lunedì 29 ottobre 2007

L'editor


In questi giorni una nota casa editrice di cui taccio il nome mi ha comunicato che il manoscritto che gli ho inviato un paio di mesi fa non gli interessa, per loro stessa ammissione senza averne letto nemmeno una pagina. Mi hanno spiegato infatti che la lettura del romanzo avviene solo nel caso che l'editor trovi interessante la mezza paginetta di soggetto che richiedono in allegato... così non è stato, e va benissimo. In fondo, è certamente preferibile che il proprio romanzo venga scartato senza essere stato letto, piuttosto che dopo essere stato letto.

Quello che non va bene per niente, invece, è che questi signori richiedono fin da subito la spedizione dell'intero romanzo in forma cartacea, quando poi in 99 casi su 100 leggeranno solo la mezza pagina di riassunto buttando via il resto, porca puttana. 15-20 euro di stampa, rilegatura a spirale e spedizione buttati nel cesso, 99 volte su 100, che Iddio li stramaledica, sradichi le loro tende e disperda i loro armenti, amen. Produrre carta e toner inquina, trasportarla anche, e io devo pure lavorare un'ora in più per guadagnare 15 euro e buttarli nel cesso, vaffanculo. Certi comportamenti del cazzo andrebbero vietati per legge, e sanzionati pesantemente. Armenia Editore ad esempio, che il Cielo gliene renda merito, richiede via mail il riassunto, le schede dei personaggi e un paio di capitoli, e solo se trova interessante questo materiale richiede poi l'invio dell'intero romanzo in forma cartacea. E' così difficile? Altri editori, come Curcio e Newton & Compton, accettano addirittura tutto in formato elettronico.

Finito questo sfogo, che non è l'argomento principale di questo post, vorrei invece arrivare all'argomento clou della serata, ovvero non ciò che gli editori non pubblicano, ma le merdate che certi editori invece pubblicano spesso e volentieri. E, si badi bene, non intendo merdate di autori famosi, che certo non mancano ma hanno il loro perché, ma opere prime di perfetti sconosciuti.

Nel fatto che vengano pubblicate delle merdate, va detto, non ci sarebbe nulla di scandaloso, se fossero merdate che piacciono al pubblico: in fondo il mestiere dell'editore è (dovrebbe essere) quello di vendere libri, non quello di patrocinare l'Arte. Il problema è che poi, se vai a vedere i dati di vendita, scopri che quel libro che ti ha fatto schifo non ha nemmeno venduto un cazzo, come peraltro succede a 9 titoli su 10 tra quelli che arrivano sugli scaffali delle librerie, e allora il conto non torna.

Allora il punto è questo: cosa passa per la testa di un editor che legge un romanzo di merda e ne consiglia la pubblicazione? Ne ho discusso nei giorni scorsi con la mia amica Gamberetta, che penso nei prossimi giorni dirà la sua sul suo blog, senza peraltro venirne a capo, ma solo facendo delle ipotesi, che sono le seguenti:

1) certi editor hanno gusti di merda e scelgono ciò che piace a loro, fottendosene dei gusti del pubblico

2) certi editor scelgono ciò che loro credono possa piacere al pubblico, sbagliando quasi sempre

3) certe case editrici (e non parlo di quelle a pagamento) non campano vendendo libri

La 1) mi pare un'ipotesi abbastanza remota. La casa editrice sarebbe, in questo caso, benefattrice non nei confronti dell'Arte ma dell'editor stesso, continuando a pagargli lo stipendio senza nemmeno provare a spiegargli che i libri andrebbero anche venduti.

La 2) mi sembra già più plausibile. Sarà capitato a tutti un ristorante dove si mangia male, una lavanderia dove ti infeltriscono il golfino di cachemire, un medico che si dimentica di sospenderti la terapia di anticoagulanti prima di trapiantarti il fegato. Ovvero: ovunque c'è pieno di gente che non sa fare il proprio mestiere, e quasi mai viene mandata via a calci in culo. Perché non potrebbe essere lo stesso per gli editor?

