venerdì 28 settembre 2007

Consigli per gli amici scrittori


Oggi vorrei dare un consiglio utile agli amici scrittori, per quello che riguarda la parte più faticosa dello scrivere e pubblicare un romanzo: riuscire a farlo leggere ad una casa editrice. Non mi dilungo sulla questione e vado subito al sodo, perché tanto se siete aspiranti scrittori sapete benissimo di cosa parlo.

Per prima cosa, dovreste farvi dare il riferimento preciso della persona a cui dovete spedire il manoscritto (supponiamo che sia uomo). Chiedete quindi ad una vostra amica molto attraente di tenere il manoscritto per 5 minuti sotto l'ascella prima di metterlo nella busta e spedirlo. Grazie ai feromoni depositati sul rilegato cartaceo, l'editor che lo riceverà, senza capire perché, sarà spinto ad aprire la busta e leggere il manoscritto e le probabilità che lo trovi di suo gusto saranno molto più alte.

Se volete essere perfezionisti, dovreste scegliere una vostra amica che abbia molto successo con gli uomini senza essere particolarmente bella. Una "un po' racchia che piace" è l'ideale. Questo perché se piace molto senza essere particolarmente bella, probabilmente è dovuto al suo odore: feromoni di alta qualità. Stesso discorso se l'editor è una donna: usate un vostro amico maschio di incomprensibile successo con il gentil sesso. O, in alternativa, lasciate il manoscritto ad impregnarsi per una settimana nello spogliatoio della palestra, puntando sulla quantità più che sulla qualità.


Nella foto, la cantante Anastacia, splendido esempio di donna un po' racchia dall'immenso sex appeal.

giovedì 27 settembre 2007

Nel paese dei tulipani


Fa una certa impressione vedere una cosa che hai scritto tu tradotta e pubblicata in una lingua incomprensibile. Il nostro albo a fumetti Wild Truckin' (i testi sono miei, i disegni di Laura Bagliani) sta infatti per uscire in Olanda, per l'editore Playhouse Comix. Non vi nascondo che non sto più nelle mutande per la gioia...

Wild Truckin' è una serie erotico-demenziale, ispirata per certi versi al cinema di Russ Meyer. Dico per certi versi perché di Russ Meyer ho sempre apprezzato l'immaginario erotico davvero adolescenziale. Anche le ambientazioni, lungo le polverose strade dell'Arizona anni '70, sono molto simili. Le analogie però si fermano qui, perché Russ Meyer è ripetitivo fino alla nausea, mentre per Wild Truckin' abbiamo cercato di scrivere e disegnare storie che non perdessero mai il ritmo.

Dovrebbe, in ottobre, uscire anche in Italia, pubblicato da EFEdizioni. In versione in bianco e nero però, a differenza di quella Olandese che è a colori. Il motivo della scelta è contenere i costi, che dovrebbero essere, se non erro, 8 euro per 64 pagine.

lunedì 24 settembre 2007

Medioevo prossimo venturo


Mi fa molto piacere constatare che Giorgio Bocca, sull'Espresso di questa settimana, ha scritto le stesse cose che dicevo io nei miei post precedenti riguardo al delitto di Garlasco. Sui siti di ieri e di oggi di Repubblica e del Corriere si legge "Nuovo indizio contro Alberto". Se andate a leggere, il nuovo indizio contro Alberto consiste nel fatto che non sono state trovate sue tracce biologiche sul muretto della villa. Da morire dal ridere. E' come nei processi per stregoneria nel medioevo: c'erano segni della presenza dell'imputato sul luogo del misfatto? Bene! Non c'erano segni? Meglio! Vuol dire che il Diavolo lo ha aiutato a far sparire ogni traccia.

Io fossi Alberto farei causa e chiederei i danni a tutti, inquirenti e giornalisti. Si leggono cose folli. I giornali una settimana fa hanno riportato discorsi, attribuiti ai magistrati, del tipo: "Eh, senz'altro è stato lui, ma non riusciamo a dimostrarlo". In uno stato di diritto, se non riesci a dimostrare che è colpevole, allora è innocente, o no? Se Alberto venisse processato, potrebbe almeno essere assolto da una giuria. Dato che invece ad un processo probabilmente non si arriverà mai, l'ultima parola su di lui sarà quella di un magistrato o di un poliziotto scellerato che dice "Sì, è stato lui, ma non ci sono abbastanza elementi per aprire un processo".

