venerdì 31 agosto 2007

Il blog di Simone Navarra


Tra gli innumerevoli meandri della rete, c'è un blog dal titolo Lo scrittore emergente che è una piccola perla. Con molta ironia, prende l'armi contro il mare di guai nel quale un aspirante scrittore è costretto a navigare oggi in Italia, senza risparmiare qualche dardo dell'oltraggiosa fortuna anche verso certe figure di aspiranti scrittori che non hanno mai scritto niente, e che sono forse un po' parenti di quegli artisti che non dipingono, non scolpiscono e non scrivono poesie ma si ubriacano di continuo, picchiano la fidanzata e poi si mettono a piangere (sono le tre di notte, e la fidanzata dopo gli prepara due spaghetti aglio e olio)... ma sto divagando.

Simone Navarra, che gestisce il blog, è invece uno scrittore vero, con un bel po' di romanzi nel cassetto in cerca di editore. E qui casca l'asino. Protagonista suo malgrado di molti post di Simone nel blog è proprio questa figura orchesca dell'editore, che dalla tastiera di Simone esce tratteggiata in modo grottesco ma impietosamente arguto ed efficace. Se non siete aspiranti scrittori sul blog di Simone vi farete semplicemente delle grasse risate, il che non guasta mai. Ma se siete aspiranti scrittori potrete invece gustarlo a fondo, e trovare anche molti buoni consigli sugli errori da evitare quando si scrive un romanzo e quando lo si presenta all'editorco (editore-orco).

Una menzione a parte merita la sezione del blog Non mi pubblicherebbero dove Simone analizza best seller di autori strafamosi e spiega con abbondanti dosi di ironia perché se quegli stessi romanzi venissero proposti oggi da un autore esordiente, qualsiasi editore proverebbe una gioia maligna nel pulirsi il didietro coi suoi manoscritti.

venerdì 24 agosto 2007

A 360 gradi





Dire che "le indagini proseguono a 360 gradi" è un eufemismo per dire che si brancola nel buio. Sto parlando, ovviamente, del delitto di Garlasco. Probabilmente condizionati dalla catena di omicidi "in famiglia" che da un po' di tempo a questa parte insanguinano l'Italia, finora gli inquirenti si sono fissati unicamente sui familiari di Chiara Poggi, fidanzato in testa. "Atto dovuto" un par di palle: un avviso di garanzia per un brutale omicidio è una cosa che getta un'ombra sulla tua vita per molti anni, specialmente se, come probabilmente succederà in questo caso, non si arriverà mai ad una soluzione. Tutto perché qualcuno bisogna pur indagare, e non c'era nessun altro a portata di mano. Fare il test del DNA ai genitori della ragazza, che in quella settimana erano in montagna, è un andare a casaccio, un facite ammuina di borbonica memoria. Test del DNA per confrontarlo con che? Loro in quella casa ci vivono, è normale che vi siano loro tracce organiche ovunque, così come quelle del fidanzato. Ora, non cavando un ragno dal buco, e senza nemmeno sapere se c'è il buco, le indagini ripartono a 360 gradi. Vale a dire, da zero. Dopo aver buttato via 11 giorni, quando gli esperti dell'FBI vi diranno che un delitto così se non lo risolvi entro 48 ore puoi scordarti di arrivare ad una soluzione chiara.

No, mi dispiace: "lasciateci lavorare" è la frase preferita di quelli che di lavorare non sono capaci o non ne hanno voglia. Se dagli inquirenti non arrivano informazioni, non è certo per riserbo. Generalmente, ogni volta che sanno qualcosa non vedono l'ora di balzare davanti alle telecamere e spiattellarla. Se si trincerano dietro un no comment è perché non hanno proprio niente da dire.

