venerdì 28 dicembre 2007

Uomini o caporali?


Cavour (nella foto) disse che chi non è rivoluzionario a vent'anni allora a quaranta è questurino. Se lo dice lui, che fu rivoluzionario a venti e questurino a quaranta, ci possiamo fidare. E' di letteratura fantastica, e non di politica, che volevo parlare oggi, ma la premessa ci sta comunque a fagiolo. Mi serve infatti a far capire il dolore che mi dà, andando a curiosare su forum come l'odiato (da me) FantasyMagazine, vedere dei giovani che umiliano la propria intelligenza (chi ce l'ha) leccando culi a manovella, convinti di poterne avere un giorno un vantaggio (nu se sa mai, diciamo a Genova). Fra i lettori del genere, sono tanti infatti gli aspiranti scrittori. Da un bel po' circola ormai la voce secondo la quale, per riuscire ad aprirsi uno spiraglio in questo campo, bisogna lavorare di lecchinaggio sopraffino: farsi amici editor, scrittori, recensori e chiunque possa avere un minimo di voce in capitolo. Va bene, dico io, ma solo se il gioco vale la candela. Se per vendere 500 o 1000 copie bisogna leccare culi dalle parti di FantasyMagazine, tanto vale lasciar perdere la scrittura e prendersi un bel diploma da odontotecnico. Vi farete un po' di galera, ma dopo esservi trombati Anna Falchi, vuoi mettere? Se le vostre ambizioni sono invece quelle di vendere 500.000 copie, allora state pure tranquilli, non è FantasyMagazine che può farvele vendere. E se mai succederà che vendiate 500.000 copie, allora saranno i suddetti signori a calarsi le brache e a mettersi a "90" al vostro cospetto.

Diciamoci la verità: il panorama è desolante. Tranne poche eccezioni (D'Angelo che non fa mistero di non apprezzare i romanzi della Troisi), è tutto un farsi i complimenti e darsi il cinque a vicenda. Non sono malato di esterofilia: uno dei romanzi che ho apprezzato di più nella mia vita per originalità, divertimento e stile di scrittura è stato Balthis l'Avventuriera dell'italianissimo Gianluigi Zuddas. Ultimamente però ho letto cose di scrittori italiani, tutti strombazzati su FantasyMagazine, che mi hanno fatto rovesciare le budella. Far finta che sia tutto oro è ciò che più di ogni altra cosa nuoce alla letteratura fantastica italiana, per le ben note leggi della selezione naturale. Se con le recensioni si parte sempre dalle tre stellette in su, allora "discreto" e "fa schifo" diventano la stessa cosa. O meglio, tre stellette=fa schifo. Permettetemi di insistere su FantasyMagazine e affini (questo post di oggi avrebbe potuto anche intitolarsi Il vituperium: FantasyMagazine): è il tripudio del conflitto di interessi. Un forum che è legato a una casa editrice che è anche libreria online che è anche recensore che è anche venditore di spazi pubblicitari. Tuonano contro gli editori a pagamento ma poi fanno dei concorsi letterari che assomigliano straordinariamente a pubblicazioni a pagamento. Fanno recensioni e pubblicità a romanzi editi da editori a pagamento, senza dire che sono a pagamento. Come si fa a prenderli sul serio?

Per fortuna, ci sono anche dei giovani amici di blog come la Barca dei Gamberi, Carraronan (e ultimamente anche il giovanissimo Taotor sta venendo sulla cattiva strada) che hanno l'onestà intellettuale di dire che sì, la merda puzza.

lunedì 24 dicembre 2007

mercoledì 19 dicembre 2007

Cassandra Bullcock!


Mi sono accorta che non ho mai parlato sul blog di Cassandra Bullcock! Che ci volete fare, 341 anni di età non sono uno scherzo nemmeno per una vampira, e anche se nessuno stramaledetto cafone si azzarderebbe mai a dire che ne dimostro più di 30, la testa è quello che è.

Dicevo dunque: Cassandra Bullcock! Eccola qui. La sua prima serie di avventure è già uscita a episodi sull'albo mensile X Comics edito da Coniglio Editore, sul quale sta già uscendo la seconda serie I semi della Dea Madre. Nella versione in inglese è edito online negli USA da Lustomic.com dove potete trovare delle censuratissime preview (gli americani son molto pudichi quando non hai ancora tirato fuori i soldi!).

Dato che trovare un editore per un albo erotico a colori è quasi impossibile in Italia, io e la disegnatrice Laura Bagliani abbiamo pensato bene di raccogliere quella prima serie di avventure in un albo tramite Lulu. Lo potete trovare qui.

La storia è questa: Cassandra Bullcock, alias agente spaziale Bash2, viene inviata sul nostro pianeta per neutralizzare quattro pericolose sessocriminali rifugiatesi sulla Terra dopo essere fuggite da una prigione spaziale. A complicare le cose, c'è il fatto che le quattro fuggitive grazie ai loro poteri psichici si sono impossessate dei corpi di altrettanti ignari terrestri, e vivono in incognito.

Bash2 appartiene ad una razza aliena ermafrodita molto progredita, che abita il lontano pianeta Fellazia ma viaggia per tutta la galassia, e ha avuto contatti anche con i primi esseri umani in epoche preistoriche. Appena giunta sulla Terra, Bash2 assume l'identità della miliardaria inglese Cassandra Bullcock, e dà subito inizio alla sua caccia spietata.

Gli episodi contenuti nell'albo (62 pagine a colori, brossurato, 21,6 x 27,9 cm), sono:

  • Il mio nome è Bash2
  • Terrore dal pianeta Vulkanetto
  • Bel Air Bitch Project
  • Hi, Robot!
  • L'ombra del mio nemico
  • Astronavi sul Polo (Avventurieri ai confini della decenza)
  • Self Made Sex

Riuscirà Bash2 a portare a termine la sua missione, e a rintracciare e neutralizzare una dopo l'altra le 4 fuggitive? Naturalmente sì, ma è il come che vi deve interessare!

Col cambio euro/dollaro favorevole, ora costa solo 12,25 euro, che per 62 pagine a colori è proprio regalato! Be', quasi... ;)


giovedì 13 dicembre 2007

Il culo sporco


Ricordate la polemica sul forum di Lulu della quale vi ho parlato qui?

Be', il topic è misteriosamente scomparso dal forum di Lulu...

martedì 11 dicembre 2007

Polygen

Non so se conoscete Polygen: è un generatore di frasi casuali basato su grammatiche definibili dall'utente (roba da ingegneri informatici), col quale si possono fare un sacco di cose. Le Recensioni che vedete qui nel blog nella colonnina a sinistra sono generate a caso con Polygen, e spesso sono anche verosimili. Questo per mostrare, se ce ne fosse bisogno, come si possa dare un parere incisivo su un libro che non si è mai letto, che poi è quello che fanno normalmente i recensori sui giornali e su certi siti. Purtroppo Polygen non viene aggiornato da tempo, ma sul sito potete trovare diverse chicche.

*** Ho dovuto togliere le parti generate perché mi piantavano il blog... ***

Buon divertimento.

giovedì 6 dicembre 2007

Mi prendi per il Lulu?


Ieri il mio alter ego nella vita reale ha discusso a lungo sul forum di Lulu con una componente dello staff italiano di quest'azienda, Eleonora Gandini, che secondo me l'ha sparata veramente grossa. La signorina, in risposta ad un post sul forum di Lulu, ha buttato lì che le case editrici piccole e grandi (Mondadori, nientemeno), vanno ormai a cercare nuovi talenti su Lulu. Era talmente grossa che il buon Alessandro non ce l'ha proprio fatta a starsene zitto.

La discussione la potete leggere qui.

Va bene che la pubblicità ci ha abituati a credere che se compriamo una Volvo la nostra strada si snoderà sempre tra verdi brughiere incontaminate, e che se passiamo a Vodafone ci telefoneranno dalla mattina alla sera un sacco di belle gnocchette, ma quando è troppo è troppo.

Allora sono andata a vedere la preview del romanzo italiano su Lulu più venduto di tutti i tempi, dal titolo Romanzo Armato, posizione in classifica 819 su un milione e mezzo di titoli. Non è dato sapere a quante copie vendute corrisponde il fatto di essere 819 in classifica, perché Lulu si guarda bene dal fornire dati di questo genere, ma è logico supporre che i numeri siano molto bassi.

Una cosa è certa: leggendo le prime pagine, è evidente che l'autore non ha idea di cosa significhi scrivere narrativa ai giorni nostri. La storia potrà essere interessantissima, non ne ho idea, ma quelle pagine sono raccontate dal punto di vista di un narratore onnisciente che non si usa più, mentre le stesse cose si sarebbero potute dire con poche battute di dialogo tra colleghi professori nel corridoio di una scuola. La seconda cosa evidente è che il romanzo italiano che da più di un anno è al vertice delle vendite di Lulu non è mai stato cagato da una casa editrice, né grande né piccola.

Nella foto Bob Young, fondatore di Lulu.


sabato 24 novembre 2007

Premi letterari


Oggi mi sono svegliata nel mio sacello con un'intuizione: c'è tutta questa differenza tra un premio letterario dove si paga l'iscrizione e in palio c'è la pubblicazione, rispetto ad una pubblicazione con una casa editrice a pagamento?