Vorrei infine soffermarmi su un nuovo tormentone che quatto quatto si è affacciato agli onori della cronaca: gli "esami irripetibili" dei RIS. Dai tempi di Galileo è noto che l'esperimento scientifico deve essere ripetibile per definizione, se non lo è bisogna buttarlo nel cesso e tirare lo sciacquone, perché con la scienza non ha nulla a che fare. Ora apprendiamo invece che il destino di una persona può essere deciso da un esame che, se sbagliato una volta (o manomesso ad arte dagli stessi poliziotti, come il brutto pasticcio di Unabomber ci insegna), non può più essere smentito, diventando quindi Parola del Signore.

Aggiornamento: Alberto Stasi è stato arrestato, perché è stata trovata una traccia di sangue di Chiara sulla sua bici. Insomma, se non hai sangue sotto le scarpe sei colpevole, se hai sangue sulla bici sei colpevole. Per carità, magari è stato lui davvero, chissà. Oppure no. Magari verrà condannato, magari verrà assolto. Magari confesserà stasera stessa. Noto però che i giornali di cui sopra dicono che il caso è risolto. Ohibò! La presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva vale quindi solo per Berlusconi, D'Alema e Fassino?

E poi mi chiedo: tra persone che stanno insieme da tre anni, una minuscola traccia di sangue è davvero una prova? In tre anni ci sono innumerevoli e banalissimi modi in cui ciascuno dei due può lasciare una traccia di sangue sull'altro, sui suoi vestiti, sui suoi oggetti. Un taglietto col rasoio, un brufolo scoppiato, una sbucciatura, un graffio di gatto, una spina, una zanzara, il sangue dal naso, le mestruazioni. Prendendo due fidanzati a caso, vivi e vegeti, non si troveranno analoghe tracce di uno sulle cose dell'altro?

Aggiornamento (2). Comunque finirà la vicenda, mi preoccupa molto la deriva scientista che ha preso la storia giudiziaria in questi ultimi anni. Ormai i processi sono decisi da due o tre molecole che ci sono o non ci sono, che ci dovrebbero o non ci dovrebbero essere. Quando scoppiò la grana di quella bruttissima faccenda del caso Unabomber, con le prove a carico dell'Ing. Zornitta fabbricate ad arte dall'esperto del RIS, pensai che tanto valeva chiuderlo il RIS, se non ci si può fidare ciecamente. Ora, per il caso di Garlasco, sentire per quaranta giorni la polizia che dice, a proposito di Alberto, "è lui ma ci manca la prova", e dopo quaranta giorni la prova salta fuori proprio dal RIS, be', mi vengono i brividi.

Anche escludendo sempre il dolo e la malafede, non può essere che la differenza tra un'assoluzione e trent'anni di galera la faccia una pipetta lavata male, un campione scambiato per errore. Ormai i periti sono giudici e giuria insieme, il resto non conta nulla. In un processo bisognerebbe parlare di prove tangibili, comprensibili ad una giuria di cittadini, elementi visibili ad occhio nudo o al limite con la lente d'ingrandimento. Bisognerebbe parlare di testimonianze, di personalità e precedenti dell'accusato, di moventi. Va bene il test scientifico, ma dovrebbe essere tenuto in massimo conto quando esclude le responsabilità, e preso con le molle quando le indica. Dovrebbe essere la conferma o la smentita, mai la prova.

venerdì 21 settembre 2007

Come Dio!


Prima di cominciare, vorrei precisare che quello che segue è solo il divertimento di un’atea perdigiorno, una cialtronessa che non ha niente di meglio da fare che andarsi ad impicciare in questioni che probabilmente non hanno soluzione, e mai l’avranno. Vi prego quindi di prenderlo bonariamente come uno scherzo, con tutta la serenità possibile. Vorrei anche raccomandarvi, se avete degli amici matti, di non mandargli il link, perché rischierei di essere presa sul serio e di ritrovarmi a capo di una nuova religione di svitati, come se non ce ne fossero già abbastanza.

