martedì 16 dicembre 2008

Auguri

Come tradizione, ecco gli auguri di Natale.

mercoledì 26 novembre 2008

Dalton 1866


Carissimi, per chi fosse interessato su X Comics di dicembre comincia la nuova serie del dinamico duo Scalzo & Bagliani, e indovinate un po'? Stavolta la protagonista sono io in persona. Si intitola Dalton 1866, e parla di vampiri nel vecchio west.

xò nn é 1 stria d vnpiri x bimbeminkia kme kuesta no no! sn vnpiri kattvi!!!!!1111111!!!

mercoledì 29 ottobre 2008

A cani e porci :: Capitolo 1


Ain't it fun, when you know

that you gonna die young?

(Rocket from the tombs, 1975)


Terza superiore. Compito in classe di matematica, l’ultimo dell’anno scolastico. Tommi ricontrolla i conti giusto per essere sicuro di non aver sbagliato qualche segno, visto che ci ha impiegato solo un’ora e venti invece delle due a disposizione. Per il problema di geometria si è semplificato parecchio la vita usando la rappresentazione parametrica e le coordinate di Moebius. E’ quello che ha inventato l’omonimo nastro che ha una faccia sola, stregoneria pura. Le coordinate di Moebius non è roba che si fa a scuola. A Tommi piace smanettare, e le cose che gli interessano le impara per conto suo.
Con i capelli corti e spettinati somiglia un sacco a Cheetah Chrome, chitarrista del gruppo protopunk Rocket From the Tombs dalle cui ceneri nacquero i Dead Boys - grandissimi - quelli di Sonic Reducer e All this and more. Nel 1975 i Rocket From The Tombs hanno scritto Ain’t it fun, la più bella canzone che sia mai stata scritta. La versione dei Dead Boys è ancora più bella dell’originale, da brividi. Vent’anni dopo ne hanno fatto una cover i Guns’n’Roses nel loro The Spaghetti Incident, ma a essere onesti non è a livello delle altre due. Axl Rose è un grande, Tommi quel giorno ha anche la sua faccia sulla maglietta, ma la sua Ain’t it fun sa troppo di tecnico del suono, troppo pulita. Non ha la ruvidezza delle chitarre distorte di trent’anni fa.
La matematica è anarchica, pensa Tommi, è punk. Non la puoi piegare al potere come si fa con la legge, con la religione, con l’economia. Sarà una formula matematica non scritta, un giorno, a far collassare la civiltà.
Tommi guarda i suoi compagni, nel silenzio della classe rotto solo dal grattare delle penne sui protocolli. Manuela, la sua compagna di banco mezza rumena e mezza ecuadoregna lo guarda con aria supplice da un metro e mezzo più in là. Loredana, la prof, ha fatto separare i banchi.
Tommi ghigna. Cosa mi dai in cambio? mima con la bocca.
Non fare lo stronzo, scandisce lei.
Tommi solleva il piede, sotto c’è un foglietto di carta appallottolato e appiattito, lo calcia. Quello scivola dritto fin sotto la sedia di Manuela, che fa finta di grattarsi una caviglia e lo raccoglie. Grazie! sorride con la faccia tonda e i denti bianchi e regolari.
Dentro c’è il compito completo, con infilati dentro un bel po’ di errori tanto da renderlo credibile visto che Manuela viaggia sulla media del cinque. Tarato giusto giusto per evitarle di essere rimandata a settembre. A Tommi dispiace prendere in giro proprio Loredana, ma Manuela coi suoi capelli biondi e gli occhi a mandorla e il culo largo come un comodino è un’amica, probabilmente l’unica che ha nella scuola. Ha il fratello che spaccia e così porta sempre a scuola l'erba per farsi le canne. A Tommi non fa quasi nessun effetto, questione di chimica interna, ma apprezza lo stesso il fatto che a lui la regala.
Loredana dalla cattedra intuisce che là in fondo c’è un po’ di movimento, alza la testa. La luce naturale della finestra le illumina l’ovale del viso, i capelli lisci scuri. Non sembra per niente punk con appena un filo di trucco sul viso – non ne ha bisogno – e la canottierina verde salvia che le lascia le spalle nude, i jeans scuri e i sandali dorati col tacco. Eppure deve esserlo un po’ anche lei, nel profondo dell’anima, se le piace la matematica. In classe non vola una mosca.
Tommi guarda dalla finestra. In cortile ci sono dei platani, scossi dal vento di tramontana che mantiene il cielo limpido. Non vede l’ora di andare a casa, mangiare un boccone e poi prendere il cane e andare a fare un giro sui prati sotto Forte Sperone, sul monte dietro casa sua.
Prende il protocollo e si alza. Si avvicina alla cattedra, lei alza gli occhi dai compiti che sta correggendo. Se non ti avessi conosciuta, non sarei mai riuscito a immaginarti. La prima volta che ti ho vista ti avrei solo voluto strappare i vestiti di dosso. E’ quando ti ho sentita parlare che mi sono sentito morire. La voce da attrice, senza accento. Il modo di inumidirti le labbra. Dicono che sei uguale a Monica Bellucci, ma lei non mi farebbe mai quest’effetto.
“Già finito?”
“Sì,” dice Tommi.
All’ultimo ricevimento dei genitori lei ha detto a sua madre che Tommi a volte la mette quasi in soggezione.

Interrogazione programmata, tre settimane prima. I due di turno hanno fatto sega. I due di riserva anche, tanto per stare sul sicuro. Si prosegue in ordine alfabetico. La Licciardi si prende un quattro d’ufficio pur di evitarsi l’imbarazzo di andare alla lavagna, e si mette a piangere. Problemi caratteriali. Poi viene Morasso Tommaso.
“Prof, Tommi non c’era l’ultima volta quando ha spiegato la dimostrazione della formula di Erone,” dice Manuela. Ma Tommi si è già alzato senza fare una piega, e sta trascinando i suoi anfibi fino alla lavagna.
La Professoressa Bruni allarga le braccia. “Le interrogazioni programmate sono fatte per favorire voi, non sono obbligata.”
Mormorio di protesta.
“Prendetevela con quelli che fanno i furbi,” dice Loredana. “Siamo a maggio, e io ho ancora il registro vuoto,” lo mostra alla classe. “Se andiamo avanti così arriviamo agli scrutini che non vi ho ancora sentiti tutti nemmeno una volta: cosa gli racconto al preside?”
Si volta verso Tommi e lo guarda dal basso in alto, e lui si sente cadere nei suoi occhi nocciola tanto che non le guarda nemmeno nella scollatura a V della maglia di filo di cotone. Tira fuori dalla maglietta dei Metallica la catenina con la croce appesa al contrario, simbolo dell’Anticristo.
“Ti sei fatto dare gli appunti dell’ultima volta dai tuoi compagni?”
“Volevo farlo oggi,” dice Tommi.
“Ma ieri c’eri, no?”
“Sì.”
Lei prende la penna rossa. “Mi dispiace, ma ti devo mettere un quattro.”
“Mi dica cosa devo dimostrare,” fa Tommi.
Lei lo guarda con aria di sfida, lui sente nella testa Battle Hymns dei Manowar. By moonlight, we ride, ten thousand side by side.
“Dato un punto P(x0,y0) e una retta di equazione ax+by+c=0 ricavare la formula che esprime la distanza del punto dalla retta.”
Tommi prende un gesso e lo spezza, comincia a scrivere. Equazione della retta passante per un punto, equazione della retta perpendicolare alla retta data. Trova l’espressione della proiezione di P sulla retta, poi la infila dentro alla formula della distanza euclidea, ed è lì che tutto gli esplode in una lavagnata di calcoli. Lui va avanti, passaggio per passaggio, cerca di scrivere piccolo per farci stare tutto. Quando la lavagna è piena si ferma, e rimane a contemplare quel marasma.
I compagni scuotono la testa, Loredana tamburella con le unghie sulla superficie di formica della cattedra, con un sorriso di sufficienza.
Tommi ha un’intuizione, vede emergere da quella massa informe di termini un raccoglimento a fattor comune. Lui non lo sa, ma a nessuno era mai venuto in mente prima. Cancella tutto meno l’ultimo passaggio, ricomincia a scrivere. Loredana si raddrizza sulla sedia, la faccia seria. Ancora qualche passaggio, molti meno di quanti Loredana ne avesse mai visti sui suoi libri.
Tommi posa il gesso. “Ecco qua.”
“Cazzo prof, stavolta gli deve dare otto,” dice Beccaro.
“Mi sa che gli devo dare nove,” dice lei, e scrive sul registro. Lo guarda e oscilla compiaciuta la testa, sorride.
“Posso andare a posto?” dice Tommi, cupo. Ma dentro la testa i Manowar non sono mai stati così grandiosi. Sound of charge into glory ride, over the top of the anguished pride. By moonlight, we ride, ten thousand side by side.
E’ stata la prima cosa che gli ha detto sua madre appena entrata in casa: “Ma lo sai cosa ha detto la professoressa di matematica? Che le metti soggezione!” Lo agguanta per le guance e gliele strizza. “Figghiu, figghiu miu beddu, quantu sei intelligente!” scherza. Tommi ride, si divincola.

Ti metto soggezione? Io? Io che vorrei solo passare le sere inginocchiato davanti alla tua poltrona, a leccarti le piante dei piedi mentre leggi un libro, pensa Tommi porgendole il compito.
“Non lo vuoi riguardare?”
“L’ho già fatto.”
Allunga la mano, prende il foglio protocollo. “Sei sicuro?”
“Sì.”
Fuori è ancora primavera, l’estate tarda quest’anno.
Lei guarda l’orologino tondo. “Manca ancora mezz’ora. Fosse per me ti farei anche uscire, ma poi se ti succede qualcosa...”
“Fa niente,” dice Tommi. “Ascolto un po’ di musica.”
Torna a posto giù nell’angolo in fondo, si siede di traverso con la schiena contro il muro. Gode un po’ a guardare le facce disperate dei compagni curvi sui banchi mentre si infila le cuffiette nelle orecchie. Whisky in the jar dei Metallica, versione metal di quella tradizionale irlandese. But the Devil take the women, for they never can be easy.

(continua...)

martedì 28 ottobre 2008

Romanzo :: A cani e porci


Se il titolo vi ha incuriosito siamo già sulla buona strada, perché dovrebbe essere quello del romanzo che ho cominciato a scrivere in questi giorni. Come genere, lo dico subito, dovrebbe essere un noir con dei toni un po' surreali e contaminazioni di fantastico urbano. Volevo scrivere un giallo-giallo, mi ci sono messo, ma alla fine il progetto mi è venuto fuori così. Agli editori lo presenterò comunque come noir. Non so se avete notato, ma è molto difficile esordire con un fantasy nel mondo dell'editoria a meno che non scriviate fantasy per bimbiminkia sul genere della Troisi o della Meyer o non siate dei bimbiminkia voi stessi. Con un giallo-noir, bah, oltre alla solita valanga di offerte di pubblicazione a pagamento può essere che prima o poi un editore vero, magari medio-piccolo ma serio, ve lo pubblichi. Il perché è presto detto: il giallo si vende come il pane, forse è l'unico genere in cui i lettori sono più numerosi degli scrittori.