Vediamo un po': una casa editrice a pagamento vi pubblica e in cambio vi chiede di acquistare diciamo 100 copie al prezzo di 20 euro ciascuna, totale 2000 euro. L'anno scorso ho iscritto il mio primo romanzo fantasy al premio FantasyMagazine, versando una quota di iscrizione di 20 euro che comprende una copia del romanzo vincitore. Come me hanno fatto un altro centinaio di autori. Totale, 2000 euro. Alla fine, invece che chiedere 2000 euro ad una persona per pubblicare un libro, si chiedono 20 euro a 100 persone per pubblicare un libro. Certo 20 euro non sono 2000 euro, ma qui la probabilità di pubblicare è 1 su 100 (se tutto va bene).

Aggiungiamo poi un paio di considerazioni.

Per chi vuole partecipare quest'anno (il premio FantasyMagazine è confluito insieme al premio Fantascienza.com nel premio Odissea) la quota di iscrizione è 50 euro.

11 mesi dopo la chiusura del concorso non si sanno ancora i finalisti. E' plausibile che il vincitore del premio 2006 si saprà parecchio dopo la chiusura del premio 2007. Se la matematica non è un'opinione (ma di questi tempi non ci giurerei), se a valutare i risultati di un concorso annuale ci metto più di un anno, di anno in anno i tempi si allungheranno sempre di più.

Se per proclamare un vincitore ci metto molto di più che una casa editrice a rispondere ad un invio di un manoscritto, dovrebbe succedere che i romanzi candidati alla vittoria nel concorso, che in teoria dovrebbero essere i più belli, troveranno un editore per i cazzi loro. Se chi bandisce il concorso non si preoccupa di quest'eventualità allora c'è qualcosa che non quadra.

La lunghezza dei romanzi: per il premio Odissea quest'anno non è prevista una lunghezza massima, se non per il fatto che il file deve stare dentro 3 mega, che vuol dire una lunghezza massima teorica di 1500 pagine (!!!). Il regolamento dice che "saranno preferite opere adatte alla pubblicazione nella collana Odissea Fantascienza (250mila/350mila caratteri) e Fantasy (400mila/650mila caratteri)." Insomma, se volete buttare 50 euro mandando un tomo di 1500 pagine siete liberi di farlo.

Last but not least: quante copie sono state stampate dei romanzi vincitori delle edizioni precedenti del concorso Fantascienza.com (per FantasyMagazine il 2006 è stato il primo anno)? Quante ne hanno venduto?

lunedì 19 novembre 2007

Li bbrutti han da morì


Mi tasto se ci sono. Quello nella foto è Tom Cruise, truccato in modo irriconoscibile perché nel prossimo film dovrà interpretare un personaggio grasso e pelato. Ma porcatroia, dico io, vuoi dire che non ci fosse al mondo un bravo attore grasso e pelato a cui dare quella parte???!!!

Non è mica l'unico caso, comunque. Già la sua ex Nicole Kidman era stata truccata col nasone finto per far la parte di Virginia Woolf nel film The Hours (depressivo a manetta). Anche lì, non ce l'avevano una brava attrice col nasone? E che vogliamo dire di Renée Zelwegger, che è magra e la fanno ingrassare apposta per fare la parte di Bridget Jones? Non ce l'avevano un'attrice anche più brava un po' rotondetta?

Ma com'è che una deve essere strafiga anche per avere una parte da bruttina? Non è razzismo questo?

mercoledì 14 novembre 2007

Finalmente Zuddas su Urania


Finalmente esce in edicola su Urania I Computer dell'Apocalisse di Gianluigi Zuddas, del quale avevo già scritto una recensione qui sul blog, quando uscì per Larcher Editore con il titolo C'era una volta un computer.

Zuddas è anche l'autore di uno dei libri che ho amato di più in tutta la mia vita: Balthis l'Avventuriera. L'ho letto quando avevo 15 anni e poi riletto vent'anni dopo, trovandolo bello come la prima volta. Nella sezione collezionismo del Delos Store ce n'è ancora una copia!

martedì 13 novembre 2007

Vissi d'Arte


Ieri mi è arrivato via mail questo link da un amico

www.vibrisselibri.net

Sicuramente non è l'unica agenzia letteraria che si presenta sotto questa forma e sotto queste condizioni, e d'altra parte io non ce l'ho assolutamente con loro. La prendo ad esempio perché dice delle cose ben precise, in base alle quali io faccio il conto della serva e il conto non torna.

Vibrisselibri promette agli autori che le si affidano:

Vibrisselibri sottopone i testi che riceve a una severa selezione, operata dal Comitato di lettura.

I pochi testi scelti saranno sottoposti, nel pieno rispetto dell’autore, a un accurato lavoro di edizione e redazione.


Nell'intervista che potete leggere qui poi il responsabile specifica:

Quanto costa all'autore l'operazione lettura/valutazione fatta dalla redazione, quanto quella dal comitato di lettura, quanto quella di editing e pubblicazione on line?

Nulla.

Quanto dovrà l'autore a Vibrisselibri se il suo libro viene anche pubblicato in cartaceo?

L'editore acquisterà i diritti di pubblicazione in carta da Vibrisselibri, che ne girerà all'autore il 90%, trattenendo il 10% come diritto d'agenzia. Come fa qualunque agenzia letteraria.


Ora, se le cose stanno così, mi chiedo di cosa campano questi signori. D'Arte e d'Amore, probabilmente, come Tosca di Puccini. Perché il conto della serva mi dice che, come esordiente, se mi trovano un editore diciamo di medie dimensioni che mi faccia una discreta distribuzione, posso sperare di vendere 1000 copie. Se il prezzo di copertina è di 15 euro, con una percentuale di diritti d'autore dell'8% posso quindi guadagnare 1200 euro. Vibrisselibri tratterrebbe da questa somma il 10% come commissione, intascando in tutto la cifra vertiginosa di 120 euro. 120 euro per tutto quel lavoro?

Severa selezione, accurato lavoro di edizione e redazione, tutto per 120 euro che verranno se tutto va bene da quei pochi testi scelti? Faccio rispettosamente notare che, investendoci lo stesso tempo richiesto da tutto quel po' po' di lavoro, si guadagna molto di più chiedendo l'elemosina.

Allora? Com'è 'sta storia?

Dimenticavo: non si parla di generi, pare che vada bene tutto. Per essere in grado di selezionare e valutare opere che vanno dalla poesia alla fantascienza, dal legal thriller al romanzo di guerra, ci vorrebbero una competenza e una cultura mostruose...

AGGIORNAMENTO: questo post ha ricevuto una risposta da parte di Giulio Mozzi, presidente dell'associazione Vibrisselibri (che vi invito a leggere nei commenti), dove viene specificato che Vibrisselibri è un'associazione senza scopo di lucro. Il fatto che nella loro sezione dedicata agli autori si parlasse della stessa come agenzia letteraria, termine con il quale in genere si designa un'attività a carattere commerciale, mi aveva tratto in inganno, e mi scuso quindi per l'equivoco.
D'altra parte, avevo specificato di non avercela certo con Vibrisselibri, ma solo di aver preso ad esempio gli stessi termini contrattuali che mi risultano essere pubblicizzati anche da diverse agenzie letterarie a carattere commerciale, per le quali invece il discorso di cui sopra resta più che valido. Faccio quindi i miei migliori auguri a Vibrisselibri e a tutti i suoi associati.

mercoledì 7 novembre 2007

Wild Truckin'


Eccoci qua. E' con immenso piacere che vi annuncio che è uscita, per EFEdizioni, l'edizione italiana dell'albo a fumetti Wild Truckin'. I testi sono miei, i disegni di Laura Bagliani. L'episodio pilota da cui poi nacque tutto, Fango, vinse il secondo premio al concorso X Comics 2005 per il fumetto erotico, e nello stesso concorso la mia storia La luna e il falò vinse il primo premio nella sezione sceneggiatura. Sì, fu un anno molto proficuo...

La storia è suddivisa in episodi concatenati fra loro, e ha per protagoniste un gruppo di giovani camioniste, bariste e benzinaie sulle polverose strade dell'Arizona anni '70, con una forte ispirazione all'iconografia del cinema di Russ Meyer. Qui trovate una preview in inglese di una versione ridotta (mancano le ultime due storie Shameless Vampire Killers e Hasta la vista, che invece sono comprese nell'albo in italiano).

Di Wild Truckin' me ne sono arrivate proprio stamattina 10 copie dall'editore, ed è proprio un bell'albetto, con una veste molto professionale. Sono 56 pagine in BN, nel classico formato comic book spillato, 8 euro. Se a qualcuno venisse per caso voglia di comprarlo, basta andare sul sito di EFEdizioni, alla sezione Produzione.

Lo stesso editore naturalmente ha anche molti altri titoli in catalogo... personalmente ho già ordinato Kitty Girl, che dalla preview è davvero molto molto grazioso. Lo trovate nella sezione Work in progress.


martedì 6 novembre 2007

La S.U.S.