La 3) è un'ipotesi suggestiva. Ne conseguirebbe che le scelte di certe case editrici su cosa pubblicare non hanno nulla a che fare con qualità e/o commerciabilità del prodotto, e che probabilmente molti libri vengono pubblicati senza nemmeno essere stati letti (a volte l'impressione è proprio quella). L'ipotesi rimane purtroppo lacunosa, perché non sono in grado di dire di cosa campano allora queste case editrici, a parte un po' di aiuti statali.

Questo è quanto. Immagino che molti abbiano la loro idea in proposito, e sarei molto curiosa di sentirla...

giovedì 25 ottobre 2007

Recensione - Lire 26.900


Frédéric Beigbeder è un ex creativo pubblicitario pentito, che ha scritto questo libro parzialmente autobiografico con lo scopo preciso di farsi licenziare dall'azienda pubblicitaria per cui lavorava, e farsi quindi pagare una buonuscita milionaria. La cosa è già geniale di per sé: arricchirci facendo dei danni ai malvagi è lo scopo che tutti dovremmo perseguire nella vita.


Il libro, va detto, è bello. E' scritto con uno stile asciutto e moderno, e presenta una particolarità: è diviso in sei capitoli intitolati Io, Tu, Egli, Noi, Voi, Essi, ciascuno scritto nella corrispondente persona grammaticale. E' uno spaccato crudo e angosciante sul mondo nevrotico e spietato della pubblicità, come dicevo prima molto autobiografico, a tratti comico e con un finale inaspettato (no, niente lieto fine).

Ma, oltre alle personali storie di capi, clienti, idiozia, soldi, cocaina e puttane viene fuori anche qualcosa sul mondo in cui viviamo. Beigbeder lo dice senza mezzi termini: la Terza Guerra Mondiale c'è già stata, e non ce ne siamo neanche accorti. L'hanno combattuta le Aziende contro l'Umanità, e hanno vinto le Aziende su tutti i fronti. La loro bomba atomica è stata la pubblicità, che è peggio di ciò che era la propaganda di stato nell'Unione Sovietica. Noi continuiamo a pensare in termini di Stati, Governi e Politica, ed è una visione totalmente anacronistica. Dovremmo pensare in termini di Marchi e Aziende, che non sono né nazionaliste né patriottiche, e non si fanno problemi a comportarsi come predoni unni verso la stessa nazione dove sono nate.

Vorrei aggiungere questa considerazione personale: nessuno fa mistero del fatto che i presidenti USA siano di fatto dipendenti di aziende. Quello attuale, in particolare, dei produttori di petrolio e di armi. In Italia, però, siamo ben oltre. Credo che il nostro sia l'unico paese nell'occidente ad essere stato governato per cinque anni da un partito, Forza Italia, che è la spin-off politica di un'azienda, Publitalia. E, guardacaso, proprio un'azienda di pubblicità. Nel nostro caso, il governante non era quindi il dipendente dell'azienda, ma il padrone stesso. Per una volta, siamo più avanti degli USA (sulla strada verso il baratro). Ora li situazione si è normalizzata: le aziende hanno di nuovo ripiegato a governarci tramite i loro dipendenti, ma fino a quando?

Lire 26.900 - Frédéric Beigbeder, Feltrinelli, 240 pagine, 7 euro.

lunedì 22 ottobre 2007

Il Vituperium: Carmen Consoli


Non so a voi, ma a me ultimamente non riesce di entrare in un supermercato o centro commerciale senza che mi venga inflitta la suddetta cantante dagli altoparlanti piazzati ovunque che non ti mollano nemmeno alla toilette. Forse qualcuno ha scoperto che così come le galline producono più uova se si fa loro ascoltare Mozart, il consumatore spende di più se gli si fa ascoltare Carmen Consoli (il che sarebbe un altro buon motivo per espellerla dall'Italia). Come avrete già capito, dire che non mi piace Carmen Consoli sarebbe un eufemismo, e così è proprio con lei che voglio inaugurare questa nuova rubrica coloritamente intitolata Vituperium. La voce, si sa, è quello che è. Una "vorrei essere Dolores O'Riordan ma ho la voce di Romina Power, allora canto in una specie di falsetto improponibile", con l'effetto di ghepardo con l'enfisema che tutti conosciamo.