Il mio primo romanzo, anche se mi ostino a ritenerlo un fantasy, conteneva già all'inizio elementi mistery e dark. Tanto per dire, i protagonisti non fanno viaggi infiniti da una parte all'altra del mondo, ma si svolge tutto all'interno di una città in decadenza. Poi, rendendomi conto che il fantasy con gli elfi ormai fa cagare le persone assennate e perbene (e anche me), durante le varie revisioni ha acquisito elementi di fantascienza (parecchi) e forse steampunk (non sono un esperto di suddivisioni in generi, perché mi fanno venire l'orchite), e son spariti gli elfi. Appena avrò finito di rivederlo per l'ultima volta lo posterò qui sul blog.

Intanto, vi propongo il prologo di A cani e porci. Come al solito, la domanda è: incuriosisce? Fa venir voglia di continuare a leggere? Basta un sì o un no ^_^

Voglio anche fare questo esperimento: postare a mano a mano che scrivo. Saranno prime versioni, ovvio, tutte da rivedere e rimaneggiare mentre vado avanti, ma dovrebbero dare l'idea e soprattutto farmi capire se funziona o no e perché. Per ora posso solo dire che, giallo noir o fantastico urbano che sia, mi sono appassionato a scriverlo. Vado, allora.


PROLOGO

La luce filtra dalle persiane sbarrate attraverso i vetri ingialliti, tinge ogni cosa di quel tono seppia che sa di vecchie fotografie. I mobili sono coperti da vecchie lenzuola, il divano di velluto è avvolto nel nylon. L’appartamento è di quelli antichi alla genovese, con l’ingresso grande abitabile che fa da salone e le altre stanze tutto intorno. Sono trent’anni che nessuno vi metteva più piede.
Fuori in strada mancano pochi giorni a Ferragosto, dentro non si sa. Sono in quattro, in silenzio. Aspettano.
Uno, un ragazzo robusto, ha il giaccone da moto e il casco ancora in testa. Balla sulla sedia imbottita, tamburella col piede. Una vecchietta tutta curva esce dalla cucina, posa un vassoio con dentro quattro bicchierini di amaro Camatti sul telo che copre il tavolo grande della sala. Ne prende uno, poi strascica le pattine fino allo sgabello vicino alla finestra.
Il Professor Piscopo, nel suo completo di lana grigio, si toglie gli occhiali, comincia a pulirli col fazzoletto. Siede sul lato lungo del tavolo, le spalle alla finestra. “Sono andato al mio funerale,” dice infine, senza guardare in faccia gli altri.
La bella ragazza sul divano fa una smorfia, come una fitta di dolore. “Professore, perché c’è andato? Io gliel’avevo detto di non farlo.” Carmen Ferrari è alta uno e ottantadue, indosso ha solo un tanga nero e una canottiera bianca. Ai piedi porta un paio di zoccoli con la zeppa di sei centimetri e il tacco di diciotto, una cosa mai vista. Sono di plexiglass trasparente, come trasparente è la fascetta di plastica morbida dove si infila il piede. Sta sprofondata contro lo schienale, con la testa appoggiata all’indietro. Mastica una gomma, gioca con gli orecchini a cerchio.
Il Prof. Gennaro Piscopo sospira. “Volevo rivedere la mia famiglia, le mie figlie. Ma non è di questo che voglio parlare,” scuote la testa.
Da fuori non vengono rumori. Gli abitanti del quartiere signorile di Castelletto sono tutti in vacanza, il palazzo è silenzioso. Nell’afa pomeridiana dei giardini non cantano nemmeno gli uccelli.
“E’ successa una cosa strana,” continua il professore. “C’erano i miei allievi, di tutte le classi. C’era pure la Bellemo.”
“Una collega?” chiede Carmen.
“Una studentessa della Terza B,” dice Piscopo. “La detestavo, proprio. Una smorfiosa tutta pittata, che non capisce nulla. La rimandavo in matematica tutti gli anni.” Si passa il fazzoletto sulla fronte, sulla testa pelata. “Al funerale ha pianto assai, come una fontana. Piangeva più di mia moglie, persino più delle mie figlie.” Rimette il fazzoletto nel taschino della giacca, e abbassa la voce. “Non me l’aspettavo, ecco.”
Carmen annuisce, con un cenno di comprensione. “Magari questa ragazza era un po’ così, ma di cuore in fondo.”
Piscopo soffia dal naso, come fanno i gatti quando si innervosiscono. “E c’era pure la Professoressa Bruni, quella bestia. E’ stata brava a fare la commedia. Io sono sicuro, che è stata lei: mi deve aver messo qualcosa nel caffè. Lo dovevo capire, non me l’aveva mai offerto un caffè in tre anni.”
Ivan Macellaro si toglie il casco da motociclista, si risistema il ciuffo scuro tirato all’indietro. “Che storia,” dice. “Pesante, da schiumarci. Ma non te l’hanno fatta l’autopsia?”
“No, ma quando mai?” Piscopo alza le spalle. “Ero cardiopatico, lo sapevano tutti. Avevo già avuto un infarto due anni fa. Se l’è pensata proprio bene, la strega.”
Lo sciabecco era un’antica barca da pesca, ma a Genova si usa per indicare il prognatismo, cioè la mascella sporgente. Ivan ha lo sciabecco, e la fronte bassa e sfuggente come un Neanderthal. Allarga le braccia.
“A me comunque me lo dite voi che è stata lei. Cioè, io quello che mi è venuto addosso all’incrocio non l’ho manco visto. Era buio, e c’avevo i fari in faccia. Comunque, cioè, venivo anche da destra. Minchia, pesante eh? Da schiumarci.”
Carmen lo guarda storto. “Venivi da destra, ma avevi lo stop.”
“Cazzo c’entra?” salta su Ivan. “Se non mi fermo allo stop mi fai la multa, ma se vengo da destra mi dai la precedenza lo stesso perché tu non lo sai mica che c’avevo lo stop.”
Piscopo batte insieme le mani, poi alza gli occhi al cielo. “Gesù Maria, ma questo è scemo proprio! Senti come ragiona! Poi dicono dei napoletani.” Ivan giocherella con la visiera del casco, con l’aria offesa. “Vabbé vabbé, cazzo ne sapete voi... Cioè, io a stare qui con voialtri finisce che ci schiumo male. Pesante.”
Carmen accavalla le gambe lunghissime. “Scusa un po’, ma se non fosse stata lei ad ammazzarti, cosa ci faresti qui con noi?”
“Cazzo ne so io?” alza le spalle Ivan.
“Io ero bendata e ammanettata al letto quando mi ha stretto la frusta intorno al collo e mi ha strangolata,” dice Carmen. “Ero bendata sì, ma non c’era nessun altro in casa quella sera, oltre noi due.”
“Era così carina quel giorno,” interviene Maria Picasso dal suo angolino, senza smettere di contare i soldi. La vecchina se ne sta sullo sgabello nell’angolo vicino alla finestra, stretta nel suo cappottino liso con lo scialletto di lana sulle spalle. Sta contando mazzi di banconote da dieci, cinquanta e centomila lire ormai fuori corso. Ne ha quattro borse di plastica del Conad di quelle grosse, piene.
“Così per bene, educata, tutta bella in ordine,” continua la vecchietta. “Era davanti a me alla posta quando sono andata a prender la pensione, così le ho detto se mi faceva passare che mi fa male la gamba.”
“’sti vecchi di merda,” dice Ivan, “se vi fan male le gambe perché non ve ne state a casa?”
“E stai un po’ zitto,” dice Carmen. “Lasciala raccontare.”
“E poi, che è successo?” dice il professore.
“C’ho l’artrosi,” dice Maria. “Ero andata anche dal primario al Galliera con la mutua...”
“Sì sì, vabbuò, Signora Picasso, ma ci racconti della ragazza. Che ha fatto poi?”
La vecchia si stringe nelle spalle gracili. “Io me ne stavo tornando a casa con la pensione e me la vedo dietro di nuovo, che viene a tenermi aperto il portone perché c’avevo i sacchetti con un po’ di spesa che mi facevo un po’ di minestra, poi entra anche lei e mi viene tutto dietro su per le scale, che io ho detto: c’avrà dei parenti qui nel palazzo. E invece quando siamo in cima brum! mi prende di peso e mi dà una spinta e io badabim badabum son volata di sotto giù dalle scale. Hai capito che bello? E tanti saluti!”
Gli altri tre si guardano fra loro.
“Ma se lo ricorda com’era questa ragazza?” chiede Carmen.
Maria ci pensa un po’ su, poi annuisce. “Eccome! Somigliava a quell’attrice famosa, Sofia Loren. Bella! Sembrava proprio una bambola, con un cappotto tutto lungo di velluto nero che chissà quanto l’aveva pagato.”
Il Professor Piscopo corruga la fronte. “No, ma che va dicendo, signora? La Professoressa Bruni non somiglia per niente a Sofia Loren. Semmai a Monica Bellucci, dicono tutti quanti.”
“Sì,” dice Carmen, “sembrano sorelle.”
“Alla Bellucci?” dice Ivan. “Ma allora è una gran figa.” Dà una manata sul casco. “Porcatroia che non l’ho manco vista in faccia!”
“Ecco sì, proprio a Veronica Bellucci volevo dire,” si corregge la vecchia.
“Sì, vabbé, diciamo che la teste è inattendibile,” dice il professore. Guarda Ivan, e ha un moto di fastidio. “Ma tu si può sapere che hai, che continui ad agitarti? Ti stai un po’ fermo, o no?”
E’ la terza volta che Ivan si arrotola il jeans fin sotto al ginocchio, per osservarsi il polpaccio. Guarda prima il professore, poi Carmen, perplesso. “C’avevo un tatuaggio qui, che mi è sparito. Bello grosso anche. Mai vista una cosa del genere, da schiumarci.”
“Si vede che non era nella tua personalità,” dice Carmen. “Che tatuaggio era?”
“Era il mio nome, Ivan, scritto in lettere grosse e nere.”
Carmen sgrana gli occhi. “Complimenti per la fantasia: bello schifo. Cosa avevi, paura di dimenticarti come ti chiami?”
“Cazzo te ne frega a te?” si offende Ivan, riabbassando il pantalone. “A me mi piaceva.”
“Io invece ce li ho ancora,” dice Carmen. Solleva la canottiera bianca a scoprire i seni a punta, grossi come meloni, e si guarda. Sul sinistro il tatuaggio di un grosso drago cinese le avvolge la coda attorno all’areola del capezzolo, forato come l’altro da un vistoso anello in oro bianco. Ivan rimane lì imbambolato, un po’ curvo, con la mascella prominente spalancata. A Genova si dice anche che ci starebbe dentro un piatto di ravioli.
Il Professor Piscopo invece diventa tutto rosso. “Ué, signorina, e che facciamo qua? Mica siamo al mare! Si copra, per piacere.”
Carmen si riabbassa la canottiera.
“Ma, voglio dire,” balbetta Ivan, “sei rifatta, no?”
“Il seno no,” scuote la testa Carmen.
“Pesante,” dice Ivan, “da schiumarci.”
“Questo invece non ce l’avevo,” dice Carmen, sollevando la gamba destra. Intorno alla caviglia spicca il tatuaggio di una corona di rose e spine. “Ma volevo farmelo. Avevo già preso appuntamento.”
“A me è tornato più forte l’accento napoletano,” dice Piscopo. “In vent’anni a Genova l’avevo un po’ perso. Non che me ne vergognassi, sia chiaro: quando la Magna Grecia era abitata da filosofi e poeti qui al nord i barbari si dipingevano ancora la faccia di blu. Si sente la doppia B quando dico bbarbari?”
“E lei Maria, cos’ha ora di diverso?” dice Carmen.
La vecchina non sembra aver sentito. Si inclina di lato, sembra che stia per cadere dallo sgabello, poi molla un peto. Carmen e il professore ridacchiano, Ivan si gira dall’altra parte, schifato. “Che vecchia di merda, da schiumarci. Quanti appartamenti è che c’aveva ‘sta qua?” dice abbassando la voce.
“Una settantina,” dice Carmen. “Più qualche milione di euro su vari libretti postali. Fino a che non è morta tutti pensavano che fosse una povera pensionata che viveva con la pensione sociale. Manie,” allarga le braccia.
“Manie da genovesi,” precisa Piscopo. “Certe cose si sentono solo qua.”
“Pesante,” dice Ivan.
“Shht!” Il professore si porta il dito alle labbra, facendo cenno di tacere. “Avete sentito?” bisbiglia. Guarda la porta.
“Era il portone giù di sotto,” dice Maria Picasso. “Qualcuno che entrava.”
Carmen impallidisce. Si raddrizza sul divano, tormentandosi le mani. Guarda il professore, poi Ivan, poi di nuovo il professore. Deglutisce a vuoto. Ivan si mette a tamburellare con le dita sul casco dipinto nei colori del Genoa. Il professore si raddrizza sulla sedia, si aggiusta la cravatta, stende le mani sul tavolo della sala dinnanzi a sé. Sembra che stia per fare l’appello in classe. “Sta arrivando l’ultimo,” sussurra.
“Chi sarà?” dice Carmen a bassa voce, con un groppo in gola. Gli occhi verdi vanno da una parte all’altra della stanza, non ha il coraggio di guardare la porta di ingresso.
Passi su per le scale.
Silenzio.
Poi bussano, e il tempo sembra fermarsi.
“Avanti,” dice il professore.
La porta piano piano si apre.