Dunque, cominciamo. Immaginate che io sviluppi un software sul mio computer, che realizzi un piccolo universo virtuale, una simulazione insomma... be’, intanto bisogna andarci piano con la parola “virtuale”. Quell’universo, infatti, dietro ai suoi megabyte di informazioni avrebbe anche una sostanza fisica, un livello hardware fatto di microchip di silicio e segnali elettrici del tutto reali secondo la definizione comune di realtà. Detto questo, immaginate quindi che in questo universo l’unica cosa che io faccia sia di definire alcune leggi fondamentali, anche molto semplici, ma in grado di dare la capacità a questo universo di evolvere. Questo potrà essere, a mia scelta, un universo dotato di proprietà geometriche oppure no, con geometria euclidea oppure no, e con un numero di dimensioni a mia scelta. Oppure delle proprietà geometriche, da me non previste, potrebbero evolvere spontaneamente. E’ noto che, con molto tempo a disposizione, la materia abbia la tendenza a contraddire localmente il secondo principio della termodinamica[1] e ad organizzarsi in strutture sempre più complesse fino a portare alla vita ed all’intelligenza, come prova la nostra stessa esistenza, anche se i meccanismi che stanno dietro a tale proprietà della materia restano ancora perlopiù oscuri. Supponiamo quindi che nel mio piccolo universo casalingo accada la stessa cosa, e che da una manciata di informazioni iniziali e da alcune leggi fondamentali si creino strutture sempre più complesse, che addirittura portino alla nascita di esseri intelligenti ed autocoscienti all’interno di questo universo. Bene, nei confronti di questo universo e di questi esseri sarei Dio, o come minimo il Demiurgo. Certo non sarei un dio eterno, perché potrei morire per indigestione di cotechino un’ora dopo aver creato l’universo. Non sarei neanche un dio onnisciente, perché certo non potrei conoscere ogni singolo bit dell’universo che ho creato, neanche se vi impiegassi tutta la vita. Intere civiltà potrebbero nascere, evolversi e scomparire nel tempo in cui vado al bagno. Inoltre, e quel che è peggio, potrei non essere in grado di riconoscere la vita e l’intelligenza neanche se me le trovassi sotto il naso, perché troppo diverse nella forma da ciò che considero vita ed intelligenza secondo la mia limitata esperienza. Se io davvero morissi strangolata dal cotechino deicida di cui parlavo poc’anzi sarei, come cantava Guccini, un dio che è morto. Avrei sì dato inizio al tutto, ma poi il tutto mi sopravviverebbe, e chi andasse a cercare ulteriori segni della mia esistenza ne rimarrebbe irrimediabilmente deluso.

Soffermiamoci quindi un po’ ad immaginare quale potrebbe essere l’esistenza di questi esseri intelligenti all’interno di questo universo virtuale, che come dicevamo all’inizio tanto virtuale poi non è, in quanto dotato anche di un’esistenza fisica sotto forma di microchip e segnali elettrici. Intanto, sarebbe un universo finito (nel senso di non infinito), perché il mio PC ha memoria limitata, e fin qui non ci piove. Poi, supponiamo che io abbaia usato numeri a 64 bit per rappresentare le grandezze (finite) del mio universo: in questo modo i possibili valori di una grandezza fisica sarebbero 2 elevato alla 64, ovvero circa 16 miliardi di miliardi di possibili valori. In altre parole, gli scienziati di quell’universo un giorno scoprirebbero che un tavolo non può avere lunghezza qualsiasi, ma solo una scelta tra quei 16 miliardi di miliardi di valori, che sono tanti, ma non infiniti. In due parole, questo universo sarebbe finito e quantizzato. Ohibò, proprio come il nostro! Inoltre, questi scienziati tramite l’osservazione potrebbero dedurre via via le leggi iniziali con cui ho dato struttura al mio universo. Ciò che sarebbe invece molto difficile per loro, probabilmente impossibile, sarebbe capire che dietro alla loro realtà software ci sta una realtà hardware fatta di microchip di silicio e segnali elettrici governati dalle equazioni di Maxwell, e magari anche una Carmille che ha dato inizio a tutto cliccando due volte col mouse. Oppure, per caso, qualcuno potrebbe un giorno fare un’ipotesi del genere, senza ovviamente ricostruirne i dettagli.