Nel libro di cui parlavo qualche post più sotto, due pubblicitari devono accontentare un cliente molto importante e quindi molto rompiballe riguardo ad una campagna pubblicitaria per uno yogurt. Hanno diverse idee che loro ritengono buone, ottime, ma il cliente gliele cassa una dopo l'altra. Il loro capo è disperato, perché è convinto che nulla potrà mai accontentare un cliente così esigente. I due invece, che la sanno lunga, sul più bello tirano fuori ciò che loro chiamano una SUS: stronzata dell'ultimo secondo. Una banalità ritrita, vista e già vista, priva di qualsiasi spunto interessante. Il cliente se la piglia, bello soddisfatto: era proprio quello che voleva.

Per cui, tornando alla letteratura fantastica, se le case editrici non fanno che buttarvi nel cesso i manoscritti dicendo che non rientrano nelle loro linee editoriali, invece che stare a scervellarvi provate con una SUS, chissà che non vi vada bene.

domenica 4 novembre 2007

Il formato editoriale


Carissimi amici scrittori, ho avuto una dritta sicura sul formato che deve avere un manoscritto per essere presentato ad un editore, in modo da non fare la solita figura da pivelli la prossima volta che spediamo qualcosa.
Naturalmente, ciascuno di voi avrà avuto una dritta sicura diversa, ma finché non le confrontiamo non lo sapremo mai. Allora, tenetevi forte, il formato è questo:

-carattere Courier New
-dimensione 10
-interlinea 1.5
-tutto allineato a sinistra (non giustificato, quindi), anche il titolo del romanzo e quelli dei capitoli, che non devono essere in grassetto
-numeri di pagina in alto a destra
-margini 2.5 cm su ogni lato
-vietato il fronte/retro: le Poste devono vivere, l'Amazzonia deve morire

Importante: il pacco di fogli non deve essere rilegato, ma legato insieme con un elastico. Dato che l'elastico si romperà subito spargendo fogli per tutto l'ufficio, consigliabile mettere l'intestazione su ogni pagina con iniziale nome+cognome (Es: C. Marsten), titolo, indirizzo di e-mail. Con un formato così, tenete presente che il romanzo impaginato per la pubblicazione sarà lungo circa il 40% in più come numero di pagine. Da vedere, vi assicuro, è una vera schifezza, ma mi assicurano che vi farà fare un figurone.

La domanda nasce spontanea: se le case editrici vogliono i manoscritti in un certo formato, perché non lo specificano sui loro siti? Forse proprio perché così possono distinguere gli esordienti dai professionisti e cestinarli subito. Ma ora che sappiamo il trucco, almeno su questo glielo stronchiamo nel culo col bazooka.


lunedì 29 ottobre 2007

L'editor


In questi giorni una nota casa editrice di cui taccio il nome mi ha comunicato che il manoscritto che gli ho inviato un paio di mesi fa non gli interessa, per loro stessa ammissione senza averne letto nemmeno una pagina. Mi hanno spiegato infatti che la lettura del romanzo avviene solo nel caso che l'editor trovi interessante la mezza paginetta di soggetto che richiedono in allegato... così non è stato, e va benissimo. In fondo, è certamente preferibile che il proprio romanzo venga scartato senza essere stato letto, piuttosto che dopo essere stato letto.

Quello che non va bene per niente, invece, è che questi signori richiedono fin da subito la spedizione dell'intero romanzo in forma cartacea, quando poi in 99 casi su 100 leggeranno solo la mezza pagina di riassunto buttando via il resto, porca puttana. 15-20 euro di stampa, rilegatura a spirale e spedizione buttati nel cesso, 99 volte su 100, che Iddio li stramaledica, sradichi le loro tende e disperda i loro armenti, amen. Produrre carta e toner inquina, trasportarla anche, e io devo pure lavorare un'ora in più per guadagnare 15 euro e buttarli nel cesso, vaffanculo. Certi comportamenti del cazzo andrebbero vietati per legge, e sanzionati pesantemente. Armenia Editore ad esempio, che il Cielo gliene renda merito, richiede via mail il riassunto, le schede dei personaggi e un paio di capitoli, e solo se trova interessante questo materiale richiede poi l'invio dell'intero romanzo in forma cartacea. E' così difficile? Altri editori, come Curcio e Newton & Compton, accettano addirittura tutto in formato elettronico.

Finito questo sfogo, che non è l'argomento principale di questo post, vorrei invece arrivare all'argomento clou della serata, ovvero non ciò che gli editori non pubblicano, ma le merdate che certi editori invece pubblicano spesso e volentieri. E, si badi bene, non intendo merdate di autori famosi, che certo non mancano ma hanno il loro perché, ma opere prime di perfetti sconosciuti.

Nel fatto che vengano pubblicate delle merdate, va detto, non ci sarebbe nulla di scandaloso, se fossero merdate che piacciono al pubblico: in fondo il mestiere dell'editore è (dovrebbe essere) quello di vendere libri, non quello di patrocinare l'Arte. Il problema è che poi, se vai a vedere i dati di vendita, scopri che quel libro che ti ha fatto schifo non ha nemmeno venduto un cazzo, come peraltro succede a 9 titoli su 10 tra quelli che arrivano sugli scaffali delle librerie, e allora il conto non torna.

Allora il punto è questo: cosa passa per la testa di un editor che legge un romanzo di merda e ne consiglia la pubblicazione? Ne ho discusso nei giorni scorsi con la mia amica Gamberetta, che penso nei prossimi giorni dirà la sua sul suo blog, senza peraltro venirne a capo, ma solo facendo delle ipotesi, che sono le seguenti:

1) certi editor hanno gusti di merda e scelgono ciò che piace a loro, fottendosene dei gusti del pubblico

2) certi editor scelgono ciò che loro credono possa piacere al pubblico, sbagliando quasi sempre

3) certe case editrici (e non parlo di quelle a pagamento) non campano vendendo libri

La 1) mi pare un'ipotesi abbastanza remota. La casa editrice sarebbe, in questo caso, benefattrice non nei confronti dell'Arte ma dell'editor stesso, continuando a pagargli lo stipendio senza nemmeno provare a spiegargli che i libri andrebbero anche venduti.

La 2) mi sembra già più plausibile. Sarà capitato a tutti un ristorante dove si mangia male, una lavanderia dove ti infeltriscono il golfino di cachemire, un medico che si dimentica di sospenderti la terapia di anticoagulanti prima di trapiantarti il fegato. Ovvero: ovunque c'è pieno di gente che non sa fare il proprio mestiere, e quasi mai viene mandata via a calci in culo. Perché non potrebbe essere lo stesso per gli editor?

La 3) è un'ipotesi suggestiva. Ne conseguirebbe che le scelte di certe case editrici su cosa pubblicare non hanno nulla a che fare con qualità e/o commerciabilità del prodotto, e che probabilmente molti libri vengono pubblicati senza nemmeno essere stati letti (a volte l'impressione è proprio quella). L'ipotesi rimane purtroppo lacunosa, perché non sono in grado di dire di cosa campano allora queste case editrici, a parte un po' di aiuti statali.

Questo è quanto. Immagino che molti abbiano la loro idea in proposito, e sarei molto curiosa di sentirla...

giovedì 25 ottobre 2007

Recensione - Lire 26.900


Frédéric Beigbeder è un ex creativo pubblicitario pentito, che ha scritto questo libro parzialmente autobiografico con lo scopo preciso di farsi licenziare dall'azienda pubblicitaria per cui lavorava, e farsi quindi pagare una buonuscita milionaria. La cosa è già geniale di per sé: arricchirci facendo dei danni ai malvagi è lo scopo che tutti dovremmo perseguire nella vita.


Il libro, va detto, è bello. E' scritto con uno stile asciutto e moderno, e presenta una particolarità: è diviso in sei capitoli intitolati Io, Tu, Egli, Noi, Voi, Essi, ciascuno scritto nella corrispondente persona grammaticale. E' uno spaccato crudo e angosciante sul mondo nevrotico e spietato della pubblicità, come dicevo prima molto autobiografico, a tratti comico e con un finale inaspettato (no, niente lieto fine).

Ma, oltre alle personali storie di capi, clienti, idiozia, soldi, cocaina e puttane viene fuori anche qualcosa sul mondo in cui viviamo. Beigbeder lo dice senza mezzi termini: la Terza Guerra Mondiale c'è già stata, e non ce ne siamo neanche accorti. L'hanno combattuta le Aziende contro l'Umanità, e hanno vinto le Aziende su tutti i fronti. La loro bomba atomica è stata la pubblicità, che è peggio di ciò che era la propaganda di stato nell'Unione Sovietica. Noi continuiamo a pensare in termini di Stati, Governi e Politica, ed è una visione totalmente anacronistica. Dovremmo pensare in termini di Marchi e Aziende, che non sono né nazionaliste né patriottiche, e non si fanno problemi a comportarsi come predoni unni verso la stessa nazione dove sono nate.

Vorrei aggiungere questa considerazione personale: nessuno fa mistero del fatto che i presidenti USA siano di fatto dipendenti di aziende. Quello attuale, in particolare, dei produttori di petrolio e di armi. In Italia, però, siamo ben oltre. Credo che il nostro sia l'unico paese nell'occidente ad essere stato governato per cinque anni da un partito, Forza Italia, che è la spin-off politica di un'azienda, Publitalia. E, guardacaso, proprio un'azienda di pubblicità. Nel nostro caso, il governante non era quindi il dipendente dell'azienda, ma il padrone stesso. Per una volta, siamo più avanti degli USA (sulla strada verso il baratro). Ora li situazione si è normalizzata: le aziende hanno di nuovo ripiegato a governarci tramite i loro dipendenti, ma fino a quando?