sabato 20 settembre 2008

Racconto :: Siam tre piccoli elfi


In un tiepido pomeriggio di inizio estate, tre giovanissimi elfi silvestri camminavano allegri e di buon passo lungo la strada carrabile ai margini del bosco. Solo un po’ di brezza smuoveva le cime degli alberi. I tre viaggiavano leggeri, portando solo piccoli zaini sulle spalle insieme agli inseparabili archi da caccia.
Oltre quella vasta zona boscosa cominciavano le paludi di Morbha, dalla sinistra fama. Più avanti la strada si divideva in due: a destra andava attraverso i campi, a sinistra piegava proprio dentro al bosco, in direzione delle paludi.
Lungo la via, seduta un po’ curva su di una pietra miliare, stava una ragazza snella. Ciondolava le gambe coi piedi nudi inzaccherati di fango, guardando nella loro direzione. Era una biondina coi capelli arruffati lunghi fin sotto le spalle, con indosso un vestito di pelle di biscia di palude dalle brache tagliate appena sotto il ginocchio. Con il dito indice infilato in una narice e l’aria vagamente ostile, guardava di sottecchi i tre avvicinarsi.
Gli elfi si fermarono a osservare quella strana ragazza umana, incuriositi dall’abbigliamento insolito. Lei sporse in avanti il labbro inferiore e soffiò per togliersi una ciocca di capelli dagli occhi.
“Ehi dico, non mi vorrete mica violentare, eh?” se ne uscì poi.
Gli elfi si rimisero in cammino.
“A dire il vero, neanche se ci paghi,” disse Silverel, il più grande dei tre.
La ragazza saltò giù dal cippo, incamminandosi dietro di loro.
“Come sarebbe a dire? Semmai sareste voi a dovermi pagare. Non starete mica cercando di imbrogliarmi eh, con tutte quelle arie di superiorità?”
Axliel, quello di mezzo, sorrise con l’aria di chi la sa lunga.
“Ragazza, per piacere, va’ per la tua strada,” disse senza voltarsi.
“Allora magari vi interessa qualche commercio,” insistette lei. “Acquavite, che ne dite? Bella forte, di ottima qualità. Sapete, ho una cantina ben fornita a casa mia in mezzo alla palude. Siete dei bei ragazzi, e vi posso fare un buon prezzo. Ah no, ho capito! Voi cercate dell’Erbamatta da fumare nella pipa, dite la verità!”
I due elfi più grandi scoppiarono a ridere, spiazzandola. Driwinn, il più giovane, li guardava senza capire. Silverel si voltò andando incontro alla ragazza, poi arricciò il naso e fiutò l’aria.
“Dovresti prendere più confidenza con acqua e sapone, se vuoi attirar degli elfi silvestri in una trappola!” rise.
“Che vuoi dire?” replicò lei, mettendo le mani sui fianchi.
“Che puzzi di Zolfar da lontano un miglio,” spiegò Silverel.
“Tre, e anche belli grossi,” precisò Axliel.
“Per cui, fila via, se non vuoi che ti tiriamo giù le brache e ti prendiamo a sculaccioni,” disse infine Silverel, riprendendo la via.
“Ah, lo dicevo io, che mi volevate violentare!” insistette lei, continuando a seguirli.
“Oh, Grande Madre!” disse Axliel dandosi una pacca sulla fronte. “Ma chi ce l’ha mandata, questa?”
“Vabbé, vabbé, andate pure a cercare un posticino tranquillo dove buttarvelo nel didietro uno con l’altro, se ci tenete tanto!” disse la ragazza fermandosi in mezzo alla strada mentre i tre silvestri si allontanavano sghignazzando, prendendo il sentiero di sinistra. “E non è vero che siete dei bei ragazzi: con quelle orecchie a punta mi parete proprio dei maiali!” gli gridò ancora dietro, dopo che furono scomparsi oltre la curva.

“Ma gli umani son tutti pazzi da queste parti?” disse Silverel.
“Devono essere i miasmi che vengon su dalla palude, che gli annebbiano il cervello,” scosse la testa Axliel.
“Però era carina,” disse Driwinn.
Silverel fece una smorfia. “Ma sì, tutto sommato, per essere un’umana.”
“Un po’ piatta davanti, ma un gran bel posteriore,” convenne Axliel. “Che dite, la chiamiamo per dirle che abbiamo cambiato idea?” buttò lì.
“Io ci sto!” approvò subito Driwinn, come se non aspettasse altro.
“Driwinn,” sospirò Silverel, “Axliel stava scherzando. Non vorrai mica finire in bocca agli Zolfar, vero?”
“Ma insomma,” si spazientì Driwinn, “si può sapere chi accidenti sono questi Zolfar?”
Silverel alzò gli occhi al cielo. “Oh Grande Madre, ci siamo portati dietro proprio un pivello! Questo non sa nemmeno cosa sono gli Zolfar.”
“Gli Zolfar,” cominciò a spiegare Axliel, “son grossi e ignoranti, con mani larghe come badili.”
“Già!” disse Silverel strabuzzando gli occhi, “hanno lunghe zanne giallastre, la pelle grigia e viscida, e gli occhi sempre iniettati di sangue!”
Driwinn deglutì, impallidendo.
“Enormi, cattivi, spietati! E cannibali! Le paludi dove stiamo andando ne sono infestate,” continuò Axliel.
“Ma, ma...” balbettò Driwinn, “se son così tremendi, come fa quella ragazza a viverci insieme?”
Axliel si strinse nelle spalle. “Boh, saranno suo padre e i suoi fratelli.”
“Ah, ma voi mi prendete proprio per scemo, eh? Come fa una bella ragazza ad avere per parenti dei mostri del genere? E io che vi do ancora retta,” scosse la testa Driwinn.
“Ma allora non sai proprio niente,” allargò le braccia Silverel.
“Non esistono femmine Zolfar,” cominciò a spiegare Axliel, “solo maschi.”
“Questa è ancora più bella!” disse il più giovane. “E come fanno allora a riprodursi?”
“E’ semplice,” disse Silverel, “si accoppiano con femmine umane. Se la figlia nasce femmina, è umana, se nasce maschio, è Zolfar. Hai capito adesso?”
Lo sguardo di Driwinn vagò per alcuni istanti dal volto di uno a quello dell’altro, attento a cogliere anche il minimo accenno di presa in giro, senza infine trovarne traccia.
“Tutto ciò è spaventoso,” disse rabbuiandosi. “E dite che le paludi ne sono piene...”
“Ne pullulano nel vero senso della parola,” annuì Silverel con gravità.
“Ce ne può essere uno nascosto dietro a ogni albero, pronto a saltarti alla gola,” confermò Axliel.
“Ah che bello!” sbottò Driwinn. “E noi gli stiamo proprio andando incontro! Se me l’aveste detto prima, non so mica se sarei venuto!”
“Ehi dico,” gli fece Silverel, “siamo venuti a compiere un’audace impresa, o cosa? Credevi forse che trovare il castello della fata Moeena sarebbe stata una scampagnata?”
“Coraggio,” gli batté sulla spalla Axliel, “vedrai che le delizie di cui godremo in compagnia della fata ci ricompenseranno di tutte le fatiche e i pericoli.”
“Ma il pivello non sarà troppo giovane per questo genere di cose?” disse Silverel strizzando l’occhio ad Axliel.
“Troppo giovane per cosa?” ribatté Driwinn, piccato. “Quale genere di cose?”
“Vedrai, vedrai,” ridacchiò Axliel.
Il canto degli uccelli della foresta riempiva l’aria tutto intorno, mentre la strada scorreva sotto i piedi con un fruscio di foglie secche. Poco più avanti una volpe rossa attraversò il sentiero. Si fermò per un attimo a guardarli, poi sgambettò via.
“Ma che facciamo se incontriamo uno Zolfar?” volle sapere Driwinn.
“Lo riempiamo di frecce, o ce la diamo a gambe, o tutt’e due le cose,” disse Axliel con noncuranza.
“Forza, facciamo un po’ di musica lungo il cammino,” disse Silverel. “C’è ancora un bel pezzo prima delle paludi.”
“E se una volta nelle paludi ci perdiamo?” disse Driwinn tirando fuori il flauto dalla bisaccia.
“Gli elfi silvestri non si perdono mai,” asserì Axliel, cominciando a percuotere il suo piccolo tamburo bodhran. Intonarono una canzone un po’ sconcia, accelerando il passo per tenere il ritmo delle note.
Le cime degli alberi scorrevano sopra di loro mentre la luce dorata del sole lasciava via via spazio alla penombra della foresta.

