venerdì 10 agosto 2007

Il Piemonte del crimine, di Piero Abrate


Carissimi,
sto leggendo Il Piemonte del Crimine - Storie Maledette, di Piero Abrate, giornalista. E' una raccolta dei più oscuri ed efferati delitti che hanno insanguinato la regione a partire dai primi dell'800 fino ai giorni nostri, e se siete appassionati di gialli ve lo consiglio vivamente. Mai come in questo campo può succedere infatti che la realtà superi la fantasia, e che la cronaca finisca per essere meglio della fiction.
Ciò che mi è saltato subito agli occhi leggendo una storia di delitti che copre un arco di due secoli, è come fino agli anni '50-'60 avessimo una polizia investigativa altamente efficiente. Le storie raccontate da Abrate che vanno dai primi dell'800 fino ad una cinquantina di anni fa sono caratterizzate dalla presenza di poliziotti scaltri, tenaci, che non esitano ad escogitare travestimenti, stratagemmi, tranelli fantasiosi pur di arrivare alla soluzione del caso. Poliziotti che non sfigurerebbero nella migliore tradizione dei racconti su Scotland Yard. Leggiamo nelle storie dei primi anni del '900 quel piglio efficientista da regno sabaudo che vede agenti sguinzagliati nelle strade a raccogliere prove e testimonianze poche ore dopo il delitto, e arresti già in giornata anche in casi estremamente intricati e oscuri. Il tutto, si badi bene, senza disporre dei sofisticati metodi di indagine scientifica di cui disponiamo ai giorni nostri.

Poi, qualcosa deve essere successo negli anni 1950-'60. E' come se il fagocitato Stato Borbonico, cento anni dopo l'unità d'Italia, si stesse vendicando, avvelenando a ritroso da sud a nord la macchina della giustizia investigativa italiana, pervadendo ogni cosa con l'indolenza, la disorganizzazione e il tirare a campare della burocrazia dello scomparso Regno delle Due Sicilie.

Sto scrivendo proprio dal luogo nella estrema periferia di Genova dove Maurizio Minghella, ritardato semianalfabeta che a dodici anni era ancora in prima elementare, violentò, seviziò e uccise cinque ragazze nel 1978. Quella di Minghella è un'assoluta vergogna nella storia poliziesca e giudiziaria italiana. Tanto per cominciare, fermato nel '78 proprio come sospettato della serie di omicidi dopo il suo quarto delitto, questo ritardato mentale riuscì a prendere per il naso gli inquirenti e a farsi rilasciare, per uccidere la quinta ragazza poco tempo dopo.

Minghella, a cavallo tra la fine degli anni '90 e il 2000, ha assassinato di sicuro altre quattro, ma forse anche dieci donne a Torino, mentre scontava -per così dire- la condanna all'ergastolo per i precedenti cinque omicidi. Minghella godeva infatti a quel tempo del regime di semilibertà, con libere uscite anche di quindici ore al giorno durante i week end, e lavorava come falegname nella comunità di Don Luigi Ciotti che si chiama per ironia della sorte Gruppo Abele (Gruppo Caino sarebbe stato molto più appropriato in questo caso).

Minghella venne arrestato perché una prostituta da lui aggredita gli prese la targa del motorino e lo denunciò. Da tempo la polizia era al corrente dell'esistenza di un serial killer che uccideva le prostitute a Torino, ma fino a dopo quel suo arresto fortuito, a nessuno era venuto in mente di collegare gli omicidi alla presenza di Minghella nel capoluogo piemontese, sebbene fosse già stato condannato per cinque delitti del tutto analoghi, e la nuova serie di omicidi fosse avvenuta sempre in concomitanza coi suoi periodi di libera uscita. Mi viene un atroce sospetto: forse tanta incuria è stata dovuta al fatto che le vittime di Minghella erano quasi tutte prostitute? Su questo punto tornerò in un altro post, nei prossimi giorni.

Per i nuovi delitti, Minghella è stato condannato a un altro ergastolo e 130 anni di carcere. Resta da chiedersi quale risibile sistema giudiziario possa spendere denaro e risorse per comminare un altro ergastolo a chi ne ha già uno, e soprattutto a cosa serva, dato che il Minghella con già una condanna a vita sulla testa è riuscito ad uccidere come minimo altre quattro donne. Non a caso, dopo la lettura della sentenza, qualcuno dalla folla ha gridato "Basta che stavolta buttiate via la chiave!".

Anche questa storia è raccontata in dettaglio nell'ottimo libro di Piero Abrate, Il Piemonte del Crimine - storie maledette, Edizioni Servizi Editoriali - Genova.

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