venerdì 17 agosto 2007

Scrivere gialli oggi


Ho appena finito di leggere l’antologia completa dei racconti originali su Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, più di 1200 pagine fitte fitte di misteri polizieschi, ambientate a cavallo tra il 1800 e il 1900. Per me, nata nel 1666, si tratta di un tuffo in un passato piuttosto recente, ma mi rendo conto che i temi trattati, sebbene affascinanti, sarebbero in gran parte impraticabili per l’odierno scrittore di gialli. Tesori provenienti dall’India, vendette per questioni vecchie di decenni, fortune accumulate in terre lontane nel contesto dell’impero coloniale britannico, onori di antiche famiglie da difendere.
Sto appunto scrivendo un giallo, e mi sono così trovata a ragionare un po’ sui problemi connessi allo scrivere gialli oggi in Italia. Innanzi tutto, va detto che l’intrigo internazionale con l’avventuriero scafato del tipo oggi Parigi – domani Tokyo pare non vada più di moda. Il lettore di gialli odierno ama leggere storie il più possibile collegate con il suo mondo e la sua esperienza quotidiana, ambientate magari nella sua stessa città, dove le persone parlano il suo dialetto e i personaggi sono quelli coi quali ha a che fare tutti i giorni. La cronaca di questi anni, d’altra parte, ci conferma che in ambienti così familiari e casalinghi possono svilupparsi vicende allucinanti, delitti atroci, misteri che rimangono irrisolti. Se questa deve essere l’ambientazione, veniamo quindi ai delitti. Va subito detto che della delinquenza comune e della criminalità organizzata non sappiamo che farcene. In primo luogo, perché ci siamo assuefatti, e poi perché generalmente non c’è dietro nessun mistero. Se il boss di camorra Ciro ‘o Fetente viene assassinato in un agguato, è chiaro che il mandante è il boss rivale Ciccio Scannapuorco, e se questo non va in galera non è certo perché a nessuno viene in mente il suo nome. Totò Riina, Bernardo Provenzano, sono stati arrestati dopo decenni di latitanza a casa loro. Se il delitto di Novi Ligure fosse stato davvero commesso da una banda di feroci albanesi, come in un primo tempo sostennero Erika e Omar, se ne sarebbe smesso di parlare dopo due giorni.
Bene, direte voi, che ci resta allora? I delitti della follia, che comprendono il delitto passionale e quello legato alla sfera sessuale, e quindi i serial killer. Esistono fondamentalmente due tipi di serial killer: quelli che non vogliono farsi prendere, e quelli che invece ci tengono a finire in galera, e si fanno sempre più imprudenti e spavaldi ad ogni delitto. Alla prima categoria appartiene senz’altro il Mostro di Firenze, chiunque fosse, alla seconda il “nostro” serial killer genovese Donato Bilancia. Sul caso di Donato Bilancia vale la pena aprire una piccola parentesi su come venne trattato il caso dalle forze dell’ordine e dai mezzi di (dis)informazione. Quando infatti era ormai chiaro a tutti che c’era in giro un serial killer che ammazzava le prostitute, le questure e i giornali continuavano a parlare di guerre tra bande di albanesi per il controllo del mercato della prostituzione. L’intento, è ovvio, era quello di non creare allarme. Resta però da capire il criterio secondo il quale, io cittadina, dovrei essere spaventata da un serial killer più che dall’idea che nella mia regione le bande di albanesi si facciano impunemente la guerra nelle strade a colpi di pistola. Un serial killer non guasta una società sana, può nascere anche in Svezia, in Svizzera o a Disneyland. Tolto di mezzo lui, torna la pace. Se le bande di albanesi si fanno la guerra nelle strade, invece, vuol dire che lo Stato è in sfacelo, che siamo allo sbando, che le forze dell’ordine rubano lo stipendio.
Le prostitute sono le vittime preferite dei serial killer che non vogliono farsi prendere. Il motivo, è presto detto, è che delle prostitute non frega niente a nessuno. Tant’è vero che, per ottenere un po’ di attenzione, Donato Bilancia dovette cambiare bersagli, e mettersi ad assassinare oneste pendolari sui treni.