*****

Tornata a sedere sul suo cippo di pietra, la ragazza vestita di pelle di biscia osservava l’avvicinarsi di un cavaliere dalla scintillante cotta di maglia su un magnifico destriero bianco bardato. Questi, giunto in corrispondenza del bivio, tirò le redini e si fermò, osservandola con un certo compiacimento stuzzicandosi i baffetti e il pizzetto ben curati.
“Buongiorno, nobile cavaliere,” lo apostrofò lei. “Cerchi una guida attraverso le paludi, alloggio per la notte? O qualcuno che ti prepari la cena e ti procuri della birra?”
“Una guida, una robusta cena innaffiata da ottima birra e un comodo letto! Sì, tutte queste cose insieme, graziosa bifolca. Arguisco che tu puoi forse essermi d’aiuto.”
“Certo,” disse lei saltando giù. “La mia casa è proprio in mezzo alle paludi. Col tuo cavallo, ci arriveremo giusto verso il tramonto. Lì potrò darti tutto ciò che desideri, e potrai ripartire la mattina dopo. La cosa ti aggrada?”
“Ottimamente,” disse il cavaliere. “Monta in sella qui davanti a me. Il mio destriero Brancimante è gagliardo abbastanza per portarci entrambi senza sforzo alcuno.”
Senza farselo ripetere, la ragazza balzò in arcione. Il cavaliere, riprendendo le redini, le cinse la vita con le braccia.
“Io sono Sir Gabriel, Conte di Badoux e di Pisquisgrana, e sto andando a compiere un’impresa valorosa per liberare queste contrade da un essere maligno che vi si annida.”
“Ah sì?” disse la ragazza.
“Certo. Hai mai sentito parlare di un’orrida strega nomata fata Moeena?”
“E come no, chi non la conosce?”
“Bene! Allora sappi, ragazza, che i suoi giorni sono giunti alla fine. La stanerò in punta di spada dal suo abominevole rifugio, e in catene la trascinerò di fronte al giudizio dei giusti, dove dovrà rispondere di ogni singola malefatta. Tu sai dove dimora codesta fata?”
“A-ha,” annuì la ragazza. “Con un piccolo sovrapprezzo, ti ci posso portare domani stesso.”
“Perfetto! Quale insperata fortuna.” Sir Gabriel fece la voce profonda, stringendole le braccia intorno alla vita. “Quale è il tuo nome, mia boschiva?”
“Shanna,” disse lei infilandosi il mignolo in un orecchio.
Sir Gabriel, avvicinando a sé la ragazza annusò un paio di volte, poi fece una smorfia.
“E dimmi, Shanna, non hai per caso una tinozza, a casa?”
“Una tinozza? Non direi proprio. E per farne cosa, poi?” scosse la testa.
“Un bel bagno caldo, si intende.”
“Per quello possiamo rimediare una mezza botte.”
“Bene bene, così tutti e due potremo finalmente toglierci un po’ di sudiciume di dosso.”
“Io? Naah,” scosse la testa lei con decisione. “Ma se vuoi farlo tu, accomodati pure.”
Sir Gabriel strinse le labbra con disappunto. Poi il suo volto si illuminò.
“Facciamo così: se farai il bagno insieme a me, ti darò una bella moneta di rame.”
Shanna si voltò a guardarlo da sopra la spalla con aria sospettosa, come fosse un animale strano. Poi si strinse nelle spalle.
“Contento tu...”
“Perfetto, perfetto!” ridacchiò il cavaliere. “Pregusto una magnifica serata.”

*****

Un paio d’ore dopo il tramonto, con la palude sprofondata in un buio nero e oleoso come petrolio, i tre elfi giunsero finalmente in vista di una luce.
“Visto? Che vi dicevo?” disse Axliel. “Non ci siamo persi.”
“Ah, non ci siamo persi? Allora secondo te quello è il palazzo della fata Moeena?” disse Driwinn.
“Non esageriamo col sarcasmo,” disse Axliel, “diciamo piuttosto che è un luogo abitato dove potremo chiedere informazioni, ecco.”
“Sempre che non sia abitato da qualche Zolfar di brutto carattere,” disse Silverel. “A questo proposito, suggerirei di avvicinarci con una certa prudenza.”
I tre elfi da lì in poi camminarono in silenzio, avvicinandosi di soppiatto evitando le zone di luce proiettate dalle finestre. La casa era una palafitta sgangherata che affondava i pali di sostegno nelle acque scure della palude. Era collegata alla terraferma da una passerella di tavole di legno. Silverel annusò l’aria, in direzione della baracca.
“Ehi,” sussurrò, “deve essere il posto dove abita la ragazza che abbiamo incontrato nel pomeriggio. C’è il suo odore tutto intorno.”
“Sì, e anche quello degli Zolfar,” confermò Axliel sottovoce.
Sulla terraferma, legato per le briglie al primo palo della passerella, un grosso destriero bianco da guerra dormiva in piedi con la testa reclinata. Da dentro la baracca invece, provenivano risate e gridolini di due voci diverse. Una era della ragazza stessa, e l’altra una voce maschile.
“Ha compagnia,” ridacchiò Driwinn, mettendosi una mano davanti alla bocca.
“Si direbbe proprio di sì,” sogghignò Silverel. “Mi piacerebbe dare una sbirciatina dalle finestre per vedere che combinano.”
“Detto fatto,” disse Axliel salendo sulla passerella con passo felpato, attento a non far scricchiolare le vecchie tavole. Gli altri due lo seguirono da presso, tenendosi bassi al di sotto dell’altezza dei davanzali.

Intanto, nascosta alla vista degli elfi dalla sagoma della palafitta, navigava silenziosa sulla palude una barchetta tutta rattoppata, affondata nell’acqua fino quasi ai bordi sotto il peso di tre figure grosse e ingobbite.
“Varda!” indicò col dito tozzo uno dei tre Zolfar di palude agli altri due. “El lüme es alümado! Gh’sun i ladr a ca’ noshtra!”
“Taz! Stà citu, faza de pork!” sussurrò il più grosso e rugoso dei tre. “K’ vò k’ vegn a rubà a noatr, k’ summ gross, sempre incazadi e murim de fam?”
“E alüra?” disse il terzo. “K’ ghè in ca’ noshtra? K’ vol dir kel lüme alümado?”
“Vol dir, imbezìl, k’ l’è turnà kela shvergugnada de té surèla!” disse il più anziano.
“Porkabéstia! Sculta, pater!” sussultò il terzo. “’na voze de omm! La gh’ha purtà ‘n pulaster da spénar!”
L’altro Zolfar figlio fece l’aria truce, sguainando un coltellaccio arrugginito.
“Quel galèto el faz diventar mì un capòn, kusì poi t’ sent kum’ el canta bén!” ringhiò mostrando le zanne giallastre.
Lo Zolfar padre gli mollò uno scapaccione.
“Disgrasiato! Imbezìl! No far komm’ l’atra volt, k’ l’ha kupato primm’ k’ ‘l dizèss duv’eran li sghèi!”
Poi lo Zolfar padre mollò uno scapaccione anche all’altro.
“E tu no rider, czervel de merda! Pensa a remar, sens far casin. Vizìnate pian, da drét la ca’, k’ stavolt el prenemm kun le brach kalà.”

I tre elfi, appostati sotto il davanzale della finestra, sghignazzavano sottovoce, azzardandosi di tanto in tanto a tirar su la testa per sbirciare all’interno. Ma il gioco durò poco, perché d’un tratto si udì lo schianto di una porta che veniva sfondata sul retro, e poi una moltitudine di urla sovrapposte. Urlava la ragazza, urlava Sir Gabriel, urlavano le voci gutturali degli assalitori. Tutto successe in pochi istanti. Si sentì dapprima il rumore di un tremendo ceffone, poi la porta si spalancò mentre Shanna volava giù dagli scalini atterrando ai piedi dei tre elfi attoniti. Aveva indosso solo un paio di mutande di tela grezza, e perdeva sangue dal naso. Nel vano della porta comparve Sir Gabriel, nudo e insaponato. Si aggrappava allo stipite, con un’espressione terrorizzata sul volto. Sgranò gli occhi sputando un fiotto di sangue mentre veniva scosso da un violento colpo alle spalle. Con un rantolo, il cavaliere cadde a faccia in avanti sulla passerella mentre i giovani elfi facevano un balzo indietro, agghiacciati.
Dall’uscio sbucò una figura massiccia, con una maligna soddisfazione dipinta sul grugno. Lo Zolfar più brutto e grosso che avessero mai potuto immaginare li stava guardando con un sorriso assassino sulla faccia grigia, brandendo un’accetta lorda di sangue fino al manico.
Lo Zolfar venne spinto in avanti, mentre nel vano della porta emergevano ritagliate sullo sfondo della luce alle loro spalle le sagome di altri due Zolfar ancora più grossi. Ora in cima alla scaletta erano in tre, uno più mostruoso dell’altro. Intanto, Shanna si stava rialzando con un lamento soffocato.
“Via, via, correte!” gridò la ragazza passando di corsa in mezzo ai tre elfi, che lì in piedi sulla passerella avevano assistito alla scena come ipnotizzati. I tre, riscuotendosi, se la diedero anche loro a gambe dietro alla ragazza sulle traballanti assi di legno, inseguiti dalle risate sgraziate dei tre Zolfar.
“Shcapa, shcapa, brüta shvergugnada, k’ tant te riciapàmm, e anka i tö amikètt!”


*****

Le paludi di Morbha erano un labirinto di corsi e specchi d’acqua limacciosa, interrotti da sottili strisce di terra e isolette affioranti coperte da una intricata vegetazione.
I tre elfi e la ragazza avevano corso a rotta di collo senza guardarsi indietro fino a non poterne più, e ora riprendevano fiato seduti su un tronco d’albero abbattuto. Shanna si era rivestita alla bell’e meglio con una blusa di ricambio di Silverel che arrivava a coprirla appena sotto il sedere, legandosela in vita con un pezzo di corda.
“Allora, si può sapere che è successo?” disse Axliel.
“Niente di grave,” disse lei. “In casa mia sono un po’ gelosi, ecco lì. Ma non sono cattivi,” disse tamponandosi il sangue dal naso col palmo della mano.
“E ora, che si fa?” disse Driwinn. “Io dico proprio di tornarcene a casa.”
“Senza prima aver trovato il palazzo della fata? Giammai!” scosse la testa Silverel, indignato.
“Cercate il palazzo della fata Moeena?” chiese Shanna.
“Perché, tu sai dov’è?” trasalì Axliel.
“Certo che lo so, la fata Moeena è mia buona amica. Se volete, domattina posso condurvi da lei. Possiamo ammucchiare un po’ di foglie e dormire qui, poi metterci in cammino appena fa giorno.”
“Fantastico!” esclamò Silverel. “Finalmente un colpo di fortuna!”
“Basta che non cerchi di giocarci lo stesso scherzo che hai fatto all’altro tuo amico, altrimenti...” disse Axliel, facendo lo sguardo truce.
“Non è mica colpa mia se quelli son tornati prima,” si giustificò lei. “Credevo sarebbero rimasti fuori tutta la notte a pesca di bisce di palude.”