Le indagini a 360 gradi sono uno spreco di risorse ed energie, un errore sistematico grave quanto quello di fissarsi su un solo indiziato (sul quale, in questo caso, non ci sono neppure indizi). Interrogare e fare il test del DNA a tutti nel raggio di 10 km non è un buon metodo, anzi, non è proprio un metodo. Le indagini dovrebbero essere guidate in due o tre direzioni da quel mix di tecnica, intuizione ed esperienza che dovrebbe essere il bagaglio di un buon investigatore. Qui invece pare che fino al 15 settembre non si potrà fare altro che aspettare i risultati delle inutili analisi dei RIS, dalle quali risulterà che i genitori di Chiara frequentavano molto casa propria. Eppure, torno a dire, questo è un delitto tutt'altro che perfetto. Ma sono sempre più convinta che resterà insoluto.

venerdì 17 agosto 2007

Scrivere gialli oggi


Ho appena finito di leggere l’antologia completa dei racconti originali su Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, più di 1200 pagine fitte fitte di misteri polizieschi, ambientate a cavallo tra il 1800 e il 1900. Per me, nata nel 1666, si tratta di un tuffo in un passato piuttosto recente, ma mi rendo conto che i temi trattati, sebbene affascinanti, sarebbero in gran parte impraticabili per l’odierno scrittore di gialli. Tesori provenienti dall’India, vendette per questioni vecchie di decenni, fortune accumulate in terre lontane nel contesto dell’impero coloniale britannico, onori di antiche famiglie da difendere.
Sto appunto scrivendo un giallo, e mi sono così trovata a ragionare un po’ sui problemi connessi allo scrivere gialli oggi in Italia. Innanzi tutto, va detto che l’intrigo internazionale con l’avventuriero scafato del tipo oggi Parigi – domani Tokyo pare non vada più di moda. Il lettore di gialli odierno ama leggere storie il più possibile collegate con il suo mondo e la sua esperienza quotidiana, ambientate magari nella sua stessa città, dove le persone parlano il suo dialetto e i personaggi sono quelli coi quali ha a che fare tutti i giorni. La cronaca di questi anni, d’altra parte, ci conferma che in ambienti così familiari e casalinghi possono svilupparsi vicende allucinanti, delitti atroci, misteri che rimangono irrisolti. Se questa deve essere l’ambientazione, veniamo quindi ai delitti. Va subito detto che della delinquenza comune e della criminalità organizzata non sappiamo che farcene. In primo luogo, perché ci siamo assuefatti, e poi perché generalmente non c’è dietro nessun mistero. Se il boss di camorra Ciro ‘o Fetente viene assassinato in un agguato, è chiaro che il mandante è il boss rivale Ciccio Scannapuorco, e se questo non va in galera non è certo perché a nessuno viene in mente il suo nome. Totò Riina, Bernardo Provenzano, sono stati arrestati dopo decenni di latitanza a casa loro. Se il delitto di Novi Ligure fosse stato davvero commesso da una banda di feroci albanesi, come in un primo tempo sostennero Erika e Omar, se ne sarebbe smesso di parlare dopo due giorni.
Bene, direte voi, che ci resta allora? I delitti della follia, che comprendono il delitto passionale e quello legato alla sfera sessuale, e quindi i serial killer. Esistono fondamentalmente due tipi di serial killer: quelli che non vogliono farsi prendere, e quelli che invece ci tengono a finire in galera, e si fanno sempre più imprudenti e spavaldi ad ogni delitto. Alla prima categoria appartiene senz’altro il Mostro di Firenze, chiunque fosse, alla seconda il “nostro” serial killer genovese Donato Bilancia. Sul caso di Donato Bilancia vale la pena aprire una piccola parentesi su come venne trattato il caso dalle forze dell’ordine e dai mezzi di (dis)informazione. Quando infatti era ormai chiaro a tutti che c’era in giro un serial killer che ammazzava le prostitute, le questure e i giornali continuavano a parlare di guerre tra bande di albanesi per il controllo del mercato della prostituzione. L’intento, è ovvio, era quello di non creare allarme. Resta però da capire il criterio secondo il quale, io cittadina, dovrei essere spaventata da un serial killer più che dall’idea che nella mia regione le bande di albanesi si facciano impunemente la guerra nelle strade a colpi di pistola. Un serial killer non guasta una società sana, può nascere anche in Svezia, in Svizzera o a Disneyland. Tolto di mezzo lui, torna la pace. Se le bande di albanesi si fanno la guerra nelle strade, invece, vuol dire che lo Stato è in sfacelo, che siamo allo sbando, che le forze dell’ordine rubano lo stipendio.