Come la vedete nella foto a sinistra, mostrando un po' le poppe ma ipocritamente non più di tanto, Carmen Consoli apparve in un'intervista su Max qualche anno fa. Fra le varie stronzate cose molto interessanti che Carmen Consoli diceva nell'intervista, una sua dichiarazione in particolare mi colpì: "credo in Dio, ma non nella chiesa".

Qualche mese fa, il sito di Repubblica strombazzava qualcosa del tipo: domani alle 14,30 videointervista su Repubblica.tv con Carmen Consoli, qui in studio con noi. Scrivi alla redazione per porle in diretta le tue domande, ecc. Ghiotta occasione, pensai. Il testo della domanda che inviai era questo:

Ciao Carmen, una volta hai detto che credi in Dio ma non nella chiesa. La domanda è: come lo sai allora che esiste Dio? Hai sentito una voce che usciva da un roveto in fiamme mentre vagavi sul monte Sinai?

Naturalmente, la mia domanda non gliela fecero, e ne scelsero delle altre. La prima domanda, in effetti ben più interessante, fu quindi:

Mi daresti la ricetta della pasta con le sarde?

La brava Carmen impiegò un quarto d'ora buono a spiegare che a lei la pasta con le sarde non viene proprio benissimo, mentre a sua madre sì. La seconda domanda riguardava il rapporto con il dialetto. Qui Carmen superò se stessa: dieci minuti a disquisire sulla differenza tra il dialetto palermitano e quello catanese nella pronuncia della parola "quartiere".

Poi, l'apoteosi. Il terzo fortunato estratto le chiese quando sarebbe tornata a usare la chitarra elettrica, e qui Carmen se ne partì con uno sproloquio su cosa è rock e cosa non è rock da mettere i brividi, palesando al mondo intero il fatto che di musica non sa veramente un cazzo. La sua interpretazione di è rock e non è rock è sostanzialmente quella di Celentano (altro buono), cioè è rock=mi piace e non è rock=non mi piace. Mi sono vergognato per lei quando, come esempio di tipicamente rock (ha detto proprio tipicamente) ha portato Francesco De Gregori.

Ma la cosa più penosa di tutte è stato vedere l'atteggiamento dei due intervistatori, che a vederli si capiva che erano persone serie che però tengono famiglia. Questi due tapini se ne sono andati avanti ad annuire estasiati di fronte a questo sequela perfettamente bilanciata al 50% di cazzate e al 50% di banalità come se fosse oro colato, con un'espressione come dire "Wow, che culo sfacciato che abbiamo ad avere qui con noi Carmen Consoli, ancora non ci si crede! Wow, che cose intelligenti, originali e spiritose che sta dicendo, questo è uno dei giorni più belli della nostra vita!" Ve lo giuro, hanno annuito tutto il tempo come i cagnetti finti che si vedevano una volta dietro al lunotto posteriore delle Prinz 850, uno spettacolo veramente triste, considerando anche che erano uomini di una certa età.

mercoledì 17 ottobre 2007

Io c'ero ma dormivo


Veltroni l'ha detto: ha rivelato al mondo di non essere mai stato comunista. Personalmente, non ho mai avuto dubbi sul fatto che né lui né D'Alema fossero mai stati comunisti. Ora che la cosa è ufficiale, però, la domanda nasce spontanea: che ci faceva allora nel Partito Comunista Italiano?

Dato che è molto difficile che Veltroni passi da queste parti e ci risponda lui, proverò a rispondere io. Quando Veltroni e D'Alema cominciarono a far politica una trentina d'anni fa, alla metà degli anni settanta, il PCI era semplicemente il partito che andava per la maggiore, quello che sembrava più promettente per dei giovani rampanti di belle speranze che avevano voglia di farsi strada nella vita. D'Alema, tanto per dire, se fosse nato vent'anni prima sarebbe stato il delfino di Forlani nella DC, se fosse nato vent'anni dopo sarebbe stato il vicepresidente dei Dell'Utri Boys in Forza Italia.