*****

Il giorno dopo i tre elfi, preceduti dalla ragazza, sbucarono fuori dalla nebbia che avvolgeva la palude proprio ai piedi di una piccola collina, sulla sommità della quale si parava di fronte ai loro occhi un palazzo dalla fantastica architettura.
“Ecco, questa è la dimora della fata Moeena,” disse infine Shanna agli elfi ammutoliti per lo stupore. “Da qui potete proseguire da soli.”
Una lunga scalinata di marmo risaliva il pendio, fino a un palazzo bianco le cui forme armoniose si fondevano con la lussureggiante vegetazione che vi cresceva intorno. Sulla sommità, un grande padiglione era sormontato da una cupola di marmo bianco sorretta da un colonnato. Più in basso, sulla sinistra della collina, il palazzo confinava invece con una squadrata costruzione di pietra grigia dall’aspetto disadorno, che si affacciava su un breve dirupo.

La scalinata condusse i tre giovani elfi al padiglione su in alto. Quando posarono gli stivali sul lucido pavimento di marmo, rimasero senza fiato di fronte all’eleganza di quell’ambiente. Piante esotiche allungavano tronchi, tralci e viticci crescendo dal tappeto erboso che qua e là si sostituiva alle lastre del pavimento. I tre proseguirono con circospezione, guardandosi intorno pieni di meraviglia. Una quantità di arredi e suppellettili dello fogge più svariate, ma tutte squisitamente accostate tra loro, impreziosiva il salone. Quattro grandi gabbie circolari, dalle sbarre tutte d’oro, erano disposte ai quattro angoli. In una sonnecchiava una coppia di pantere nere, che si destarono ruggendo al passaggio degli elfi. In un’altra volavano pappagalli e altri uccelli esotici. La terza ospitava una dozzina di grossi maiali, e l’ultima una berciante famiglia di macachi, con la quale gli elfi cominciarono a scambiarsi smorfie e boccacce.
“Benvenuti! Vi stavo aspettando! Venite, venite avanti senza timore,” risuonò nell’aria una voce musicale, distogliendo la loro attenzione dalle scimmie.
Oltre l’arcata, proprio sotto la sommità della cupola più alta, si apriva nel pavimento una grande vasca ovale circondata da fontane e spettacolari giochi d’acqua, nella quale galleggiavano ninfee dai colori variopinti.
Proprio nella vasca, nuda da capo a piedi, nuotava la fata Moeena.
I capelli erano biondo miele, con soffici boccoli che le ricadevano sulle spalle. Aveva il nasino affilato rivolto all’insù, gli zigomi pronunciati e un’aria deliziosamente frivola e svagata. Le alucce di farfalla dai mille colori spuntavano dall’acqua, imperlate di goccioline che brillavano come tanti piccoli diamanti. Il viso era di età indefinibile: se fosse stata umana, le si sarebbero potuti dare vent’anni così come cinquanta portati molto bene, a seconda del mutare dell’espressione.
“Avvicinatevi! Su su, non siate timidi! Oh, come siete giovani e carini!” batté le mani.
Silverel, Axliel e Driwinn strascicarono i piedi fin sul bordo della piscina. Rimasero a fissare attraverso l’acqua le forme nude della fata con un’espressione ebete sul volto, incapaci di spiccicare parola.
“Toglietevi quei brutti vestiti di dosso, e tuffatevi qui con me! Sentirete com’è fresca l’acqua!” trillò lei.
I tre si guardarono fra loro, sogghignando. Silverel si tolse stivali, pantaloni e blusa, subito imitato dagli altri.
“Via tutto! Non avrete mica vergogna? Ih ih ih!” rise la fata nascondendosi la bocca con la mano.
Axliel si strinse nelle spalle, poi si cavò via le mutande e le gettò lontano. “Ecco fatto!” disse con aria trionfale.
“Bravo! Ih ih ih!” lo applaudì la fata.
Silverel, per non essere da meno, si calò anche lui le mutande. E, dopo un attimo di esitazione, anche Driwinn.
“Forza, tuffatevi! Chi viene a darmi un bacio?” disse la fata.
“Io! Io! Io!” risposero i tre, gettandosi nella vasca.
“Oh, piano, piano, ih ih ih!” rise ancora lei, mentre i tre la circondavano da presso con fare adorante cercando il suo corpo con le mani.
“Oh, che bei ragazzi!” disse attirando a sé Axliel e sfiorandogli le labbra con le sue. Poi fece lo stesso con Silverel.
“Oh!” trasalì con espressione oltraggiata, che si mutò subito in un sorrisetto malizioso. “Chi è quel malandrino che allunga troppo le manine, eh?”
“Scusi,” disse Driwinn da dietro, arrossendo come un peperone.
La fata si voltò. “Ah, sei tu, porcellino birichino! Vieni, un bel bacino anche a te! E ora, tutti fuori!” rise alzandosi in volo fuori dall’acqua. Restò sospesa per un attimo nell’aria, poi si scosse con il tintinnio di mille campanelli. Le gocce d’acqua le si staccarono tutte insieme dal corpo restando per un istante immobili in sospensione, poi piovvero giù tutte insieme. La fata volò sul bordo della piscina, prendendo da un tavolinetto una bottiglia di cristallo con tre calici. Fata Moeena aveva un corpo flessuoso e perfetto, con la vitina da vespa e il petto bello pieno, alto e sodo.
“Chi vuole un po’ di vino?” disse riempiendo i calici.
“Io! Io! Io!” dissero i tre elfi issandosi sul bordo della vasca.
“Prendete!” disse la fata porgendo i bicchieri.
Mentre i tre li vuotavano di un fiato, fata Moeena si lasciò cadere su un mucchio di cuscini, sorridendo invitante. Si attorcigliò un boccolo attorno all’indice, con gli occhi che brillavano come stelle.
Silverel, Axliel e Driwinn, con i calici vuoti ancora in mano, si gettarono sui cuscini attorno a lei, nudi e bagnati.
“E’ buono, vero?” sorrise la fata. “Prendetene ancora,” disse riempiendogli di nuovo i calici prima di abbandonarsi ai loro abbracci, baci e carezze.

*****

Silverel riaprì gli occhi con una gran confusione in testa, e la vista annebbiata. Davanti a lui, un maialino gli stava grufolando in faccia, ma quel maiale aveva proprio qualcosa di strano. Dei lunghi capelli biondo rame intanto, e poi uno sguardo stranamente espressivo. Silverel provò a dire qualcosa, ma tutto ciò che riuscì a fare fu grufolare come un suino. Chiuse di nuovo gli occhi, e quando li riaprì si trovò davanti il viso di Axliel, che lo guardava da vicino molto spaventato.
“Axliel,” riuscì a dire, “che cosa è successo?”
Aveva la bocca ancora impastata, come dopo una gigantesca sbornia.
“Grande Madre!” esclamò Axliel. “Eri diventato un maiale, e ti sei ritrasformato in elfo proprio qui davanti ai miei occhi!”
“Anche tu temo, amico!” rispose l’altro tirandosi su a sedere.
I due si guardarono intorno. Erano chiusi proprio dentro a una delle gabbie d’oro, nudi in mezzo a un branco di maiali che grufolavano cercando il cibo fra la paglia! Si aggrapparono alle sbarre, urlando le loro rimostranze senza tanti complimenti. Una risata li fece voltare nella direzione opposta. Seduta a gambe conserte su un tavolino, Shanna li osservava sbocconcellando una mela candita.
“Tu! Disgraziata traditrice!” la apostrofò Silverel. “Tu lo sapevi che la fata trasforma i suoi ospiti in maiali, non è vero?”
“A-ha,” annuì la ragazza, con una punta di malignità nello sguardo. “Mi paga molto bene per portarle sempre nuovi allocchi da ingabbiare. Così un’altra volta imparate a fare tanto i preziosi.”

*****

Driwinn riprese i sensi ritrovandosi nudo e legato come un arrosto, disteso a pancia in giù su un fondo di patate tagliate a tocchetti cosparse di rametti di rosmarino. Stava dentro un enorme tegame sistemato su un carrello alto circa un metro, e montato su ruote. L’ambiente, circondato da mura di pietra grigia annerite dalla fuliggine, aveva tutta l’aria di una cucina, con un grosso camino spento da un lato, e enormi pignatte disposte tutto intorno su rozzi bancali di legno. E poi taglieri, coltelli, forchettoni, spiedi appesi in bell’ordine a una rastrelliera, e su un lato uno scaffale in cui erano allineati una quantità di barattoli di spezie. In terra c’erano ceste di verdure freschissime, tra le quali con circospezione si aggirava qualche topo in cerca di un bocconcino.
In linea retta di fronte al giovane elfo, e alla stessa altezza, si spalancava in modo preoccupante la bocca di un grosso forno di mattoni, dentro al quale si vedevano crepitare le fiamme.
Un fruscio alla sua sinistra gli fece torcere il collo di lato per vedere chi arrivava, proprio mentre fata Moeena faceva il suo ingresso nelle cucine svolazzando sostenuta dalle graziose alucce da farfalla. Appena vide Driwinn, un’espressione di disappunto le comparve sul viso. I suoi graziosi piedini si posarono sul rozzo pavimento di pietra chiazzato di scuro, proprio a fianco del giovane elfo.
Egli poté vedere che era ancora nuda, tranne per un candido grembiule da cucina e un cappello da cuoco calcato in testa.
La fata, mettendo le mani sui fianchi, aggrottò la fronte.
“Porcaccia miseriaccia, l’effetto della polvere di Mutafungo è finito troppo presto. Quei dannati Gnomi mi hanno buggerata con una partita tagliata male! Ma pazienza,” sorrise poi avvicinando il viso a quello di Driwinn, “sono sicura che sarai squisito lo stesso!”
“Signora!” protestò Driwinn divincolandosi. “Adesso questo scherzo è durato anche troppo! Esigo di essere liberato immediatamente!”
“Oh sì, come no, ih ih ih!” ridacchiò la fata. “Plin plin, porcellin, con due buchi nel nasin,” canticchiò svolazzando verso lo scaffale dove teneva le spezie e i condimenti. “Dove l’ho messo, dove l’ho messo?” diceva dimenando il culetto a mandolino mentre guardava da uno scaffale all’altro. “Ah, eccolo!” disse afferrando un’ampolla di vetro con dentro un denso liquido giallo.
Stappata l’ampolla, la mise sotto il naso dell’elfo.
“Senti che profumo? Olio extravergine d’oliva, prima spremitura a freddo. Proprio quello che ci vuole per un bel verginello, vero?” sorrise strizzandogli l’occhiolino.
Driwinn avvampò, mentre la fata cominciava a versargli l’olio sulla schiena.
“Signora! Ti avverto, la mia pazienza ha un limite: voglio sapere dove sono i miei amici, e voglio che immediatamente... oh... ooh... che... che fai?”
Driwinn aveva sul viso un’espressione estatica, perché la fata aveva cominciato a massaggiargli il corpo con l’olio d’oliva. Le mani delicate ed esperte gli scivolavano addosso dappertutto, e l’elfo sentiva ormai che qualcosa di importante stava succedendo nella zona del basso ventre.
“Ooh, tutto questo è molto piacevole, signora. Ooh, sìi... uh, sì, così, aah...! Io lo sapevo, sì insomma, che era solo un altro bel giochetto, sai? Lo sapevo che non mi volevi davvero mangiare, cosa credi,” sorrideva beato socchiudendo gli occhi, come un grosso gatto che viene grattato dietro all’orecchio. “Perché tu non mi vuoi davvero mangiare, vero?”
“Tu che ne dici?” sorrise la fata dandogli un morso sul sedere.
Driwinn mandò un gridolino, più di sorpresa che di dolore a dire la verità.
“Signora, davvero, tu mi fai un po’ paura, se devo esser sincero!” piagnucolò.
“Oh insomma, taci un po’ e non mi distrarre,” disse la fata afferrandogli il naso e chiudendogli le narici.
Quando Driwinn aprì la bocca per respirare, la fata ne approfittò per infilargli svelta una piccola mela in bocca. L’elfo mugolò una protesta, strabuzzando gli occhi.
“Ti lamenti tanto per una piccola mela, mentre è di questa che dovresti preoccuparti,” sorrise la fata, mostrando a Driwinn una grossa carota.