Le prostitute sono le vittime preferite dei serial killer che non vogliono farsi prendere. Il motivo, è presto detto, è che delle prostitute non frega niente a nessuno. Tant’è vero che, per ottenere un po’ di attenzione, Donato Bilancia dovette cambiare bersagli, e mettersi ad assassinare oneste pendolari sui treni.
Per chi fosse interessato alle motivazioni che spingono una persona a combinarle grosse al preciso scopo di finire male o in galera, consiglio vivamente la lettura di “Ciao...! E poi? Psicologia del destino umano” del compianto Eric Berne, fondatore dell’affascinante teoria psicologica dell’analisi transazionale. Sebbene non possiamo definirlo serial killer in senso stretto, uno di quelli che a finire in galera ci tenevano moltissimo è sicuramente Luca Delfino, saltato agli onori della cronaca nera in questi giorni per il delitto di Sanremo. Principale indiziato per l’assassinio della sua ex fidanzata Luciana Biggi un anno e mezzo fa, non riuscì comunque a finire in galera allora, non si sa se per una vera mancanza di prove o per la manifesta incapacità o menefreghismo di chi in galera avrebbe dovuto tenerlo perlomeno fino al processo. Il Delfino questa volta ha quindi deciso di andare sul sicuro, e una settimana fa ha ucciso con quaranta coltellate in pieno centro a Sanremo un’altra ex fidanzata, davanti a una trentina di testimoni, dopo mesi di minacce e aggressioni contro di lei. Forse a stare in galera almeno due o tre anni questa volta ce la farà. Bisogna dire però una cosa, riguardo alla seconda vittima: come si fa a fidanzarsi con uno quando questi è già sospettato dell’omicidio di una sua ex fidanzata? Povera Maria Antonietta, hai pagato con la vita un’idea un po’ troppo romantica e ottocentesca di storia sentimentale con un macho pericoloso.
Ma stavo parlando di prostitute. Un’onorata professione, che ha svolto anche la sottoscritta in un periodo che va dal 1750 al 1760 circa, e parlo quindi con cognizione di causa. Qualche anno fa, due diciassettenni della provincia di Varese, tanto per passare il tempo, assassinarono a coltellate una prostituta nigeriana. Vennero condannati, aprite bene le orecchie, alla pena di UN ANNO DI LAVORI SOCIALMENTE UTILI. La cosa più tragicamente comica furono i commenti dei loro concittadini, statisticamente per la maggior parte bravi benpensanti leghisti. Una signora disse, davanti ai microfoni del TG: “Mah, non so, se i giudici hanno deciso questo, sarà giusto così. Certo però, pensare che uno dei due tra poco tornerà a scuola, nella stessa classe di mia figlia...”. Traduzione: “Chissenefrega, tanto era una puttana negra. Dategli pure una medaglia e rimetteteli subito in libertà, però a Lecce.”
Certo un delitto passionale è stato quello che rischia di diventare il consueto “giallo dell’estate”, l’omicidio di Chiara Poggi a Pavia, la mattina del 14 di agosto. In questi casi, il primo sospettato è sempre il fidanzato o l’ex fidanzato, a volte con giusta ragione. Poco importa che ufficialmente il ragazzo (che personalmente ritengo assolutamente estraneo alla vicenda) sia stato sentito come “persona informata sui fatti”: se interroghi uno per 14 ore di fila, è perché speri di prenderlo per stanchezza o di farlo cadere in contraddizione. Ma, come dicevo, credo che il ragazzo sia assolutamente innocente. L’assassino deve aver agito come spesso succede in questi casi colto da un raptus. Da quel poco che si sa, infatti, è stata usata un’arma impropria e occasionale che già era in casa. La vittima probabilmente lo conosceva: i giornali in prima battuta hanno scritto che gli ha aperto lei la porte, ed era in slip e maglietta quando è stata uccisa, poi hanno cambiato versione ripiegando sul pigiama. Ma il pigiama in pieno agosto non è credibile, e resterei sulla prima versione. Il delitto è tutt’altro che perfetto: abbiamo l’impronta di una scarpa da ginnastica sul sangue fresco, e quindi il numero di scarpe dell’assassino. Ma gli esperti dell’FBI dicono che se delitti di questo tipo non si risolvono nell’arco di 48 ore, allora non si risolvono più. E qui le 48 ore sono passate.