Lire 26.900 - Frédéric Beigbeder, Feltrinelli, 240 pagine, 7 euro.

lunedì 22 ottobre 2007

Il Vituperium: Carmen Consoli


Non so a voi, ma a me ultimamente non riesce di entrare in un supermercato o centro commerciale senza che mi venga inflitta la suddetta cantante dagli altoparlanti piazzati ovunque che non ti mollano nemmeno alla toilette. Forse qualcuno ha scoperto che così come le galline producono più uova se si fa loro ascoltare Mozart, il consumatore spende di più se gli si fa ascoltare Carmen Consoli (il che sarebbe un altro buon motivo per espellerla dall'Italia). Come avrete già capito, dire che non mi piace Carmen Consoli sarebbe un eufemismo, e così è proprio con lei che voglio inaugurare questa nuova rubrica coloritamente intitolata Vituperium. La voce, si sa, è quello che è. Una "vorrei essere Dolores O'Riordan ma ho la voce di Romina Power, allora canto in una specie di falsetto improponibile", con l'effetto di ghepardo con l'enfisema che tutti conosciamo.

Come la vedete nella foto a sinistra, mostrando un po' le poppe ma ipocritamente non più di tanto, Carmen Consoli apparve in un'intervista su Max qualche anno fa. Fra le varie stronzate cose molto interessanti che Carmen Consoli diceva nell'intervista, una sua dichiarazione in particolare mi colpì: "credo in Dio, ma non nella chiesa".

Qualche mese fa, il sito di Repubblica strombazzava qualcosa del tipo: domani alle 14,30 videointervista su Repubblica.tv con Carmen Consoli, qui in studio con noi. Scrivi alla redazione per porle in diretta le tue domande, ecc. Ghiotta occasione, pensai. Il testo della domanda che inviai era questo:

Ciao Carmen, una volta hai detto che credi in Dio ma non nella chiesa. La domanda è: come lo sai allora che esiste Dio? Hai sentito una voce che usciva da un roveto in fiamme mentre vagavi sul monte Sinai?

Naturalmente, la mia domanda non gliela fecero, e ne scelsero delle altre. La prima domanda, in effetti ben più interessante, fu quindi:

Mi daresti la ricetta della pasta con le sarde?

La brava Carmen impiegò un quarto d'ora buono a spiegare che a lei la pasta con le sarde non viene proprio benissimo, mentre a sua madre sì. La seconda domanda riguardava il rapporto con il dialetto. Qui Carmen superò se stessa: dieci minuti a disquisire sulla differenza tra il dialetto palermitano e quello catanese nella pronuncia della parola "quartiere".

Poi, l'apoteosi. Il terzo fortunato estratto le chiese quando sarebbe tornata a usare la chitarra elettrica, e qui Carmen se ne partì con uno sproloquio su cosa è rock e cosa non è rock da mettere i brividi, palesando al mondo intero il fatto che di musica non sa veramente un cazzo. La sua interpretazione di è rock e non è rock è sostanzialmente quella di Celentano (altro buono), cioè è rock=mi piace e non è rock=non mi piace. Mi sono vergognato per lei quando, come esempio di tipicamente rock (ha detto proprio tipicamente) ha portato Francesco De Gregori.

Ma la cosa più penosa di tutte è stato vedere l'atteggiamento dei due intervistatori, che a vederli si capiva che erano persone serie che però tengono famiglia. Questi due tapini se ne sono andati avanti ad annuire estasiati di fronte a questo sequela perfettamente bilanciata al 50% di cazzate e al 50% di banalità come se fosse oro colato, con un'espressione come dire "Wow, che culo sfacciato che abbiamo ad avere qui con noi Carmen Consoli, ancora non ci si crede! Wow, che cose intelligenti, originali e spiritose che sta dicendo, questo è uno dei giorni più belli della nostra vita!" Ve lo giuro, hanno annuito tutto il tempo come i cagnetti finti che si vedevano una volta dietro al lunotto posteriore delle Prinz 850, uno spettacolo veramente triste, considerando anche che erano uomini di una certa età.

mercoledì 17 ottobre 2007

Io c'ero ma dormivo


Veltroni l'ha detto: ha rivelato al mondo di non essere mai stato comunista. Personalmente, non ho mai avuto dubbi sul fatto che né lui né D'Alema fossero mai stati comunisti. Ora che la cosa è ufficiale, però, la domanda nasce spontanea: che ci faceva allora nel Partito Comunista Italiano?

Dato che è molto difficile che Veltroni passi da queste parti e ci risponda lui, proverò a rispondere io. Quando Veltroni e D'Alema cominciarono a far politica una trentina d'anni fa, alla metà degli anni settanta, il PCI era semplicemente il partito che andava per la maggiore, quello che sembrava più promettente per dei giovani rampanti di belle speranze che avevano voglia di farsi strada nella vita. D'Alema, tanto per dire, se fosse nato vent'anni prima sarebbe stato il delfino di Forlani nella DC, se fosse nato vent'anni dopo sarebbe stato il vicepresidente dei Dell'Utri Boys in Forza Italia.

Ripensandoci, mi rendo conto che la domanda di cui sopra, "che ci faceva Veltroni nel PCI?" è solo sterile dietrologia. Guardiamo al futuro, e facciamoci la domanda giusta. Veltroni ora è segretario del Partito Democratico. Non è che fra vent'anni ci rivelerà di non essere mai stato democratico?


lunedì 15 ottobre 2007

Recensione: Liguria Criminale


No, non è una guida Michelin all'incontrario su quei ristoranti in Liguria dove si mangia male, ti trattano a pesci in faccia e alla fine ti rapinano col conto. Liguria Criminale, di Andrea Casazza e Max Mauceri, è un libro che raccoglie 10 casi insoluti di cronaca nera in Liguria, in un periodo che va dal luglio '78 al luglio '96. Gli omicidi insoluti, in questi 18 anni sono stati ovviamente di più, ma i due giornalisti ci vogliono raccontare in particolare questi, accomunati dal fatto che hanno tutti creato grande scalpore intorno a sé, diventando da subito di quei casi di cui si continua a parlare per mesi e per anni.

Il libro, va detto subito, è interessante. Specialmente per chi, come me, abita in Liguria e riconosce i luoghi di cui si parla pietra per pietra. Lo stile è asciutto, giornalistico, quello che ci vuole per trattare argomenti del genere senza infastidire il lettore volendo fare della letteratura a tutti i costi.

C'è un però. I primi due casi sono molto poco interessanti perché, come ho scritto tempo fa nel mio post Scrivere gialli oggi, i delitti di malavita spesso sono banali. Anche se non si arriva all'esecutore materiale, è sempre chiaro il movente (uno sgarro a qualcuno) e spesso anche il mandante, anche se non si può, o vuole, dimostrare. Andando avanti, almeno un paio di altri delitti sembrano ascrivibili a regolamenti di conti, anche se alcuni particolari bizzarri un po' di mistero lo creano.

Vi sono tre casi, però, che valgono tutto il libro. Il Caso delle mutandine nere meriterebbe un film, se solo fosse possibile dargli un finale. Meno letterario, perché troppo circoscritto nello spazio e nel tempo, ma altrettanto inquietante è Il caso di Nada Cella, perché sembra davvero impossibile che un delitto del genere debba restare impunito. Poi c'è Il mistero della donna di picche, un altro caso da mettere i brividi che meriterebbe di essere messo in mano ad un bravo regista.

Liguria Criminale - 12,50 euro - Fratelli Frilli Editori


giovedì 4 ottobre 2007

Veronica "Lake"


Ho avuto un'intuizione sull'origine del nome d'arte Veronica Lario. Dunque: Lario è il nome del Lago di Como. Lago in inglese è Lake. In due semplici passaggi otteniamo quindi Veronica Lake.

Diabolico, vero?

Ora Veltroni la vuole nel Partito Sedicente Democratico. Pensavo che, passato l'effetto del peyote, il buon Walter avrebbe fatto marcia indietro dicendo che era una battuta, una provocazione. Invece, insiste. Quando disse che dopo aver fatto il sindaco di Roma si sarebbe finalmente tolto dai coglioni lasciando la politica, noi gente di sinistra stappammo giulivi lo spumante. Poi, mesi fa, la doccia fredda: candidato unico a leader del PD. Ora le prime grandi idee per il partito: Veronica Lario nel PD.

Ma come gli vengono? E' la politica dell'Isola dei Famosi. Tutti sull'isola con Veltroni, la sorella di Milva, le figlie di Pavarotti, DJ Secchiella, un cugino di Sergio del Grande Fratello, lo zio di Totò Riina e il Mago Silvan. No, il Mago Silvan no, è ancora troppo famoso, potrebbe insidiare la sua leadership.

Non sarebbe neanche male l'elezione del segretario con le nomination. Uòlter Uèltron, sei stato nominato: levati dalle palle.

mercoledì 3 ottobre 2007

Una cattiva ragazza


Il breve racconto che ha per protagonista Anne Marie Marsten, una delle mie figlie di tenebra, si è classificato terzo al concorso 500 gocce d'inchiostro in occasione di Bardica 2007. Lo sapevo che quella ragazza era promettente... e pensare che è così giovane: nemmeno 200 anni. Ma, come si dice, buon sangue non mente.

