle mutande e tirandone fuori la chiave della gabbia.
“Sbrigati!” sussurrò Axliel mentre lei armeggiava con la serratura. “Potrebbe tornare da un momento all’altro!”
“Non c’è fretta,” disse la ragazza, “la fata sarà impegnata per un bel po’ a cucinare il vostro amico.”
“Driwinn!” gridarono gli altri due. “Dobbiamo salvarlo, a tutti i costi!”
“Bisogna creare un diversivo,” disse Axliel spalancando la porta della gabbia. Poi cominciò a saltare e urlare, battendo le mani e distribuendo pedate attraverso le sbarre ai suini che vi stavano all’interno. In men che non si dica, questi si riversarono fuori correndo in ogni direzione.

Fata Moeena sbuffava e ansimava spingendo verso la bocca del forno il pesante carrello portavivande, sopra al quale Driwinn si dibatteva nel tegame mugolando con gli occhi fuori dalla testa. D’un tratto la fata si bloccò voltandosi verso il corridoio. Echeggiavano in lontananza grugniti e strida di maiali, insieme al fracasso di mobili e suppellettili sfasciate.
“Cos’è questo gran bordello?” si insospettì sollevando un sopracciglio. “Tu aspettami buono qui che torno subito, devo andar a vedere che accidente succede di là,” disse spiccando il volo verso la porta di uscita.

Quando la fata irruppe nel salone, i capelli le si rizzarono sulla testa di fronte allo spettacolo di devastazione che le si parava davanti agli occhi. Una dozzina di grossi porcelli scorrazzavano impazziti saltando sui mobili e sui preziosi divani di seta, rovesciando tavoli, vetrinette e cristalliere e fracassando tutto ciò che gli capitava sotto le zampe.
Quando fata Moeena aprì la bocca per urlare, una lingua biforcuta sibilò attraverso due zanne acuminate.
“Quei bastardelli son fuggitiii!” strillò isterica, strappandosi di dosso grembiule e cappello da cuoco.
Si guardò intorno come cercando qualcosa, poi volò verso una cassapanca mezza sfasciata su un lato del salone. Spalancò il coperchio, traendone un archibugio dalla canna di ottone. Prese anche una borsa di cuoio e se la mise a tracolla, passandosi la cinghia fra i seni nudi. Tirò fuori dalla borsa un sacchetto di carta marrone, e strappandone il bordo coi denti ne versò il contenuto nella bocca del trombone: una cascata di cristalli multicolori, che tintinnarono giù per la canna come tanti campanelli.
Impazzita di rabbia, la fata prese la mira e sparò la prima saetta magica. Centrò in pieno un maiale, trasformandolo all’istante in un centinaio di rospi saltellanti che a balzi cominciarono a dirigersi verso la piscina. Un altro maiale venne colpito esplodendo in uno stormo di colibrì, che presero a svolazzare in giro come uno sciame di calabroni impazziti. La terza saetta, riflessa da uno specchio dopo aver mancato il bersaglio, colpì una pianta di banane che si mise ad agitarsi tirando fuori dalla terra due specie di piedi verdi, cominciando a correre in giro alla cieca.
In mezzo a quel marasma Axliel, Silverel e Shanna cercavano di svignarsela gattonando al riparo di una fila di mobili rovesciati.
“Per di qua!” disse Shanna tirando via una griglia metallica posticcia che nascondeva un cunicolo posto all’altezza del pavimento.
“Sei sicura?” disse Axliel per niente convinto, mentre poco lontano un grosso lampadario a goccia crollava sul pavimento con un frastuono assordante. La ragazza annuì, infilandosi dentro.
“E’ un condotto di riscaldamento che porta alla camera del camino giù nelle cucine. Per fortuna in questa stagione è spento!”