Nel salone, i due elfi in gabbia erano impegnati nel disperato tentativo di rabbonire Shanna.
“Ascolta,” stava dicendo Axliel sporgendosi attraverso le sbarre, “ci dispiace davvero di esser stati villani con te. Non chiediamo altro che un’occasione per riscattarci nei tuoi confronti, e ti saremo molto grati se vorrai concedercela, graziosa damigella. Ci faresti uscire, per piacere?”
La ragazza scosse la testa.
“Io sono una donna d’affari, mi dovete offrire qualcosa di più della vostra gratitudine.”
“Le nostre famiglie sono ricche,” disse Silverel.
Lei sollevò un sopracciglio. “Quanto ricche?”
“Più di quanto tu possa immaginare. La madre di Axliel, tanto per dire, è una Somma Sacerdotessa della Dea Madre. Se ci aiuterai a uscire da questo pasticcio, verrai ricompensata in oro fino degli elfi, non le solite patacche di rame e bronzo che sei solita intascare.”
“Oro fino degli elfi, eh?” disse lei con aria pensosa. “E chi me lo garantisce?”
“Hai la nostra parola d’onore di elfi silvestri.”
“Mi sa che non ho altra scelta che fidarmi. Al limite, non ci rimetto nulla: la fata mi ha già pagato,” disse ficcandosi una mano nelle mutande e tirandone fuori la chiave della gabbia.
“Sbrigati!” sussurrò Axliel mentre lei armeggiava con la serratura. “Potrebbe tornare da un momento all’altro!”
“Non c’è fretta,” disse la ragazza, “la fata sarà impegnata per un bel po’ a cucinare il vostro amico.”
“Driwinn!” gridarono gli altri due. “Dobbiamo salvarlo, a tutti i costi!”
“Bisogna creare un diversivo,” disse Axliel spalancando la porta della gabbia. Poi cominciò a saltare e urlare, battendo le mani e distribuendo pedate attraverso le sbarre ai suini che vi stavano all’interno. In men che non si dica, questi si riversarono fuori correndo in ogni direzione.

Fata Moeena sbuffava e ansimava spingendo verso la bocca del forno il pesante carrello portavivande, sopra al quale Driwinn si dibatteva nel tegame mugolando con gli occhi fuori dalla testa. D’un tratto la fata si bloccò voltandosi verso il corridoio. Echeggiavano in lontananza grugniti e strida di maiali, insieme al fracasso di mobili e suppellettili sfasciate.
“Cos’è questo gran bordello?” si insospettì sollevando un sopracciglio. “Tu aspettami buono qui che torno subito, devo andar a vedere che accidente succede di là,” disse spiccando il volo verso la porta di uscita.

Quando la fata irruppe nel salone, i capelli le si rizzarono sulla testa di fronte allo spettacolo di devastazione che le si parava davanti agli occhi. Una dozzina di grossi porcelli scorrazzavano impazziti saltando sui mobili e sui preziosi divani di seta, rovesciando tavoli, vetrinette e cristalliere e fracassando tutto ciò che gli capitava sotto le zampe.
Quando fata Moeena aprì la bocca per urlare, una lingua biforcuta sibilò attraverso due zanne acuminate.
“Quei bastardelli son fuggitiii!” strillò isterica, strappandosi di dosso grembiule e cappello da cuoco.
Si guardò intorno come cercando qualcosa, poi volò verso una cassapanca mezza sfasciata su un lato del salone. Spalancò il coperchio, traendone un archibugio dalla canna di ottone. Prese anche una borsa di cuoio e se la mise a tracolla, passandosi la cinghia fra i seni nudi. Tirò fuori dalla borsa un sacchetto di carta marrone, e strappandone il bordo coi denti ne versò il contenuto nella bocca del trombone: una cascata di cristalli multicolori, che tintinnarono giù per la canna come tanti campanelli.
Impazzita di rabbia, la fata prese la mira e sparò la prima saetta magica. Centrò in pieno un maiale, trasformandolo all’istante in un centinaio di rospi saltellanti che a balzi cominciarono a dirigersi verso la piscina. Un altro maiale venne colpito esplodendo in uno stormo di colibrì, che presero a svolazzare in giro come uno sciame di calabroni impazziti. La terza saetta, riflessa da uno specchio dopo aver mancato il bersaglio, colpì una pianta di banane che si mise ad agitarsi tirando fuori dalla terra due specie di piedi verdi, cominciando a correre in giro alla cieca.
In mezzo a quel marasma Axliel, Silverel e Shanna cercavano di svignarsela gattonando al riparo di una fila di mobili rovesciati.
“Per di qua!” disse Shanna tirando via una griglia metallica posticcia che nascondeva un cunicolo posto all’altezza del pavimento.
“Sei sicura?” disse Axliel per niente convinto, mentre poco lontano un grosso lampadario a goccia crollava sul pavimento con un frastuono assordante. La ragazza annuì, infilandosi dentro.
“E’ un condotto di riscaldamento che porta alla camera del camino giù nelle cucine. Per fortuna in questa stagione è spento!”

I due elfi strisciarono al buio lungo un budello di cunicoli fuligginosi seguendo Shanna, che sembrava sapere il fatto suo. Sbucarono infine nella camera termica del camino, che come aveva predetto la ragazza era spento in quella stagione calda. Uscendo da una delle prese d’aria poste in basso, si ritrovarono sul pavimento della cucina. Diedero una rapida occhiata in giro, e subito videro ciò che cercavano.
“Driwinn!” esclamò Silverel vedendo l’amico che si agitava legato come un salame dentro al tegame. “Allora è vero, se lo voleva proprio mangiare!”
In quel preciso istante, una saetta magica passò proprio un palmo sopra le loro teste.
“Arriva!” gridò Axliel. “Presto, dobbiamo trovare un’uscita!”
In fondo al lungo corridoio che portava alla cucina era comparsa l’immagine spaventosa della fata, che volava loro incontro come una furia urlando minacce e oscene maledizioni.
“Dove porta questo?” gridò Silverel, indicando un largo cunicolo a sezione rettangolare che si buttava giù in discesa. Aveva le pareti rivestite in lamina di rame, e dal basso provenivano dei miasmi maleodoranti.
“E’ il condotto di scarico dei rifiuti, porta all’esterno,” disse Shanna.
Senza farselo ripetere, Axliel e Silverel afferrarono il carrello con sopra l’amico spingendolo verso l’imboccatura, mentre Shanna prendeva posto accucciandosi sul ripiano inferiore. I due elfi si aggrapparono ai bordi del carrello poggiando i piedi sul ripiano sottostante, mentre il veicolo di fortuna cominciava la sua discesa. Lungo il piano inclinato, il carrello guadagnò in pochi istanti una velocità vertiginosa, tra le urla dei tre e i mugolii terrorizzati del quarto. Fecero appena in tempo a vedere la luce dell’uscita che si ritrovarono a volare nel vuoto, precipitando per parecchi metri prima di atterrare senza danno su una montagna di rifiuti marcescenti. Al loro arrivo, un gregge di capre selvatiche che vi razzolavano nel mezzo fuggì terrorizzato.
Stupiti di essere ancora interi, dopo essersi scrollati di dosso la spazzatura gli altri due liberarono dalle corde Driwinn, che poté sputare la mela e togliersi con grande sollievo la carota dal sedere. Poi, dandosi rapide occhiate all’indietro per assicurarsi di non essere inseguiti, se la diedero a gambe giù per il pendio.

*****

Qualche ora dopo, i tre elfi camminavano mesti lungo il sentiero, nudi come erano venuti al mondo, con Shanna in testa a guidarli fuori dalle paludi verso il limitare del bosco.
“Che vergogna,” diceva Silverel, “tornarcene a casa nudi come vermi, e con le pive nel sacco.”
“Abbiamo perduto tutto. Armi, zaini e persino i vestiti,” si lamentava Axliel.
“Mia madre mi prenderà a scapaccioni fino a consumarsi le mani,” piagnucolava Driwinn.
Il sentiero sbucava in una bella radura inondata di sole. Per l’ennesima volta quel pomeriggio, Shanna si voltò indietro a guardarli da sopra la spalla, con una strana luce nello sguardo. D’un tratto, si sfilò la blusa e la gettò via, rimanendo in mutande sotto lo sguardo attonito dei tre. Poi scattò in avanti, correndo come una gazzella attraverso l’erba alta.
“A chi mi prende, gli do una bella cosa!” gridò.
I tre rimasero per un attimo a fissarsi tra loro, muti.
Il viso di Silverel si illuminò. “Addio, marmotte!” gridò ai compagni scattando all’inseguimento. “Yuhuuu, arrivo!”
“Vigliacco, così non vale!” gridò Axliel, mettendosi a correre anche lui.
“Bastardi, non è giusto! Sempre io me lo prendo in quel posto!” gridava Driwinn sgambettando a perdifiato attraverso la radura, mentre gli altri lo staccavano. “Ehi, ehi! E agli altri, che gli dai?” gridò alla ragazza.
Lei ci pensò un po’ su, mentre ormai gli altri due le erano quasi addosso. Poi sorrise fra sé.
“La stessa cosa!” gridò infine.

FINE



Le illustrazioni sono di Laura Bagliani.

venerdì 19 settembre 2008

Un altro Lulu

Qualche mese fa abbiamo assistito alla nascita de ilmiolibro.it, doppione tutto italiano di Lulu.com facente capo al gruppo L'Espresso e molto pubblicizzato sulle relative testate giornalistiche sia cartacee che online. Sono così andata un po' a curiosare per capire quali fossero le differenze. Non ne ho trovate, a parte il fatto che ilmiolibro.it è un po' più caro di Lulu.com, cosa che già lo configura come ente inutile.

Vediamo un esempio: un libro di 256 pagine a copertina morbida viene a costare con ilmiolibro.it euro 8,91, con Lulu.com 8,97 ma attenzione: con il secondo possiamo scegliere se pagare in euro o in dollari, e qui viene fuori una sorpresa. Il cambio euro/dollaro praticato da Lulu.com è parecchio sballato, e questo fa sì che convenga pagare in dollari. Nel nostro caso lo stesso libro viene a costare dollari 9,65 che al cambio odierno fa in euro 6,69(!).