Ma veniamo a me. Se avessi la capacità di riconoscere la vita e l’intelligenza in ciò che ho creato, a questo punto mi si porrebbe dinnanzi un dilemma: intervenire in qualche modo nelle vicende della mia creazione, o rimanerne spettatrice silente al di fuori? O ancora, dopo una settimana, dimenticarmene e tornare a dedicarmi ad altre faccende?

Potrei rivelarmi, facendo udire la mia voce ai profeti che vagano per i deserti di byte tutti uguali. Potrei manifestarmi in modo spettacolare, facendo succedere cose che violano le leggi fisiche a cui le mie creature sono abituate. Potrei divertirmi persino a tormentare le mie creature, e a premiare coloro che mi sono devoti e sradicare le tende e disperdere gli armenti di coloro che mi offendono. Se facessi tutte queste cose, sarei uguale uguale al Dio dell’antico testamento. Potrei anche crearmi un avatar (sì, come in Second Life), e fargli fare un giretto in questo universo. Tanto per divertirmi a fare un po' di casino, potrei anche dotarlo di qualche trucchetto utile tipo vite infinite, in modo che risorga quando lo uccidono. Potrei anche crearmi un nemico (che nell’Apocalisse di Giovanni “ha nome Diavolo e Satana”), e sarebbe un po’ come giocare a scacchi contro il computer.

Ok, siamo quasi alla fine. Nel senso che quest’universo prima o poi dovrebbe finire. Potrebbe spegnersi lentamente, perché potrebbe essere che le stesse le leggi che lo hanno portato ad evolversi, per loro stessa natura non possano fare altro che portarlo a ciò che in termodinamica si chiama morte termica. Oppure potrebbe essere che il mio gatto, inseguendo il suo topo di gomma, stacchi inavvertitamente la spina del PC. Allora non ci sarebbero Angeli a suonare le Trombe dell’Apocalisse, e nessuno potrebbe prevederlo. Tutti sarebbero lì a mangiare la pizza, o a fare l’amore, o a dormire, o a lavorare, e all’improvviso: ZOT! L’universo non c’è più.



[1] In realtà non vi è nessuna contraddizione, in quanto il secondo principio, che dice che un sistema evolve spontaneamente verso il massimo del disordine, si applica solo ai sistemi chiusi, ovvero completamente isolati. L’organizzazione della materia in strutture complesse ed esseri viventi va nel verso opposto, ma solo localmente. Il secondo principio continua quindi a valere per l’universo nella sua interezza.

martedì 18 settembre 2007

I tre "neuroni"


Ecco, lo sapevo: appena avete visto una donna nuda siete corsi a leggere. Tranquilli, non era un abbocco... parleremo anche di sesso (uuh!), tra le altre cose. Dopo tanto simpatico cazzeggio, stasera vorrei condividere un po' della mia centenaria esperienza riguardante l'animo umano con i miei amici scrittori, nella speranza che possa tornargli utile prima o poi, nello scrivere come nella vita.

Parleremo quindi delle cose che interessano agli esseri umani, che sono tre: il sesso, il cibo, combattere i nemici. Solo queste tre? Be', principalmente queste tre.

Il sesso: va inteso in senso lato, dalla scopata fino all'amore fino al metter su famiglia e veder crescere i propri figli.

Il cibo: anche questo, in senso lato. Va dal piacere del cibo in sé fino all'accumulare ricchezza e accaparrarsi risorse.

Combattere i nemici: l'odio, la vendetta, le faide tra Cimmeri e Vanir, eccetera.

Qualcuno mi contesta che il terzo punto è solo funzionale agli altri due, e così era certamente agli albori dell'umanità. Col tempo, però, si è cristallizzato in un bisogno primario a se stante, come dimostrano certi modi di combattere i nemici fini a se stessi, come il tifo calcistico. D'altra parte, anche il sesso si accompagna spesso a questioni di scambio economico e di convenienza, e così via.

Perché questi temi sono così forti, tali da ritrovarceli praticamente in ogni opera letteraria e di fiction che riscuota un minimo di successo? Proprio perché sono così ancestrali, così semplici che li capisce anche uno scoiattolo. Mandano in risonanza tre "neuroni" ideali che abbiamo nel cervello, facendo sì che ciascuno possa riconoscersi in chi agisce spinto dalla sessualità, dalla cupidigia, dal desiderio di distruggere l'odiato nemico, e sentire come proprie le sue emozioni.