venerdì 10 agosto 2007

Il Piemonte del crimine, di Piero Abrate


Carissimi,
sto leggendo Il Piemonte del Crimine - Storie Maledette, di Piero Abrate, giornalista. E' una raccolta dei più oscuri ed efferati delitti che hanno insanguinato la regione a partire dai primi dell'800 fino ai giorni nostri, e se siete appassionati di gialli ve lo consiglio vivamente. Mai come in questo campo può succedere infatti che la realtà superi la fantasia, e che la cronaca finisca per essere meglio della fiction.
Ciò che mi è saltato subito agli occhi leggendo una storia di delitti che copre un arco di due secoli, è come fino agli anni '50-'60 avessimo una polizia investigativa altamente efficiente. Le storie raccontate da Abrate che vanno dai primi dell'800 fino ad una cinquantina di anni fa sono caratterizzate dalla presenza di poliziotti scaltri, tenaci, che non esitano ad escogitare travestimenti, stratagemmi, tranelli fantasiosi pur di arrivare alla soluzione del caso. Poliziotti che non sfigurerebbero nella migliore tradizione dei racconti su Scotland Yard. Leggiamo nelle storie dei primi anni del '900 quel piglio efficientista da regno sabaudo che vede agenti sguinzagliati nelle strade a raccogliere prove e testimonianze poche ore dopo il delitto, e arresti già in giornata anche in casi estremamente intricati e oscuri. Il tutto, si badi bene, senza disporre dei sofisticati metodi di indagine scientifica di cui disponiamo ai giorni nostri.

Poi, qualcosa deve essere successo negli anni 1950-'60. E' come se il fagocitato Stato Borbonico, cento anni dopo l'unità d'Italia, si stesse vendicando, avvelenando a ritroso da sud a nord la macchina della giustizia investigativa italiana, pervadendo ogni cosa con l'indolenza, la disorganizzazione e il tirare a campare della burocrazia dello scomparso Regno delle Due Sicilie.

Sto scrivendo proprio dal luogo nella estrema periferia di Genova dove Maurizio Minghella, ritardato semianalfabeta che a dodici anni era ancora in prima elementare, violentò, seviziò e uccise cinque ragazze nel 1978. Quella di Minghella è un'assoluta vergogna nella storia poliziesca e giudiziaria italiana. Tanto per cominciare, fermato nel '78 proprio come sospettato della serie di omicidi dopo il suo quarto delitto, questo ritardato mentale riuscì a prendere per il naso gli inquirenti e a farsi rilasciare, per uccidere la quinta ragazza poco tempo dopo.

Minghella, a cavallo tra la fine degli anni '90 e il 2000, ha assassinato di sicuro altre quattro, ma forse anche dieci donne a Torino, mentre scontava -per così dire- la condanna all'ergastolo per i precedenti cinque omicidi. Minghella godeva infatti a quel tempo del regime di semilibertà, con libere uscite anche di quindici ore al giorno durante i week end, e lavorava come falegname nella comunità di Don Luigi Ciotti che si chiama per ironia della sorte Gruppo Abele (Gruppo Caino sarebbe stato molto più appropriato in questo caso).

Minghella venne arrestato perché una prostituta da lui aggredita gli prese la targa del motorino e lo denunciò. Da tempo la polizia era al corrente dell'esistenza di un serial killer che uccideva le prostitute a Torino, ma fino a dopo quel suo arresto fortuito, a nessuno era venuto in mente di collegare gli omicidi alla presenza di Minghella nel capoluogo piemontese, sebbene fosse già stato condannato per cinque delitti del tutto analoghi, e la nuova serie di omicidi fosse avvenuta sempre in concomitanza coi suoi periodi di libera uscita. Mi viene un atroce sospetto: forse tanta incuria è stata dovuta al fatto che le vittime di Minghella erano quasi tutte prostitute? Su questo punto tornerò in un altro post, nei prossimi giorni.

Per i nuovi delitti, Minghella è stato condannato a un altro ergastolo e 130 anni di carcere. Resta da chiedersi quale risibile sistema giudiziario possa spendere denaro e risorse per comminare un altro ergastolo a chi ne ha già uno, e soprattutto a cosa serva, dato che il Minghella con già una condanna a vita sulla testa è riuscito ad uccidere come minimo altre quattro donne. Non a caso, dopo la lettura della sentenza, qualcuno dalla folla ha gridato "Basta che stavolta buttiate via la chiave!".

Anche questa storia è raccontata in dettaglio nell'ottimo libro di Piero Abrate, Il Piemonte del Crimine - storie maledette, Edizioni Servizi Editoriali - Genova.

mercoledì 8 agosto 2007

Recensione: C'era una volta un computer


C'era una volta un computer appartiene a quel genere fantascientifico con una punta di fantasy in cui Gianluigi Zuddas è un maestro.