Poi c'è la nota dolente, le spese di spedizione. I libri di Lulu.com vengono stampati in Spagna, e la spedizione di un singolo volume costa euro 4,99 con il metodo di spedizione più economico. Ci sarebbe da aspettarsi che, essendo ilmiolibro.it tutto italiano, le spese di spedizioni debbano essere molto inferiori. Errore. Sebbene infatti le Poste Italiane consentano di spedire fino a 2 kg di libri su tutto il territorio nazionale alla tariffa molto vantaggiosa di 1,28 euro, ilmiolibro.it non ci pensa nemmeno a servirsene, e offre come unico metodo di spedizione con corriere espresso SDA a 6,19 euro. Siamo quindi a 13,96 euro con Lulu.com contro 15,10 euro con ilmiolibro.it. C'è un'ulteriore complicazione: se con Lulu si sceglie di pagare in dollari sparisce dalle opzioni di spedizione quella più economica, portando il costo di spedizione a dollari 10,06 che sommati ai 9,65 dollari di stampa fa 19,71 = 13,61 euro.

Insomma, se ne sentiva la mancanza? Boh. L'unica cosa che si può osservare è che mentre Lulu.com non lo conosce nessuno al di fuori della cerchia degli aspiranti scrittori (infatti guadagna dagli scrittori, i lettori non li considera nemmeno), ilmiolibro.it è molto ben pubblicizzato, basta guardare le pagine online de la Repubblica. Questa pubblicità è rivolta unicamente agli autori, ma è ovvio che venga vista anche da tutti gli altri.

venerdì 12 settembre 2008

Sghignazz sghignazz


Ricordate la tragica epopea del Concorso FantasyMagazine?

Ne ho parlato qui, qui e qui, e questo è il fiammeggiante thread sul loro splendido e accogliente forum.

Ieri sera ho ricevuto una bella letterina dalla Segreteria Premi, di cui riporto qualche estratto.

Cari amici,

come sapete, il Premio FantasyMagazine 2006, a cui avete partecipato, è stato annullato.
Abbiamo dovuto fare questa scelta molto dolorosa. I motivi credo li sappiate: abbiamo sottostimato l'impatto che avrebbe avuto sulle nostre risorse, e abbiamo sopravvalutato la nostra capacità di affrontare un simile carico di lavoro.
Colpa nostra in entrambi i casi.
Siamo veramente spiacenti, anche del fatto che la cosa si sia protratta così a lungo (anche perché speravamo di poter giungere a una conclusione diversa), sapendo con quanta partecipazione emotiva si partecipa ai premi letterari, soprattutto quelli per romanzi. Lavori nei quali si sono riposte tante energie e tante speranze.
Ci scusiamo ancora per quanto è accaduto.

L'ultima frase è messa lì per sentirsi dire dai lecchini che non c'è proprio niente da scusarsi: colpa dell'11 settembre!

Schede di lettura
Ancora una brutta notizia: dobbiamo desistere dall'invio delle schede di lettura. Ci abbiamo tentato, molte le abbiamo mandate, ma non abbiamo più le energie per andare avanti su questa cosa. Scusateci.

Il 23 maggio avevo scritto in privato a un altro utente del forum quanto segue:

A suo tempo non l'ho detto sul forum perché di polemiche ce n'erano già state abbastanza, ma secondo me questa della scheda è un'altra balla. Cioè, ti sei messo con le tue mani in una situazione ingestibile raccontando panzane che prima o poi sono arrivate al pettine della realtà, son tutti lì inferociti che ti abbaiano sotto l'albero e tu come ne esci? Con una millanteria ancora più grossa. Schede gratis per tutti, non uno ma più romanzi pubblicati! Yuppiiii!!!

Profeta!!!

AGGIORNAMENTO
(perseverare diabolicum est)

E' uscito il bando per il Premio Odissea, nel quale sono confluiti i premi Fantascienza.com e l'abortito FantasyMagazine. Riporto uno stralcio della notizia direttamente da FM:

Dopo alcuni mesi dalla chiusura delle iscrizioni alla prima edizione, di cui qualche settimana fa sono stati annunciati i finalisti, sono riaperte le iscrizioni al Premio Letterario Odissea, il concorso per romanzi inediti di fantascienza e fantasy bandito da Delos Books, e che prevede, per il vincitore, la pubblicazione nella collana Odissea, distribuita in tutte le librerie.
Quell'ultima affermazione (il grassetto è mio) la dice già lunga sulla serietà della cosa. Le librerie in Italia sono circa 2.000, immaginate voi cosa vorrebbe dire distribuire in tutte le librerie qualcosa che non sia Il codice Da Vinci o Harry Potter. Ammettiamo pure che si intendesse "in tutte le maggiori librerie": com'è che io tutte le settimane mi faccio un giro nelle maggiori librerie di Genova e non ho mai visto esposto un libro edito da Delos Books?

giovedì 31 luglio 2008

Libero porno in libero stato


Carissimi, come state? Vi ho un po' trascurati, lo so.

Veniamo al dunque: stimolata dalle battaglie per la libera diffusione portate avanti soprattutto da Gamberetta e da Carraronan, nonché dal buon esempio di Simone Navarra, ho convinto il duo amministratore fiduciario+disegnatrice Laura Bagliani a mettere qui AGGRATIS sul mio blog il link per scaricare il primo albo completo di Cassandra Bullcock - Agente Bash2 Missione sulla Terra.

Purissima pornofantascienza per palati fini, 60 tavole a colori in formato pdf dense di sesso e avventura, scaricabili direttamente dal link che trovate qui sotto. Prima devo infliggervi la solita menata dicendo che:

Se cliccate sul link qua sotto dichiarate sotto la vostra responsabilità di essere maggiorenni con annessi e connessi.

Non vi chiederò di dichiarare che nel paese in cui vivete avete il diritto legale di visionare questo materiale perché se qualcuno se lo scarica -che so- dall'Iran mi frega meno di zero di dare un dolore ai preti di quello splendido Paese.


Ci vorrà un po' di pazienza, perché son 20 mega di roba e il server non è un fulmine di guerra, ma ci costa solo 4,95 l'anno, e allora...

Ah, dimenticavo: non si tratta di una storia inedita, essendo già uscita a puntate sulla rivista X Comics di Coniglio Editore, nonché sul sito USA Lustomic che si fa pagare una sessantina di dollari per questa storia in formato pdf (sì, avete capito bene, e la vende pure!) mentre qui (ripeto) è tutto gratis.

Buona lettura, e fateci sapere che ne pensate, ok?

martedì 3 giugno 2008

Sulla letteratura di genere.


Vi segnalo questo articolo sulla letteratura di genere, pubblicato sul blog dei Gamberi da una giovane ragazza con uno strepitoso QI. Un articolo che da solo vale come un intero corso di scrittura.

Ecco il LINK.

martedì 20 maggio 2008

Jenna & China


Ok, basta parlare di politica. Superato lo shock dell'idea di altri cinque anni di Nano Gongolo, mitigato anche dal fatto che non è che Veltroni mi faccia meno schifo, rieccoci a parlare di cose serie: i fumetti.

QUI potete scaricare le quattro paginette di Fango, la storia che vinse il secondo premio al concorso X Comics 2005.

Vi ricordo anche che ci sono disponibili ancora un po' di copie dell'albo della serie completa Wild Truckin', nata proprio da quella prima storia. Sono 64 pagine in B/N, e lo potete richiedere all'editore EFEdizioni o direttamente a me. 8 euro e passa la paura, spese di spedizione comprese.

sabato 10 maggio 2008

Il senso dell'umorismo

Questo governo non manca di un certo perverso senso dell'umorismo: al Ministero delle Pari Opportunità ci hanno messo una per la quale, detto fra noi, il fatto di essere nata donna non è che sia stato proprio questo grave handicap...

Ma voi Paris Hilton al Ministero del Welfare come l'avreste vista?

lunedì 14 aprile 2008

A Silvio


Per ingannare l'attesa.

lunedì 24 marzo 2008

G8 asino cotto


Guardate bene quella faccia. Pensate che uno con quella faccia possa essere davvero la persona che governa gli Stati Uniti e buona parte del mondo? Uno con una faccia così non distinguerebbe il suo culo da un buco per terra, come dicono in Texas. A proposito di Texas: quando Bush era governatore di quello stato disse che se l'inglese era andato bene per Gesù Cristo, non si vedeva perché si sarebbero dovuti distribuire nelle scuole anche i Vangeli tradotti in spagnolo. No, non era una battuta, diceva proprio sul serio.

Parlo del G8 perché è tornato alla ribalta in questi giorni in cui a Genova si celebra il processo per le torture nel carcere di Bolzaneto, processo durante il quale noi italiani, ohibò, abbiamo scoperto che non esiste in Italia il reato di tortura. Si può fare, insomma, perché comunque lo vuoi chiamare tanto poi cade tutto in prescrizione per la lungaggine dei tempi processuali.

Tanto per dire che sono di parte, sì, ma non ottusamente spero, dirò che l'episodio della morte di Carlo Giuliani, per quanto tragico, rimane un episodio isolato che poco o nulla ha a che fare con tutto il resto della vicenda. Arriverò a dire che probabilmente anch'io sparerei se stessero per tirarmi addosso un estintore. E' per evitare di trovarmi in una situazione simile che non mi sono mai arruolato nei carabinieri, per evitare di trovarmi a dover sparare a un ragazzo che non ha capito di essere una comparsa in una farsa teatrale dove Bush recita la parte del padrone del mondo.

Detto questo, veniamo al succo del discorso. Pensate davvero che i "padroni del mondo" (per i quali Bush & C. sono solo attori che gli forniscono una faccia pubblica) per deciderne le sorti abbiano bisogno di incontrarsi e parlarsi di persona durante i G8? Pensate che questa gente non si tenga in stretto contatto tutti i giorni, lontano dai riflettori, attraverso i mille canali privilegiati e le migliaia di collaboratori-ombra che hanno alle loro dipendenze? L'idea che governare i paesi e il mondo oggi abbia le stesse modalità di una riunione di condominio è ingenua, puerile, anacronistica. Berlusconi/Prodi, Bush, Putin, sono persone meno che mediocri, che non hanno né l'intelligenza né la cultura né l'apertura mentale per intuire neppure vagamente la portata degli eventi che dovrebbero in teoria discutere durante i G8.

Cos'è allora il G8? Una farsa, una rappresentazione teatrale a beneficio di noialtri fessi che ci aspettiamo chissà cosa. Una farsa in cui è previsto e voluto che arrivino da tutto il mondo no global e black blocks a scontrarsi con la polizia, in cui è previsto e voluto che le città diventino dei campi di battaglia, in cui è previsto e voluto che i cittadini debbano tapparsi in casa per una settimana in uno scenario da assedio medioevale.

C'è chi l'ha capito, come i leader della contestazione Casarin e Agnoletto, che da tutte queste vicende ci guadagnano visibilità e posti in parlamento. Di Casarin ricordo bene un proclama, a pochi giorni dall'inizio del G8 di Genova, in cui annunciava "Dichiariamo guerra allo Stato" attorniato da fedelissimi col passamontagna sul volto di fronte alle telecamere di tutti i TG nazionali. Pensate che Casarin e gli altri "disobbedienti" dichiarassero guerra allo stato da un nascondiglio sotterraneo nelle fogne dove i giornalisti erano stati condotti bendati? Niente di tutto questo: erano in un salone di Palazzo Ducale, nella piazza principale di Genova, immagino ospiti del Comune. Capite perché parlo di una rappresentazione teatrale, con la stessa regia che muove i no global come i celerini?