Per chi fosse interessato, i racconti dei finalisti sono qui.


venerdì 28 settembre 2007

Consigli per gli amici scrittori


Oggi vorrei dare un consiglio utile agli amici scrittori, per quello che riguarda la parte più faticosa dello scrivere e pubblicare un romanzo: riuscire a farlo leggere ad una casa editrice. Non mi dilungo sulla questione e vado subito al sodo, perché tanto se siete aspiranti scrittori sapete benissimo di cosa parlo.

Per prima cosa, dovreste farvi dare il riferimento preciso della persona a cui dovete spedire il manoscritto (supponiamo che sia uomo). Chiedete quindi ad una vostra amica molto attraente di tenere il manoscritto per 5 minuti sotto l'ascella prima di metterlo nella busta e spedirlo. Grazie ai feromoni depositati sul rilegato cartaceo, l'editor che lo riceverà, senza capire perché, sarà spinto ad aprire la busta e leggere il manoscritto e le probabilità che lo trovi di suo gusto saranno molto più alte.

Se volete essere perfezionisti, dovreste scegliere una vostra amica che abbia molto successo con gli uomini senza essere particolarmente bella. Una "un po' racchia che piace" è l'ideale. Questo perché se piace molto senza essere particolarmente bella, probabilmente è dovuto al suo odore: feromoni di alta qualità. Stesso discorso se l'editor è una donna: usate un vostro amico maschio di incomprensibile successo con il gentil sesso. O, in alternativa, lasciate il manoscritto ad impregnarsi per una settimana nello spogliatoio della palestra, puntando sulla quantità più che sulla qualità.


Nella foto, la cantante Anastacia, splendido esempio di donna un po' racchia dall'immenso sex appeal.

giovedì 27 settembre 2007

Nel paese dei tulipani


Fa una certa impressione vedere una cosa che hai scritto tu tradotta e pubblicata in una lingua incomprensibile. Il nostro albo a fumetti Wild Truckin' (i testi sono miei, i disegni di Laura Bagliani) sta infatti per uscire in Olanda, per l'editore Playhouse Comix. Non vi nascondo che non sto più nelle mutande per la gioia...

Wild Truckin' è una serie erotico-demenziale, ispirata per certi versi al cinema di Russ Meyer. Dico per certi versi perché di Russ Meyer ho sempre apprezzato l'immaginario erotico davvero adolescenziale. Anche le ambientazioni, lungo le polverose strade dell'Arizona anni '70, sono molto simili. Le analogie però si fermano qui, perché Russ Meyer è ripetitivo fino alla nausea, mentre per Wild Truckin' abbiamo cercato di scrivere e disegnare storie che non perdessero mai il ritmo.

Dovrebbe, in ottobre, uscire anche in Italia, pubblicato da EFEdizioni. In versione in bianco e nero però, a differenza di quella Olandese che è a colori. Il motivo della scelta è contenere i costi, che dovrebbero essere, se non erro, 8 euro per 64 pagine.

lunedì 24 settembre 2007

Medioevo prossimo venturo


Mi fa molto piacere constatare che Giorgio Bocca, sull'Espresso di questa settimana, ha scritto le stesse cose che dicevo io nei miei post precedenti riguardo al delitto di Garlasco. Sui siti di ieri e di oggi di Repubblica e del Corriere si legge "Nuovo indizio contro Alberto". Se andate a leggere, il nuovo indizio contro Alberto consiste nel fatto che non sono state trovate sue tracce biologiche sul muretto della villa. Da morire dal ridere. E' come nei processi per stregoneria nel medioevo: c'erano segni della presenza dell'imputato sul luogo del misfatto? Bene! Non c'erano segni? Meglio! Vuol dire che il Diavolo lo ha aiutato a far sparire ogni traccia.

Io fossi Alberto farei causa e chiederei i danni a tutti, inquirenti e giornalisti. Si leggono cose folli. I giornali una settimana fa hanno riportato discorsi, attribuiti ai magistrati, del tipo: "Eh, senz'altro è stato lui, ma non riusciamo a dimostrarlo". In uno stato di diritto, se non riesci a dimostrare che è colpevole, allora è innocente, o no? Se Alberto venisse processato, potrebbe almeno essere assolto da una giuria. Dato che invece ad un processo probabilmente non si arriverà mai, l'ultima parola su di lui sarà quella di un magistrato o di un poliziotto scellerato che dice "Sì, è stato lui, ma non ci sono abbastanza elementi per aprire un processo".

Vorrei infine soffermarmi su un nuovo tormentone che quatto quatto si è affacciato agli onori della cronaca: gli "esami irripetibili" dei RIS. Dai tempi di Galileo è noto che l'esperimento scientifico deve essere ripetibile per definizione, se non lo è bisogna buttarlo nel cesso e tirare lo sciacquone, perché con la scienza non ha nulla a che fare. Ora apprendiamo invece che il destino di una persona può essere deciso da un esame che, se sbagliato una volta (o manomesso ad arte dagli stessi poliziotti, come il brutto pasticcio di Unabomber ci insegna), non può più essere smentito, diventando quindi Parola del Signore.

Aggiornamento: Alberto Stasi è stato arrestato, perché è stata trovata una traccia di sangue di Chiara sulla sua bici. Insomma, se non hai sangue sotto le scarpe sei colpevole, se hai sangue sulla bici sei colpevole. Per carità, magari è stato lui davvero, chissà. Oppure no. Magari verrà condannato, magari verrà assolto. Magari confesserà stasera stessa. Noto però che i giornali di cui sopra dicono che il caso è risolto. Ohibò! La presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva vale quindi solo per Berlusconi, D'Alema e Fassino?

E poi mi chiedo: tra persone che stanno insieme da tre anni, una minuscola traccia di sangue è davvero una prova? In tre anni ci sono innumerevoli e banalissimi modi in cui ciascuno dei due può lasciare una traccia di sangue sull'altro, sui suoi vestiti, sui suoi oggetti. Un taglietto col rasoio, un brufolo scoppiato, una sbucciatura, un graffio di gatto, una spina, una zanzara, il sangue dal naso, le mestruazioni. Prendendo due fidanzati a caso, vivi e vegeti, non si troveranno analoghe tracce di uno sulle cose dell'altro?

Aggiornamento (2). Comunque finirà la vicenda, mi preoccupa molto la deriva scientista che ha preso la storia giudiziaria in questi ultimi anni. Ormai i processi sono decisi da due o tre molecole che ci sono o non ci sono, che ci dovrebbero o non ci dovrebbero essere. Quando scoppiò la grana di quella bruttissima faccenda del caso Unabomber, con le prove a carico dell'Ing. Zornitta fabbricate ad arte dall'esperto del RIS, pensai che tanto valeva chiuderlo il RIS, se non ci si può fidare ciecamente. Ora, per il caso di Garlasco, sentire per quaranta giorni la polizia che dice, a proposito di Alberto, "è lui ma ci manca la prova", e dopo quaranta giorni la prova salta fuori proprio dal RIS, be', mi vengono i brividi.

Anche escludendo sempre il dolo e la malafede, non può essere che la differenza tra un'assoluzione e trent'anni di galera la faccia una pipetta lavata male, un campione scambiato per errore. Ormai i periti sono giudici e giuria insieme, il resto non conta nulla. In un processo bisognerebbe parlare di prove tangibili, comprensibili ad una giuria di cittadini, elementi visibili ad occhio nudo o al limite con la lente d'ingrandimento. Bisognerebbe parlare di testimonianze, di personalità e precedenti dell'accusato, di moventi. Va bene il test scientifico, ma dovrebbe essere tenuto in massimo conto quando esclude le responsabilità, e preso con le molle quando le indica. Dovrebbe essere la conferma o la smentita, mai la prova.

venerdì 21 settembre 2007

Come Dio!


Prima di cominciare, vorrei precisare che quello che segue è solo il divertimento di un’atea perdigiorno, una cialtronessa che non ha niente di meglio da fare che andarsi ad impicciare in questioni che probabilmente non hanno soluzione, e mai l’avranno. Vi prego quindi di prenderlo bonariamente come uno scherzo, con tutta la serenità possibile. Vorrei anche raccomandarvi, se avete degli amici matti, di non mandargli il link, perché rischierei di essere presa sul serio e di ritrovarmi a capo di una nuova religione di svitati, come se non ce ne fossero già abbastanza.