Mi avvicinai la prima volta alle opere di Zuddas nei primissimi anni '80, spulciando in libreria tra i titoli della gloriosa Fantacollana Nord. Condizionata da iniezioni massicce di esterofilia, restai stupita e arricciai il naso nel vedere un nome italiano in mezzo ai vari Robert E. Howard e Marion Zimmer Bradley. Mi bastò però leggere il retro di copertina e la prefazione al suo Balthis l'Avventuriera, per convincermi a comprare il libro. Normalmente definiamo un bravo autore chi riesce a inserire un paio di buone idee all'interno di uno schema collaudato. Bene, in Balthis l'Avventuriera le idee geniali si contavano a decine, e la trama della storia era assolutamente originale.

In C'era una volta un computer, Zuddas riprende in mano temi a lui cari, quali reperti di una tecnologia talmente avanzata da essere indistinguibile dalla magia, immersi in un mondo regredito allo stadio medioevale. Lo stile narrativo è pulito e scorrevole, molto godibile, ma questo va da sé, perché stiamo parlando di un autore di grande esperienza. I dialoghi, come nel suo stile, sono semplicemente brillanti, spesso esilaranti, imperdibili. Senza voler anticipare nulla sulla storia, possiamo dire che anche in C'era una volta un computer le trovate originali sono molte, e molto gustose. Anche qui, come nella maggior parte della produzione letteraria di Zuddas, la protagonista è una giovane donna, e questo se permettete non può che farmi piacere, in un genere letterario un po' dominato da un certo machismo...

Nelle vicende che vengono narrate, si alternano situazioni altamente drammatiche capaci di tenere il lettore con il fiato sospeso a momenti di puro humor, come quando raffinati androidi dotati di un bizzarro senso dell'umorismo si fanno beffe di umani superstiziosi e ignoranti. Come in Balthis l'Avventuriera, inoltre, possiamo leggere fra le righe acute riflessioni sulla nascita di miti e religioni, a partire da eventi che di soprannaturale hanno davvero ben poco.

Se proprio dovessi fare un appunto, direi che questa volta non mi sono affezionata al personaggio protagonista, la bellissima giovane nordica Thalli, come mi affezionai a suo tempo alla giovanissima Balthis. L'effetto è probabilmente voluto, perché questo è un romanzo che si regge molto di più sulla complessità della vicenda e sulla portata degli eventi, che non sul carisma personale di un singolo protagonista che domina la scena. Thalli è infatti attorniata da molti comprimari ottimamente caratterizzati, ciascuno con un adeguato spazio di movimento in una trama di ampio respiro.

In conclusione: vivamente consigliato, in particolare a chi ama le contaminazioni fra i generi.

(C'era una volta un computer di Gianluigi Zuddas, Larcher Editore, 456 pagine, 10 euro).

AGGIORNAMENTO: finalmente il romanzo è uscito anche per Urania Mondadori!

martedì 7 agosto 2007

Il Maestro Spada della Grande Valle


Quando ero solo una giovanissima cintura gialla, il mio maestro di Judo mi portò con sé ad un'importante riunione dove avremmo visto il Grande Maestro Ken Otani, che in giapponese significa Spada della Grande Valle. Leggenda vivente del Judo, ottant'anni, ottavo dan, allievo di Jigoro Kano in persona. Alle sette di mattina ero lì davanti al Dojo con il mio maestro, bella terrorizzata. Passarono le ore, e alla fine uno dei maestri venne a dirci che la lezione non ci sarebbe stata, perché la sera prima avevano fatto gran festa... il Maestro Spada della Grande Valle si era ubriacato come una scimmia, e ora non riuscivano a farlo alzare dal letto.

Anche se non l'ho neanche visto, quella volta il Grande Maestro Ken Otani mi ha dato lo stesso un'importante lezione, e ora io la passo a voi. Quando vi fanno cadere le cose dall'alto, quando tremate di timore reverenziale nei confronti di chichessia, allora fate come me. Immaginatelo ubriaco come una scimmia, che non riesce ad alzarsi dal letto. Funziona, parola di vampira che nella vita ne ha viste di cotte e di crude. Ma soprattutto di crude.

Nella foto, Jigoro Kano, il fondatore dello Judo da ju=cedevolezza e do=la via.