I due elfi strisciarono al buio lungo un budello di cunicoli fuligginosi seguendo Shanna, che sembrava sapere il fatto suo. Sbucarono infine nella camera termica del camino, che come aveva predetto la ragazza era spento in quella stagione calda. Uscendo da una delle prese d’aria poste in basso, si ritrovarono sul pavimento della cucina. Diedero una rapida occhiata in giro, e subito videro ciò che cercavano.
“Driwinn!” esclamò Silverel vedendo l’amico che si agitava legato come un salame dentro al tegame. “Allora è vero, se lo voleva proprio mangiare!”
In quel preciso istante, una saetta magica passò proprio un palmo sopra le loro teste.
“Arriva!” gridò Axliel. “Presto, dobbiamo trovare un’uscita!”
In fondo al lungo corridoio che portava alla cucina era comparsa l’immagine spaventosa della fata, che volava loro incontro come una furia urlando minacce e oscene maledizioni.
“Dove porta questo?” gridò Silverel, indicando un largo cunicolo a sezione rettangolare che si buttava giù in discesa. Aveva le pareti rivestite in lamina di rame, e dal basso provenivano dei miasmi maleodoranti.
“E’ il condotto di scarico dei rifiuti, porta all’esterno,” disse Shanna.
Senza farselo ripetere, Axliel e Silverel afferrarono il carrello con sopra l’amico spingendolo verso l’imboccatura, mentre Shanna prendeva posto accucciandosi sul ripiano inferiore. I due elfi si aggrapparono ai bordi del carrello poggiando i piedi sul ripiano sottostante, mentre il veicolo di fortuna cominciava la sua discesa. Lungo il piano inclinato, il carrello guadagnò in pochi istanti una velocità vertiginosa, tra le urla dei tre e i mugolii terrorizzati del quarto. Fecero appena in tempo a vedere la luce dell’uscita che si ritrovarono a volare nel vuoto, precipitando per parecchi metri prima di atterrare senza danno su una montagna di rifiuti marcescenti. Al loro arrivo, un gregge di capre selvatiche che vi razzolavano nel mezzo fuggì terrorizzato.
Stupiti di essere ancora interi, dopo essersi scrollati di dosso la spazzatura gli altri due liberarono dalle corde Driwinn, che poté sputare la mela e togliersi con grande sollievo la carota dal sedere. Poi, dandosi rapide occhiate all’indietro per assicurarsi di non essere inseguiti, se la diedero a gambe giù per il pendio.

*****

Qualche ora dopo, i tre elfi camminavano mesti lungo il sentiero, nudi come erano venuti al mondo, con Shanna in testa a guidarli fuori dalle paludi verso il limitare del bosco.
“Che vergogna,” diceva Silverel, “tornarcene a casa nudi come vermi, e con le pive nel sacco.”
“Abbiamo perduto tutto. Armi, zaini e persino i vestiti,” si lamentava Axliel.
“Mia madre mi prenderà a scapaccioni fino a consumarsi le mani,” piagnucolava Driwinn.
Il sentiero sbucava in una bella radura inondata di sole. Per l’ennesima volta quel pomeriggio, Shanna si voltò indietro a guardarli da sopra la spalla, con una strana luce nello sguardo. D’un tratto, si sfilò la blusa e la gettò via, rimanendo in mutande sotto lo sguardo attonito dei tre. Poi scattò in avanti, correndo come una gazzella attraverso l’erba alta.
“A chi mi prende, gli do una bella cosa!” gridò.
I tre rimasero per un attimo a fissarsi tra loro, muti.
Il viso di Silverel si illuminò. “Addio, marmotte!” gridò ai compagni scattando all’inseguimento. “Yuhuuu, arrivo!”
“Vigliacco, così non vale!” gridò Axliel, mettendosi a correre anche lui.
“Bastardi, non è giusto! Sempre io me lo prendo in quel posto!” gridava Driwinn sgambettando a perdifiato attraverso la radura, mentre gli altri lo staccavano. “Ehi, ehi! E agli altri, che gli dai?” gridò alla ragazza.
Lei ci pensò un po’ su, mentre ormai gli altri due le erano quasi addosso. Poi sorrise fra sé.
“La stessa cosa!” gridò infine.

FINE



Le illustrazioni sono di Laura Bagliani.

venerdì 19 settembre 2008

Un altro Lulu

Qualche mese fa abbiamo assistito alla nascita de ilmiolibro.it, doppione tutto italiano di Lulu.com facente capo al gruppo L'Espresso e molto pubblicizzato sulle relative testate giornalistiche sia cartacee che online. Sono così andata un po' a curiosare per capire quali fossero le differenze. Non ne ho trovate, a parte il fatto che ilmiolibro.it è un po' più caro di Lulu.com, cosa che già lo configura come ente inutile.

Vediamo un esempio: un libro di 256 pagine a copertina morbida viene a costare con ilmiolibro.it euro 8,91, con Lulu.com 8,97 ma attenzione: con il secondo possiamo scegliere se pagare in euro o in dollari, e qui viene fuori una sorpresa. Il cambio euro/dollaro praticato da Lulu.com è parecchio sballato, e questo fa sì che convenga pagare in dollari. Nel nostro caso lo stesso libro viene a costare dollari 9,65 che al cambio odierno fa in euro 6,69(!).