Dunque, cominciamo. Immaginate che io sviluppi un software sul mio computer, che realizzi un piccolo universo virtuale, una simulazione insomma... be’, intanto bisogna andarci piano con la parola “virtuale”. Quell’universo, infatti, dietro ai suoi megabyte di informazioni avrebbe anche una sostanza fisica, un livello hardware fatto di microchip di silicio e segnali elettrici del tutto reali secondo la definizione comune di realtà. Detto questo, immaginate quindi che in questo universo l’unica cosa che io faccia sia di definire alcune leggi fondamentali, anche molto semplici, ma in grado di dare la capacità a questo universo di evolvere. Questo potrà essere, a mia scelta, un universo dotato di proprietà geometriche oppure no, con geometria euclidea oppure no, e con un numero di dimensioni a mia scelta. Oppure delle proprietà geometriche, da me non previste, potrebbero evolvere spontaneamente. E’ noto che, con molto tempo a disposizione, la materia abbia la tendenza a contraddire localmente il secondo principio della termodinamica[1] e ad organizzarsi in strutture sempre più complesse fino a portare alla vita ed all’intelligenza, come prova la nostra stessa esistenza, anche se i meccanismi che stanno dietro a tale proprietà della materia restano ancora perlopiù oscuri. Supponiamo quindi che nel mio piccolo universo casalingo accada la stessa cosa, e che da una manciata di informazioni iniziali e da alcune leggi fondamentali si creino strutture sempre più complesse, che addirittura portino alla nascita di esseri intelligenti ed autocoscienti all’interno di questo universo. Bene, nei confronti di questo universo e di questi esseri sarei Dio, o come minimo il Demiurgo. Certo non sarei un dio eterno, perché potrei morire per indigestione di cotechino un’ora dopo aver creato l’universo. Non sarei neanche un dio onnisciente, perché certo non potrei conoscere ogni singolo bit dell’universo che ho creato, neanche se vi impiegassi tutta la vita. Intere civiltà potrebbero nascere, evolversi e scomparire nel tempo in cui vado al bagno. Inoltre, e quel che è peggio, potrei non essere in grado di riconoscere la vita e l’intelligenza neanche se me le trovassi sotto il naso, perché troppo diverse nella forma da ciò che considero vita ed intelligenza secondo la mia limitata esperienza. Se io davvero morissi strangolata dal cotechino deicida di cui parlavo poc’anzi sarei, come cantava Guccini, un dio che è morto. Avrei sì dato inizio al tutto, ma poi il tutto mi sopravviverebbe, e chi andasse a cercare ulteriori segni della mia esistenza ne rimarrebbe irrimediabilmente deluso.

Soffermiamoci quindi un po’ ad immaginare quale potrebbe essere l’esistenza di questi esseri intelligenti all’interno di questo universo virtuale, che come dicevamo all’inizio tanto virtuale poi non è, in quanto dotato anche di un’esistenza fisica sotto forma di microchip e segnali elettrici. Intanto, sarebbe un universo finito (nel senso di non infinito), perché il mio PC ha memoria limitata, e fin qui non ci piove. Poi, supponiamo che io abbaia usato numeri a 64 bit per rappresentare le grandezze (finite) del mio universo: in questo modo i possibili valori di una grandezza fisica sarebbero 2 elevato alla 64, ovvero circa 16 miliardi di miliardi di possibili valori. In altre parole, gli scienziati di quell’universo un giorno scoprirebbero che un tavolo non può avere lunghezza qualsiasi, ma solo una scelta tra quei 16 miliardi di miliardi di valori, che sono tanti, ma non infiniti. In due parole, questo universo sarebbe finito e quantizzato. Ohibò, proprio come il nostro! Inoltre, questi scienziati tramite l’osservazione potrebbero dedurre via via le leggi iniziali con cui ho dato struttura al mio universo. Ciò che sarebbe invece molto difficile per loro, probabilmente impossibile, sarebbe capire che dietro alla loro realtà software ci sta una realtà hardware fatta di microchip di silicio e segnali elettrici governati dalle equazioni di Maxwell, e magari anche una Carmille che ha dato inizio a tutto cliccando due volte col mouse. Oppure, per caso, qualcuno potrebbe un giorno fare un’ipotesi del genere, senza ovviamente ricostruirne i dettagli.

Ma veniamo a me. Se avessi la capacità di riconoscere la vita e l’intelligenza in ciò che ho creato, a questo punto mi si porrebbe dinnanzi un dilemma: intervenire in qualche modo nelle vicende della mia creazione, o rimanerne spettatrice silente al di fuori? O ancora, dopo una settimana, dimenticarmene e tornare a dedicarmi ad altre faccende?

Potrei rivelarmi, facendo udire la mia voce ai profeti che vagano per i deserti di byte tutti uguali. Potrei manifestarmi in modo spettacolare, facendo succedere cose che violano le leggi fisiche a cui le mie creature sono abituate. Potrei divertirmi persino a tormentare le mie creature, e a premiare coloro che mi sono devoti e sradicare le tende e disperdere gli armenti di coloro che mi offendono. Se facessi tutte queste cose, sarei uguale uguale al Dio dell’antico testamento. Potrei anche crearmi un avatar (sì, come in Second Life), e fargli fare un giretto in questo universo. Tanto per divertirmi a fare un po' di casino, potrei anche dotarlo di qualche trucchetto utile tipo vite infinite, in modo che risorga quando lo uccidono. Potrei anche crearmi un nemico (che nell’Apocalisse di Giovanni “ha nome Diavolo e Satana”), e sarebbe un po’ come giocare a scacchi contro il computer.

Ok, siamo quasi alla fine. Nel senso che quest’universo prima o poi dovrebbe finire. Potrebbe spegnersi lentamente, perché potrebbe essere che le stesse le leggi che lo hanno portato ad evolversi, per loro stessa natura non possano fare altro che portarlo a ciò che in termodinamica si chiama morte termica. Oppure potrebbe essere che il mio gatto, inseguendo il suo topo di gomma, stacchi inavvertitamente la spina del PC. Allora non ci sarebbero Angeli a suonare le Trombe dell’Apocalisse, e nessuno potrebbe prevederlo. Tutti sarebbero lì a mangiare la pizza, o a fare l’amore, o a dormire, o a lavorare, e all’improvviso: ZOT! L’universo non c’è più.



[1] In realtà non vi è nessuna contraddizione, in quanto il secondo principio, che dice che un sistema evolve spontaneamente verso il massimo del disordine, si applica solo ai sistemi chiusi, ovvero completamente isolati. L’organizzazione della materia in strutture complesse ed esseri viventi va nel verso opposto, ma solo localmente. Il secondo principio continua quindi a valere per l’universo nella sua interezza.

martedì 18 settembre 2007

I tre "neuroni"


Ecco, lo sapevo: appena avete visto una donna nuda siete corsi a leggere. Tranquilli, non era un abbocco... parleremo anche di sesso (uuh!), tra le altre cose. Dopo tanto simpatico cazzeggio, stasera vorrei condividere un po' della mia centenaria esperienza riguardante l'animo umano con i miei amici scrittori, nella speranza che possa tornargli utile prima o poi, nello scrivere come nella vita.

Parleremo quindi delle cose che interessano agli esseri umani, che sono tre: il sesso, il cibo, combattere i nemici. Solo queste tre? Be', principalmente queste tre.

Il sesso: va inteso in senso lato, dalla scopata fino all'amore fino al metter su famiglia e veder crescere i propri figli.

Il cibo: anche questo, in senso lato. Va dal piacere del cibo in sé fino all'accumulare ricchezza e accaparrarsi risorse.

Combattere i nemici: l'odio, la vendetta, le faide tra Cimmeri e Vanir, eccetera.

Qualcuno mi contesta che il terzo punto è solo funzionale agli altri due, e così era certamente agli albori dell'umanità. Col tempo, però, si è cristallizzato in un bisogno primario a se stante, come dimostrano certi modi di combattere i nemici fini a se stessi, come il tifo calcistico. D'altra parte, anche il sesso si accompagna spesso a questioni di scambio economico e di convenienza, e così via.

Perché questi temi sono così forti, tali da ritrovarceli praticamente in ogni opera letteraria e di fiction che riscuota un minimo di successo? Proprio perché sono così ancestrali, così semplici che li capisce anche uno scoiattolo. Mandano in risonanza tre "neuroni" ideali che abbiamo nel cervello, facendo sì che ciascuno possa riconoscersi in chi agisce spinto dalla sessualità, dalla cupidigia, dal desiderio di distruggere l'odiato nemico, e sentire come proprie le sue emozioni.

Prendete un film (scemo, ma di strepitoso successo) come Pretty Woman: dosa perfettamente le tre componenti, e forse il suo successo è dovuto anche a questo, oltre alla presenza dei belloni Gere e Roberts (che comunque servono a stimolare il primo neurone). Lei puttana=sesso+soldi, lui manager d'assalto=soldi+combattere i nemici. Ed è proprio sui soldi che inizia il loro rapporto.

Prendete le favole, come Cenerentola: vuole sposare un giovane stallone pieno di soldi che la ingravidi e le faccia fare tanti bei bambini e la faccia vivere nel lusso tutta la vita. La cosa le dà anche la possibilità di vendicarsi delle sorellastre, sue nemiche da sempre.

Il Conte di Montecristo è paradigmatico, perché i tre temi, oltre a essere tutti e tre fortissimi, sono assolutamente espliciti. Poi ci sono anche le eccezioni, dove uno solo dei temi viene portato all'eccesso: Rambo combatte i nemici e basta, nei film porno si scopa e basta.

Nella letteratura per ragazzi spesso il primo tema viene azzerato, con grave danno per il realismo. Nell'Isola del Tesoro, per dirne una, non c'è nemmeno una donna. In una situazione così, nella realtà i pirati avrebbero cominciato ad inchiappettarsi Jim già a partire da pag. 3.