Se davvero il G8 fosse una cosa seria, se si volessero evitare problemi invece che montarli ad arte, si terrebbe su una portaerei in mezzo al pacifico o in un bunker segreto in mezzo alla steppa siberiana. Se tutte le volte si ripete la stessa manfrina, è perché le cose ogni volta vanno esattamente come si vuole che vadano. Casarin e Agnoletto hanno buon gioco a trovare seguaci. Senza voler sminuire le convinzioni di nessuno, credo che per la maggior parte siano ragazzini convinti di andare a una festa dove si fa un po' di casino, si protesta senza sapere bene per cosa, ci si fanno due canne, si canta si balla e alla sera con un po' di fortuna si finisce nel sacco a pelo di una bella ragazza straniera. Si fa presto così a mettere insieme 200.000 persone da buttare nel tritacarne dei manganelli dei carabinieri.

L'unica protesta sensata, è ovvio, sarebbe stata quella di portar via tutti le palle, invece che far arrivare 200.000 persone da tutto il mondo. Dire "Basta, potete anche smetterla con queste stronzate, tanto non ci crede più nessuno". Fargli fare questa buffonata di G8 in una città fantasma, con 30.000 celerini in assetto di guerra lasciati lì a sudare dentro alle tute antigas come dei coglioni. Alla fine l'avrebbero capita pure loro. Oppure, montati e impasticcati e ben infarinati com'erano, per la frustrazione di non avere nessuno da manganellare avrebbero cominciato a massacrarsi tra di loro, carabinieri contro polizia. Sai che risate?

martedì 11 marzo 2008

Le S.A.V.


Le SAV sono le gloriose Squadre d'Assalto Vaticane, il cui motto è Numquam cedere ossum (Mai mollare l'osso).

Per dovere di cronaca va detto che questa striscia risale all'epoca Wojtyla, prima che l'intransigenza di Ratzinger giungesse finalmente a scacciare dai luoghi di culto i giovinastri con le chitarre, che se non offendevano Dio di sicuro gli sfondavano i timpani.

Come sempre, i testi sono miei, i disegni di Laura Bagliani.

Buona lettura (cliccate sulle immagini per ingrandire).





martedì 26 febbraio 2008

L'era dell'ottimismo

Carissimi,

oggi metto qui sul blog qualche vignetta che io e Laura Bagliani abbiamo realizzato un bel po' di tempo fa. Per fortuna (?) sono tutte ancora attuali, compresa quella sulla guerra in Iraq. Alcune sono state pubblicate su Par Condicio, altre su L'Ateo.

Cliccate sulle immagini per ingrandire.












giovedì 14 febbraio 2008

Scoppia il merdone! ^_^

Carissimi, come state? Io d'incanto. Sento aria di primavera, e il mio spirito vola alto.

Vi ricordate dell'ottimo FantasyMerdazine, "la tua guida online per non calpestare la merda"? Ne parlavo più sotto, perché si dà il caso che questo blog abbia linkato un paio di miei articoli, cosa che ho trovato molto lusinghiera. Pare che i signori di FantasyMagazine invece non l'abbiano presa bene. Se ne parla sul blog di Federico Storni, che ha scritto sull'argomento un post molto ragionevole ed equilibrato.

Lo potete leggere qui.

Apprenderete quindi da questo post che i signori di FantasyMagazine stanno meditando querele, e mi chiedo se ce l'abbiano coi signori di FantasyMerdazine, o magari con me o già che ci siamo con chiunque si discosti un po' da un certo servilismo strisciante. Il signor Garret, moderatore di FantasyMagazine, parla di diffamazione, ma forse la confonde con la lesa maestà. La diffamazione, è ovvio, va provata, e se non ci si riesce poi bisogna pagare le spese processuali, il proprio avvocato e anche quello del querelato.

Vediamo un po'... se guardo indietro vedo che ho detto che il concorso di FantasyMagazine era organizzato coi piedi, e mi pare difficile sostenere il contrario, dopo che è volato in cielo per aborto spontaneo. Poi ho detto che è inutile leggere recensioni fatte da chi i libri anche li vende e li pubblicizza (a pagamento, si suppone). E' come andare a chiedere a Gerry Scotti se il riso Scotti è buono. E questo, beninteso, non lo dico solo per le recensioni di FantasyMagazine, ma anche per quelle di Repubblica e per le ospitate da Fabio Fazio e per chiunque guadagni grazie alla pubblicità.

Ripeto, non ho idea di come stiano le cose, ma se qualcuno mi vuole querelare mi chiamo Alessandro Scalzo. Se fate una ricerca su Google usciamo fuori in due: uno è un calciatore professionista (beato lui), l'altro sono io. Non vi confondete. A richiesta invio tutti i dati necessari e anche una foto grande con dedica e pattern sovraimpresso per essere usata come bersaglio per il gioco delle freccette.

Nella foto in alto a sinistra, il mio avvocato.

martedì 12 febbraio 2008

Il vituperium: Genova Parcheggi SpA


In tutta la zona del centro di Genova, fino alla estrema periferia, non esiste più un solo parcheggio libero. E' diventato tutto a pagamento, alla modica cifra di 2 euro l'ora. Mi starebbe anche bene, se questo fiume giornaliero di soldi finisse nelle tasche del comune e venisse usato per fornire servizi ai cittadini.

Invece, guarda un po', questo fiume di soldi finisce nelle tasche degli azionisti di Genova Parcheggi SpA. Si tratta di parcheggio incustodito su suolo pubblico, ovvero soldi buoni pagati in cambio di nessun servizio. Il fatto che questi soldi vengano regalati a dei privati (il comune di Genova è solo uno degli azionisti, attraverso AMI SpA) è una cosa che grida vendetta a Dio. Ci scommetterei le palle che se vai a vedere chi sono poi gli altri azionisti ci trovi lo zio, la cugina e la moglie di qualcuno.

Veltroni e Berlusconi stanno progettando in segreto (ma non troppo) la madre di tutti gli inciuci, il cui primo obiettivo è la privatizzazione di tutti i servizi su base locale, sul modello (che grida vendetta a Dio) di Genova Parcheggi SpA. Comunque andranno queste elezioni-farsa, sarà questa la prima cosa che faranno Veltroni e Berlusconi. Per riuscirci hanno bisogno di far fuori rispettivamente la cosiddetta sinistra radicale e le frange estreme della destra sociale di stampo fascista. Il governo Prodi (e Berlusconi prima di lui) aveva già cominciato l'opera, con l'opposizione della cosiddetta sinistra radicale che alla fine ha dovuto cedere, ottenendo in cambio che almeno l'acqua restasse bene pubblico. In altre parole, che l'acqua che viene giù dal rubinetto non possa diventare domani di proprietà di un texano, di un cinese o di un saudita. Ma tranquilli, Veltroni e Berlusconi finiranno l'opera anche con l'acqua.

venerdì 1 febbraio 2008

E' nato FantasyMerdazine!


Cari amici, è con grande piacere che vi segnalo questo nuovo blog, che si presenta da solo come La tua Guida Online per non calpestare la Merda. Utilissimo, quindi. Come si evince dal nome, questa lodevole iniziativa si propone come una "linea del Piave" contro l'imbarbarimento imperante nella letteratura fantastica. Un manipolo di irriducibili che non vogliono piegarsi alla follia di certe case editrici, al lecchinismo di certi aspiranti scrittori, alle marchette travestite da recensioni. Come dicevamo qualche post fa, il coraggio di dire che la merda puzza. Che gli autori del blog si siano ispirati? Sarebbe un onore per me.

La formula è questa: FantasyMerdazine non conterrà articoli in sé ma link ad articoli, post su altri blog e materiale vario sul tema difendiamo la letteratura fantastica dalla devastazione. L'ho trovato infatti perché ha linkato un paio di miei post a tema, e devo dire che è stata una bella sorpresa vedermi citata. FantasyMerdazine si propone quindi come un collante per tutte le persone che magari solo saltuariamente si occupano dell'argomento.

Buona lettura, e tanti a auguri a FantasyMerdazine.

lunedì 28 gennaio 2008

Ecco il mio premio


Aaah, mi sono tolta un peso: mi son fatta ridare indietro i soldi dell'iscrizione al premio Fantasy Magazine, ritirando il mio romanzo dal concorso. Sapete, il mio servo gobbo e storpio amministratore fiduciario è di Genova, e su quei 20 euro buttati nella latrina non ci dormiva la notte.

A parte la componente emotiva del gesto, dettata dallo scazzo totale con il quale la redazione rispondeva a chi faceva notare che il bando diceva "pubblicazione entro un anno" mentre dopo 13 mesi non si sanno nemmeno i finalisti, vi sono anche considerazioni di ordine pratico che mi hanno fatto optare per questa scelta.

La prima è il sospetto che, anche in caso di vittoria e pubblicazione, i romanzi vincitori dei concorsi Delos non vendano un cazzo. Il sospetto aggiuntivo è che questi siano disponibili solo tramite print on demand e non distribuiti in libreria. Un bando di concorso serio, infatti, esattamente come un contratto editoriale serio dovrebbe riportare il numero minimo di copie stampate e distribuite per la prima edizione, cosa di cui invece non c'è traccia.

La seconda considerazione riguarda il fatto che all'utilità della "dettagliata scheda di valutazione" credo veramente poco. La terza considerazione è: chi giudica la giuria? Uno dei giurati è la Troisi (no comment), uno è il buon Franz col quale ci siamo mandati sostanzialmente affanculo (seppur con un educato giro di perifrasi: per l'esattezza gli ho detto sul forum di FM che o non capisce l'italiano o fa finta), e uno è Andrea d'Angelo, che giudicando buono il suo stesso ultimo romanzo dimostra di avere gusti molto diversi dai miei (nonché, cosa più importante, da quelli di una buona parte di quei pochi che lo hanno letto). Gli altri due non li conosco, ma 3 giurati su 5 il cui giudizio non prenderei per oro colato mi bastano e avanzano.

Per finire, un saluto a Marina di FantasyMagazine, che sul forum omonimo mi manda a dire che "certe cose postate qui dentro (o anche là fuori, se è per questo, la rete non è così grande come si pensa) non si possono leggere". Da quella frase tra parentesi potrebbe quasi sembrare che io mi nasconda. Niente di più falso, quant'è vero invece che sul mio blog ci scrivo quello che stracazzo mi pare, e che ogni tanto bisognerebbe prendersi la briga di argomentare le proprie smentite quanto io mi preoccupo di argomentare le mie affermazioni.

Ah, dimenticavo: convinta dalle argomentazioni di Gamberetta sulla libera circolazione della letteratura, appena l'amministratore fiduciario avrà finito la revisione del romanzo lo metterò a disposizione scaricabile gratuitamente qui sul blog.

A presto.