Per chi fosse interessato alle motivazioni che spingono una persona a combinarle grosse al preciso scopo di finire male o in galera, consiglio vivamente la lettura di “Ciao...! E poi? Psicologia del destino umano” del compianto Eric Berne, fondatore dell’affascinante teoria psicologica dell’analisi transazionale. Sebbene non possiamo definirlo serial killer in senso stretto, uno di quelli che a finire in galera ci tenevano moltissimo è sicuramente Luca Delfino, saltato agli onori della cronaca nera in questi giorni per il delitto di Sanremo. Principale indiziato per l’assassinio della sua ex fidanzata Luciana Biggi un anno e mezzo fa, non riuscì comunque a finire in galera allora, non si sa se per una vera mancanza di prove o per la manifesta incapacità o menefreghismo di chi in galera avrebbe dovuto tenerlo perlomeno fino al processo. Il Delfino questa volta ha quindi deciso di andare sul sicuro, e una settimana fa ha ucciso con quaranta coltellate in pieno centro a Sanremo un’altra ex fidanzata, davanti a una trentina di testimoni, dopo mesi di minacce e aggressioni contro di lei. Forse a stare in galera almeno due o tre anni questa volta ce la farà. Bisogna dire però una cosa, riguardo alla seconda vittima: come si fa a fidanzarsi con uno quando questi è già sospettato dell’omicidio di una sua ex fidanzata? Povera Maria Antonietta, hai pagato con la vita un’idea un po’ troppo romantica e ottocentesca di storia sentimentale con un macho pericoloso.
Ma stavo parlando di prostitute. Un’onorata professione, che ha svolto anche la sottoscritta in un periodo che va dal 1750 al 1760 circa, e parlo quindi con cognizione di causa. Qualche anno fa, due diciassettenni della provincia di Varese, tanto per passare il tempo, assassinarono a coltellate una prostituta nigeriana. Vennero condannati, aprite bene le orecchie, alla pena di UN ANNO DI LAVORI SOCIALMENTE UTILI. La cosa più tragicamente comica furono i commenti dei loro concittadini, statisticamente per la maggior parte bravi benpensanti leghisti. Una signora disse, davanti ai microfoni del TG: “Mah, non so, se i giudici hanno deciso questo, sarà giusto così. Certo però, pensare che uno dei due tra poco tornerà a scuola, nella stessa classe di mia figlia...”. Traduzione: “Chissenefrega, tanto era una puttana negra. Dategli pure una medaglia e rimetteteli subito in libertà, però a Lecce.”
Certo un delitto passionale è stato quello che rischia di diventare il consueto “giallo dell’estate”, l’omicidio di Chiara Poggi a Pavia, la mattina del 14 di agosto. In questi casi, il primo sospettato è sempre il fidanzato o l’ex fidanzato, a volte con giusta ragione. Poco importa che ufficialmente il ragazzo (che personalmente ritengo assolutamente estraneo alla vicenda) sia stato sentito come “persona informata sui fatti”: se interroghi uno per 14 ore di fila, è perché speri di prenderlo per stanchezza o di farlo cadere in contraddizione. Ma, come dicevo, credo che il ragazzo sia assolutamente innocente. L’assassino deve aver agito come spesso succede in questi casi colto da un raptus. Da quel poco che si sa, infatti, è stata usata un’arma impropria e occasionale che già era in casa. La vittima probabilmente lo conosceva: i giornali in prima battuta hanno scritto che gli ha aperto lei la porte, ed era in slip e maglietta quando è stata uccisa, poi hanno cambiato versione ripiegando sul pigiama. Ma il pigiama in pieno agosto non è credibile, e resterei sulla prima versione. Il delitto è tutt’altro che perfetto: abbiamo l’impronta di una scarpa da ginnastica sul sangue fresco, e quindi il numero di scarpe dell’assassino. Ma gli esperti dell’FBI dicono che se delitti di questo tipo non si risolvono nell’arco di 48 ore, allora non si risolvono più. E qui le 48 ore sono passate.

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