Dimenticavo il libro più di successo di tutti, la Bibbia. Nel Pentateuco (i primi cinque libri) praticamente non si parla altro che di guerre, conquiste, sesso, stupri, incesti, vendette.

giovedì 13 settembre 2007

Il Far West non è mai esistito


Guardate questa copertina di Tex. Non ci trovate niente di strano? Guardate come è vestito: calzamaglia e stivali col risvolto. Cos'è questa roba? Robin Hood? Amleto? Il punto è che il far west come lo conosciamo è pura invenzione letteraria. Nel cinema degli anni '50 e '60, i cowboy iterpretati dai vari Gary Cooper e soci se ne andavano in giro belli sbarbati, con la camicia linda, stirata e inamidata e gli stivali lucidi. Anche i cattivi. D'altra parte, se fosse stato altrimenti il pubblico americano avrebbe gridato allo scandalo e impedito ai propri figli di frequentare le sale cinematografiche. Va bene andare in giro a sparare alla gente, ma il decoro innanzi tutto. In quegli anni, venne lanciata sul mercato una saponetta "al profumo delle Hawaii", testimonial pubblicitaria sulla confezione una bella ragazza hawaiiana. Fu un disastro. Nella testa delle massaie scattava l'equazione non bianca=sporca, e le saponette restavano sugli scaffali. La ragazza fu sostituita in fretta e furia con un'americana bionda vestita da hawaiiana, e fu un successo.

Poi, per fortuna, arrivarono gli anni '70 e Sergio Leone. Non si riusciva a capire come potessero i suoi personaggi essere così laidi e cisposi, così unti e polverosi al tempo stesso. Guardando Il buono, il brutto e il cattivo sembra quasi di sentire la puzza attraverso il teleschermo. Ma anche lì, ovviamente, di far west non c'era nulla: i film erano girati in Italia e Spagna. Dobbiamo farcene una ragione: il far west come l'abbiamo conosciuto noi non è diverso dalla Malesia di Salgari, che nella sua vita fece un unico viaggio per mare in Adriatico.

lunedì 10 settembre 2007

Volgarissimi asterischi


Trovo veramente insopportabile l'ipocrisia di mascherare le cosiddette parolacce con asterischi o puntini. Già, perché se io scrivo che della tale cosa "non me ne frega un c***o", tutti comunque capiscono che volevo dire -e leggono- cazzo. Gli asterischi sono una vera volgarità, proprio come i beep di Striscia la Notizia, che resta sempre saldamente in cima al podio delle trasmissioni più volgari dell'universo. Mi duole il fatto che persino Beppe Grillo ci caschi... ora vado a dirgliene quattro. Nella foto, l'indimenticato Bombolo, capace di sparare 'sticazzi, fijo de 'na mignotta e vattela a pijà 'n ter culo a mitraglia, senza mai essere davvero volgare.

venerdì 31 agosto 2007

Il blog di Simone Navarra


Tra gli innumerevoli meandri della rete, c'è un blog dal titolo Lo scrittore emergente che è una piccola perla. Con molta ironia, prende l'armi contro il mare di guai nel quale un aspirante scrittore è costretto a navigare oggi in Italia, senza risparmiare qualche dardo dell'oltraggiosa fortuna anche verso certe figure di aspiranti scrittori che non hanno mai scritto niente, e che sono forse un po' parenti di quegli artisti che non dipingono, non scolpiscono e non scrivono poesie ma si ubriacano di continuo, picchiano la fidanzata e poi si mettono a piangere (sono le tre di notte, e la fidanzata dopo gli prepara due spaghetti aglio e olio)... ma sto divagando.

Simone Navarra, che gestisce il blog, è invece uno scrittore vero, con un bel po' di romanzi nel cassetto in cerca di editore. E qui casca l'asino. Protagonista suo malgrado di molti post di Simone nel blog è proprio questa figura orchesca dell'editore, che dalla tastiera di Simone esce tratteggiata in modo grottesco ma impietosamente arguto ed efficace. Se non siete aspiranti scrittori sul blog di Simone vi farete semplicemente delle grasse risate, il che non guasta mai. Ma se siete aspiranti scrittori potrete invece gustarlo a fondo, e trovare anche molti buoni consigli sugli errori da evitare quando si scrive un romanzo e quando lo si presenta all'editorco (editore-orco).

Una menzione a parte merita la sezione del blog Non mi pubblicherebbero dove Simone analizza best seller di autori strafamosi e spiega con abbondanti dosi di ironia perché se quegli stessi romanzi venissero proposti oggi da un autore esordiente, qualsiasi editore proverebbe una gioia maligna nel pulirsi il didietro coi suoi manoscritti.

venerdì 24 agosto 2007

A 360 gradi





Dire che "le indagini proseguono a 360 gradi" è un eufemismo per dire che si brancola nel buio. Sto parlando, ovviamente, del delitto di Garlasco. Probabilmente condizionati dalla catena di omicidi "in famiglia" che da un po' di tempo a questa parte insanguinano l'Italia, finora gli inquirenti si sono fissati unicamente sui familiari di Chiara Poggi, fidanzato in testa. "Atto dovuto" un par di palle: un avviso di garanzia per un brutale omicidio è una cosa che getta un'ombra sulla tua vita per molti anni, specialmente se, come probabilmente succederà in questo caso, non si arriverà mai ad una soluzione. Tutto perché qualcuno bisogna pur indagare, e non c'era nessun altro a portata di mano. Fare il test del DNA ai genitori della ragazza, che in quella settimana erano in montagna, è un andare a casaccio, un facite ammuina di borbonica memoria. Test del DNA per confrontarlo con che? Loro in quella casa ci vivono, è normale che vi siano loro tracce organiche ovunque, così come quelle del fidanzato. Ora, non cavando un ragno dal buco, e senza nemmeno sapere se c'è il buco, le indagini ripartono a 360 gradi. Vale a dire, da zero. Dopo aver buttato via 11 giorni, quando gli esperti dell'FBI vi diranno che un delitto così se non lo risolvi entro 48 ore puoi scordarti di arrivare ad una soluzione chiara.

No, mi dispiace: "lasciateci lavorare" è la frase preferita di quelli che di lavorare non sono capaci o non ne hanno voglia. Se dagli inquirenti non arrivano informazioni, non è certo per riserbo. Generalmente, ogni volta che sanno qualcosa non vedono l'ora di balzare davanti alle telecamere e spiattellarla. Se si trincerano dietro un no comment è perché non hanno proprio niente da dire.

Le indagini a 360 gradi sono uno spreco di risorse ed energie, un errore sistematico grave quanto quello di fissarsi su un solo indiziato (sul quale, in questo caso, non ci sono neppure indizi). Interrogare e fare il test del DNA a tutti nel raggio di 10 km non è un buon metodo, anzi, non è proprio un metodo. Le indagini dovrebbero essere guidate in due o tre direzioni da quel mix di tecnica, intuizione ed esperienza che dovrebbe essere il bagaglio di un buon investigatore. Qui invece pare che fino al 15 settembre non si potrà fare altro che aspettare i risultati delle inutili analisi dei RIS, dalle quali risulterà che i genitori di Chiara frequentavano molto casa propria. Eppure, torno a dire, questo è un delitto tutt'altro che perfetto. Ma sono sempre più convinta che resterà insoluto.