Poi c'è la nota dolente, le spese di spedizione. I libri di Lulu.com vengono stampati in Spagna, e la spedizione di un singolo volume costa euro 4,99 con il metodo di spedizione più economico. Ci sarebbe da aspettarsi che, essendo ilmiolibro.it tutto italiano, le spese di spedizioni debbano essere molto inferiori. Errore. Sebbene infatti le Poste Italiane consentano di spedire fino a 2 kg di libri su tutto il territorio nazionale alla tariffa molto vantaggiosa di 1,28 euro, ilmiolibro.it non ci pensa nemmeno a servirsene, e offre come unico metodo di spedizione con corriere espresso SDA a 6,19 euro. Siamo quindi a 13,96 euro con Lulu.com contro 15,10 euro con ilmiolibro.it. C'è un'ulteriore complicazione: se con Lulu si sceglie di pagare in dollari sparisce dalle opzioni di spedizione quella più economica, portando il costo di spedizione a dollari 10,06 che sommati ai 9,65 dollari di stampa fa 19,71 = 13,61 euro.

Insomma, se ne sentiva la mancanza? Boh. L'unica cosa che si può osservare è che mentre Lulu.com non lo conosce nessuno al di fuori della cerchia degli aspiranti scrittori (infatti guadagna dagli scrittori, i lettori non li considera nemmeno), ilmiolibro.it è molto ben pubblicizzato, basta guardare le pagine online de la Repubblica. Questa pubblicità è rivolta unicamente agli autori, ma è ovvio che venga vista anche da tutti gli altri.

venerdì 12 settembre 2008

Sghignazz sghignazz


Ricordate la tragica epopea del Concorso FantasyMagazine?

Ne ho parlato qui, qui e qui, e questo è il fiammeggiante thread sul loro splendido e accogliente forum.

Ieri sera ho ricevuto una bella letterina dalla Segreteria Premi, di cui riporto qualche estratto.

Cari amici,

come sapete, il Premio FantasyMagazine 2006, a cui avete partecipato, è stato annullato.
Abbiamo dovuto fare questa scelta molto dolorosa. I motivi credo li sappiate: abbiamo sottostimato l'impatto che avrebbe avuto sulle nostre risorse, e abbiamo sopravvalutato la nostra capacità di affrontare un simile carico di lavoro.
Colpa nostra in entrambi i casi.
Siamo veramente spiacenti, anche del fatto che la cosa si sia protratta così a lungo (anche perché speravamo di poter giungere a una conclusione diversa), sapendo con quanta partecipazione emotiva si partecipa ai premi letterari, soprattutto quelli per romanzi. Lavori nei quali si sono riposte tante energie e tante speranze.
Ci scusiamo ancora per quanto è accaduto.

L'ultima frase è messa lì per sentirsi dire dai lecchini che non c'è proprio niente da scusarsi: colpa dell'11 settembre!

Schede di lettura
Ancora una brutta notizia: dobbiamo desistere dall'invio delle schede di lettura. Ci abbiamo tentato, molte le abbiamo mandate, ma non abbiamo più le energie per andare avanti su questa cosa. Scusateci.

Il 23 maggio avevo scritto in privato a un altro utente del forum quanto segue:

A suo tempo non l'ho detto sul forum perché di polemiche ce n'erano già state abbastanza, ma secondo me questa della scheda è un'altra balla. Cioè, ti sei messo con le tue mani in una situazione ingestibile raccontando panzane che prima o poi sono arrivate al pettine della realtà, son tutti lì inferociti che ti abbaiano sotto l'albero e tu come ne esci? Con una millanteria ancora più grossa. Schede gratis per tutti, non uno ma più romanzi pubblicati! Yuppiiii!!!

Profeta!!!

AGGIORNAMENTO
(perseverare diabolicum est)

E' uscito il bando per il Premio Odissea, nel quale sono confluiti i premi Fantascienza.com e l'abortito FantasyMagazine. Riporto uno stralcio della notizia direttamente da FM:

Dopo alcuni mesi dalla chiusura delle iscrizioni alla prima edizione, di cui qualche settimana fa sono stati annunciati i finalisti, sono riaperte le iscrizioni al Premio Letterario Odissea, il concorso per romanzi inediti di fantascienza e fantasy bandito da Delos Books, e che prevede, per il vincitore, la pubblicazione nella collana Odissea, distribuita in tutte le librerie.
Quell'ultima affermazione (il grassetto è mio) la dice già lunga sulla serietà della cosa. Le librerie in Italia sono circa 2.000, immaginate voi cosa vorrebbe dire distribuire in tutte le librerie qualcosa che non sia Il codice Da Vinci o Harry Potter. Ammettiamo pure che si intendesse "in tutte le maggiori librerie": com'è che io tutte le settimane mi faccio un giro nelle maggiori librerie di Genova e non ho mai visto esposto un libro edito da Delos Books?