Prendete un film (scemo, ma di strepitoso successo) come Pretty Woman: dosa perfettamente le tre componenti, e forse il suo successo è dovuto anche a questo, oltre alla presenza dei belloni Gere e Roberts (che comunque servono a stimolare il primo neurone). Lei puttana=sesso+soldi, lui manager d'assalto=soldi+combattere i nemici. Ed è proprio sui soldi che inizia il loro rapporto.

Prendete le favole, come Cenerentola: vuole sposare un giovane stallone pieno di soldi che la ingravidi e le faccia fare tanti bei bambini e la faccia vivere nel lusso tutta la vita. La cosa le dà anche la possibilità di vendicarsi delle sorellastre, sue nemiche da sempre.

Il Conte di Montecristo è paradigmatico, perché i tre temi, oltre a essere tutti e tre fortissimi, sono assolutamente espliciti. Poi ci sono anche le eccezioni, dove uno solo dei temi viene portato all'eccesso: Rambo combatte i nemici e basta, nei film porno si scopa e basta.

Nella letteratura per ragazzi spesso il primo tema viene azzerato, con grave danno per il realismo. Nell'Isola del Tesoro, per dirne una, non c'è nemmeno una donna. In una situazione così, nella realtà i pirati avrebbero cominciato ad inchiappettarsi Jim già a partire da pag. 3.

Dimenticavo il libro più di successo di tutti, la Bibbia. Nel Pentateuco (i primi cinque libri) praticamente non si parla altro che di guerre, conquiste, sesso, stupri, incesti, vendette.

giovedì 13 settembre 2007

Il Far West non è mai esistito


Guardate questa copertina di Tex. Non ci trovate niente di strano? Guardate come è vestito: calzamaglia e stivali col risvolto. Cos'è questa roba? Robin Hood? Amleto? Il punto è che il far west come lo conosciamo è pura invenzione letteraria. Nel cinema degli anni '50 e '60, i cowboy iterpretati dai vari Gary Cooper e soci se ne andavano in giro belli sbarbati, con la camicia linda, stirata e inamidata e gli stivali lucidi. Anche i cattivi. D'altra parte, se fosse stato altrimenti il pubblico americano avrebbe gridato allo scandalo e impedito ai propri figli di frequentare le sale cinematografiche. Va bene andare in giro a sparare alla gente, ma il decoro innanzi tutto. In quegli anni, venne lanciata sul mercato una saponetta "al profumo delle Hawaii", testimonial pubblicitaria sulla confezione una bella ragazza hawaiiana. Fu un disastro. Nella testa delle massaie scattava l'equazione non bianca=sporca, e le saponette restavano sugli scaffali. La ragazza fu sostituita in fretta e furia con un'americana bionda vestita da hawaiiana, e fu un successo.

Poi, per fortuna, arrivarono gli anni '70 e Sergio Leone. Non si riusciva a capire come potessero i suoi personaggi essere così laidi e cisposi, così unti e polverosi al tempo stesso. Guardando Il buono, il brutto e il cattivo sembra quasi di sentire la puzza attraverso il teleschermo. Ma anche lì, ovviamente, di far west non c'era nulla: i film erano girati in Italia e Spagna. Dobbiamo farcene una ragione: il far west come l'abbiamo conosciuto noi non è diverso dalla Malesia di Salgari, che nella sua vita fece un unico viaggio per mare in Adriatico.

lunedì 10 settembre 2007

Volgarissimi asterischi


Trovo veramente insopportabile l'ipocrisia di mascherare le cosiddette parolacce con asterischi o puntini. Già, perché se io scrivo che della tale cosa "non me ne frega un c***o", tutti comunque capiscono che volevo dire -e leggono- cazzo. Gli asterischi sono una vera volgarità, proprio come i beep di Striscia la Notizia, che resta sempre saldamente in cima al podio delle trasmissioni più volgari dell'universo. Mi duole il fatto che persino Beppe Grillo ci caschi... ora vado a dirgliene quattro. Nella foto, l'indimenticato Bombolo, capace di sparare 'sticazzi, fijo de 'na mignotta e vattela a pijà 'n ter culo a mitraglia, senza mai essere davvero volgare.