Ripensandoci, mi rendo conto che la domanda di cui sopra, "che ci faceva Veltroni nel PCI?" è solo sterile dietrologia. Guardiamo al futuro, e facciamoci la domanda giusta. Veltroni ora è segretario del Partito Democratico. Non è che fra vent'anni ci rivelerà di non essere mai stato democratico?


lunedì 15 ottobre 2007

Recensione: Liguria Criminale


No, non è una guida Michelin all'incontrario su quei ristoranti in Liguria dove si mangia male, ti trattano a pesci in faccia e alla fine ti rapinano col conto. Liguria Criminale, di Andrea Casazza e Max Mauceri, è un libro che raccoglie 10 casi insoluti di cronaca nera in Liguria, in un periodo che va dal luglio '78 al luglio '96. Gli omicidi insoluti, in questi 18 anni sono stati ovviamente di più, ma i due giornalisti ci vogliono raccontare in particolare questi, accomunati dal fatto che hanno tutti creato grande scalpore intorno a sé, diventando da subito di quei casi di cui si continua a parlare per mesi e per anni.

Il libro, va detto subito, è interessante. Specialmente per chi, come me, abita in Liguria e riconosce i luoghi di cui si parla pietra per pietra. Lo stile è asciutto, giornalistico, quello che ci vuole per trattare argomenti del genere senza infastidire il lettore volendo fare della letteratura a tutti i costi.

C'è un però. I primi due casi sono molto poco interessanti perché, come ho scritto tempo fa nel mio post Scrivere gialli oggi, i delitti di malavita spesso sono banali. Anche se non si arriva all'esecutore materiale, è sempre chiaro il movente (uno sgarro a qualcuno) e spesso anche il mandante, anche se non si può, o vuole, dimostrare. Andando avanti, almeno un paio di altri delitti sembrano ascrivibili a regolamenti di conti, anche se alcuni particolari bizzarri un po' di mistero lo creano.

Vi sono tre casi, però, che valgono tutto il libro. Il Caso delle mutandine nere meriterebbe un film, se solo fosse possibile dargli un finale. Meno letterario, perché troppo circoscritto nello spazio e nel tempo, ma altrettanto inquietante è Il caso di Nada Cella, perché sembra davvero impossibile che un delitto del genere debba restare impunito. Poi c'è Il mistero della donna di picche, un altro caso da mettere i brividi che meriterebbe di essere messo in mano ad un bravo regista.

Liguria Criminale - 12,50 euro - Fratelli Frilli Editori


giovedì 4 ottobre 2007

Veronica "Lake"


Ho avuto un'intuizione sull'origine del nome d'arte Veronica Lario. Dunque: Lario è il nome del Lago di Como. Lago in inglese è Lake. In due semplici passaggi otteniamo quindi Veronica Lake.

Diabolico, vero?

Ora Veltroni la vuole nel Partito Sedicente Democratico. Pensavo che, passato l'effetto del peyote, il buon Walter avrebbe fatto marcia indietro dicendo che era una battuta, una provocazione. Invece, insiste. Quando disse che dopo aver fatto il sindaco di Roma si sarebbe finalmente tolto dai coglioni lasciando la politica, noi gente di sinistra stappammo giulivi lo spumante. Poi, mesi fa, la doccia fredda: candidato unico a leader del PD. Ora le prime grandi idee per il partito: Veronica Lario nel PD.

Ma come gli vengono? E' la politica dell'Isola dei Famosi. Tutti sull'isola con Veltroni, la sorella di Milva, le figlie di Pavarotti, DJ Secchiella, un cugino di Sergio del Grande Fratello, lo zio di Totò Riina e il Mago Silvan. No, il Mago Silvan no, è ancora troppo famoso, potrebbe insidiare la sua leadership.

Non sarebbe neanche male l'elezione del segretario con le nomination. Uòlter Uèltron, sei stato nominato: levati dalle palle.

mercoledì 3 ottobre 2007

Una cattiva ragazza


Il breve racconto che ha per protagonista Anne Marie Marsten, una delle mie figlie di tenebra, si è classificato terzo al concorso 500 gocce d'inchiostro in occasione di Bardica 2007. Lo sapevo che quella ragazza era promettente... e pensare che è così giovane: nemmeno 200 anni. Ma, come si dice, buon sangue non mente.

Per chi fosse interessato, i racconti dei finalisti sono qui.