venerdì 17 agosto 2007

Scrivere gialli oggi


Ho appena finito di leggere l’antologia completa dei racconti originali su Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, più di 1200 pagine fitte fitte di misteri polizieschi, ambientate a cavallo tra il 1800 e il 1900. Per me, nata nel 1666, si tratta di un tuffo in un passato piuttosto recente, ma mi rendo conto che i temi trattati, sebbene affascinanti, sarebbero in gran parte impraticabili per l’odierno scrittore di gialli. Tesori provenienti dall’India, vendette per questioni vecchie di decenni, fortune accumulate in terre lontane nel contesto dell’impero coloniale britannico, onori di antiche famiglie da difendere.
Sto appunto scrivendo un giallo, e mi sono così trovata a ragionare un po’ sui problemi connessi allo scrivere gialli oggi in Italia. Innanzi tutto, va detto che l’intrigo internazionale con l’avventuriero scafato del tipo oggi Parigi – domani Tokyo pare non vada più di moda. Il lettore di gialli odierno ama leggere storie il più possibile collegate con il suo mondo e la sua esperienza quotidiana, ambientate magari nella sua stessa città, dove le persone parlano il suo dialetto e i personaggi sono quelli coi quali ha a che fare tutti i giorni. La cronaca di questi anni, d’altra parte, ci conferma che in ambienti così familiari e casalinghi possono svilupparsi vicende allucinanti, delitti atroci, misteri che rimangono irrisolti. Se questa deve essere l’ambientazione, veniamo quindi ai delitti. Va subito detto che della delinquenza comune e della criminalità organizzata non sappiamo che farcene. In primo luogo, perché ci siamo assuefatti, e poi perché generalmente non c’è dietro nessun mistero. Se il boss di camorra Ciro ‘o Fetente viene assassinato in un agguato, è chiaro che il mandante è il boss rivale Ciccio Scannapuorco, e se questo non va in galera non è certo perché a nessuno viene in mente il suo nome. Totò Riina, Bernardo Provenzano, sono stati arrestati dopo decenni di latitanza a casa loro. Se il delitto di Novi Ligure fosse stato davvero commesso da una banda di feroci albanesi, come in un primo tempo sostennero Erika e Omar, se ne sarebbe smesso di parlare dopo due giorni.
Bene, direte voi, che ci resta allora? I delitti della follia, che comprendono il delitto passionale e quello legato alla sfera sessuale, e quindi i serial killer. Esistono fondamentalmente due tipi di serial killer: quelli che non vogliono farsi prendere, e quelli che invece ci tengono a finire in galera, e si fanno sempre più imprudenti e spavaldi ad ogni delitto. Alla prima categoria appartiene senz’altro il Mostro di Firenze, chiunque fosse, alla seconda il “nostro” serial killer genovese Donato Bilancia. Sul caso di Donato Bilancia vale la pena aprire una piccola parentesi su come venne trattato il caso dalle forze dell’ordine e dai mezzi di (dis)informazione. Quando infatti era ormai chiaro a tutti che c’era in giro un serial killer che ammazzava le prostitute, le questure e i giornali continuavano a parlare di guerre tra bande di albanesi per il controllo del mercato della prostituzione. L’intento, è ovvio, era quello di non creare allarme. Resta però da capire il criterio secondo il quale, io cittadina, dovrei essere spaventata da un serial killer più che dall’idea che nella mia regione le bande di albanesi si facciano impunemente la guerra nelle strade a colpi di pistola. Un serial killer non guasta una società sana, può nascere anche in Svezia, in Svizzera o a Disneyland. Tolto di mezzo lui, torna la pace. Se le bande di albanesi si fanno la guerra nelle strade, invece, vuol dire che lo Stato è in sfacelo, che siamo allo sbando, che le forze dell’ordine rubano lo stipendio.
Le prostitute sono le vittime preferite dei serial killer che non vogliono farsi prendere. Il motivo, è presto detto, è che delle prostitute non frega niente a nessuno. Tant’è vero che, per ottenere un po’ di attenzione, Donato Bilancia dovette cambiare bersagli, e mettersi ad assassinare oneste pendolari sui treni.
Per chi fosse interessato alle motivazioni che spingono una persona a combinarle grosse al preciso scopo di finire male o in galera, consiglio vivamente la lettura di “Ciao...! E poi? Psicologia del destino umano” del compianto Eric Berne, fondatore dell’affascinante teoria psicologica dell’analisi transazionale. Sebbene non possiamo definirlo serial killer in senso stretto, uno di quelli che a finire in galera ci tenevano moltissimo è sicuramente Luca Delfino, saltato agli onori della cronaca nera in questi giorni per il delitto di Sanremo. Principale indiziato per l’assassinio della sua ex fidanzata Luciana Biggi un anno e mezzo fa, non riuscì comunque a finire in galera allora, non si sa se per una vera mancanza di prove o per la manifesta incapacità o menefreghismo di chi in galera avrebbe dovuto tenerlo perlomeno fino al processo. Il Delfino questa volta ha quindi deciso di andare sul sicuro, e una settimana fa ha ucciso con quaranta coltellate in pieno centro a Sanremo un’altra ex fidanzata, davanti a una trentina di testimoni, dopo mesi di minacce e aggressioni contro di lei. Forse a stare in galera almeno due o tre anni questa volta ce la farà. Bisogna dire però una cosa, riguardo alla seconda vittima: come si fa a fidanzarsi con uno quando questi è già sospettato dell’omicidio di una sua ex fidanzata? Povera Maria Antonietta, hai pagato con la vita un’idea un po’ troppo romantica e ottocentesca di storia sentimentale con un macho pericoloso.
Ma stavo parlando di prostitute. Un’onorata professione, che ha svolto anche la sottoscritta in un periodo che va dal 1750 al 1760 circa, e parlo quindi con cognizione di causa. Qualche anno fa, due diciassettenni della provincia di Varese, tanto per passare il tempo, assassinarono a coltellate una prostituta nigeriana. Vennero condannati, aprite bene le orecchie, alla pena di UN ANNO DI LAVORI SOCIALMENTE UTILI. La cosa più tragicamente comica furono i commenti dei loro concittadini, statisticamente per la maggior parte bravi benpensanti leghisti. Una signora disse, davanti ai microfoni del TG: “Mah, non so, se i giudici hanno deciso questo, sarà giusto così. Certo però, pensare che uno dei due tra poco tornerà a scuola, nella stessa classe di mia figlia...”. Traduzione: “Chissenefrega, tanto era una puttana negra. Dategli pure una medaglia e rimetteteli subito in libertà, però a Lecce.”
Certo un delitto passionale è stato quello che rischia di diventare il consueto “giallo dell’estate”, l’omicidio di Chiara Poggi a Pavia, la mattina del 14 di agosto. In questi casi, il primo sospettato è sempre il fidanzato o l’ex fidanzato, a volte con giusta ragione. Poco importa che ufficialmente il ragazzo (che personalmente ritengo assolutamente estraneo alla vicenda) sia stato sentito come “persona informata sui fatti”: se interroghi uno per 14 ore di fila, è perché speri di prenderlo per stanchezza o di farlo cadere in contraddizione. Ma, come dicevo, credo che il ragazzo sia assolutamente innocente. L’assassino deve aver agito come spesso succede in questi casi colto da un raptus. Da quel poco che si sa, infatti, è stata usata un’arma impropria e occasionale che già era in casa. La vittima probabilmente lo conosceva: i giornali in prima battuta hanno scritto che gli ha aperto lei la porte, ed era in slip e maglietta quando è stata uccisa, poi hanno cambiato versione ripiegando sul pigiama. Ma il pigiama in pieno agosto non è credibile, e resterei sulla prima versione. Il delitto è tutt’altro che perfetto: abbiamo l’impronta di una scarpa da ginnastica sul sangue fresco, e quindi il numero di scarpe dell’assassino. Ma gli esperti dell’FBI dicono che se delitti di questo tipo non si risolvono nell’arco di 48 ore, allora non si risolvono più. E qui le 48 ore sono passate.

venerdì 10 agosto 2007

Il Piemonte del crimine, di Piero Abrate


Carissimi,
sto leggendo Il Piemonte del Crimine - Storie Maledette, di Piero Abrate, giornalista. E' una raccolta dei più oscuri ed efferati delitti che hanno insanguinato la regione a partire dai primi dell'800 fino ai giorni nostri, e se siete appassionati di gialli ve lo consiglio vivamente. Mai come in questo campo può succedere infatti che la realtà superi la fantasia, e che la cronaca finisca per essere meglio della fiction.
Ciò che mi è saltato subito agli occhi leggendo una storia di delitti che copre un arco di due secoli, è come fino agli anni '50-'60 avessimo una polizia investigativa altamente efficiente. Le storie raccontate da Abrate che vanno dai primi dell'800 fino ad una cinquantina di anni fa sono caratterizzate dalla presenza di poliziotti scaltri, tenaci, che non esitano ad escogitare travestimenti, stratagemmi, tranelli fantasiosi pur di arrivare alla soluzione del caso. Poliziotti che non sfigurerebbero nella migliore tradizione dei racconti su Scotland Yard. Leggiamo nelle storie dei primi anni del '900 quel piglio efficientista da regno sabaudo che vede agenti sguinzagliati nelle strade a raccogliere prove e testimonianze poche ore dopo il delitto, e arresti già in giornata anche in casi estremamente intricati e oscuri. Il tutto, si badi bene, senza disporre dei sofisticati metodi di indagine scientifica di cui disponiamo ai giorni nostri.

Poi, qualcosa deve essere successo negli anni 1950-'60. E' come se il fagocitato Stato Borbonico, cento anni dopo l'unità d'Italia, si stesse vendicando, avvelenando a ritroso da sud a nord la macchina della giustizia investigativa italiana, pervadendo ogni cosa con l'indolenza, la disorganizzazione e il tirare a campare della burocrazia dello scomparso Regno delle Due Sicilie.

Sto scrivendo proprio dal luogo nella estrema periferia di Genova dove Maurizio Minghella, ritardato semianalfabeta che a dodici anni era ancora in prima elementare, violentò, seviziò e uccise cinque ragazze nel 1978. Quella di Minghella è un'assoluta vergogna nella storia poliziesca e giudiziaria italiana. Tanto per cominciare, fermato nel '78 proprio come sospettato della serie di omicidi dopo il suo quarto delitto, questo ritardato mentale riuscì a prendere per il naso gli inquirenti e a farsi rilasciare, per uccidere la quinta ragazza poco tempo dopo.

Minghella, a cavallo tra la fine degli anni '90 e il 2000, ha assassinato di sicuro altre quattro, ma forse anche dieci donne a Torino, mentre scontava -per così dire- la condanna all'ergastolo per i precedenti cinque omicidi. Minghella godeva infatti a quel tempo del regime di semilibertà, con libere uscite anche di quindici ore al giorno durante i week end, e lavorava come falegname nella comunità di Don Luigi Ciotti che si chiama per ironia della sorte Gruppo Abele (Gruppo Caino sarebbe stato molto più appropriato in questo caso).

Minghella venne arrestato perché una prostituta da lui aggredita gli prese la targa del motorino e lo denunciò. Da tempo la polizia era al corrente dell'esistenza di un serial killer che uccideva le prostitute a Torino, ma fino a dopo quel suo arresto fortuito, a nessuno era venuto in mente di collegare gli omicidi alla presenza di Minghella nel capoluogo piemontese, sebbene fosse già stato condannato per cinque delitti del tutto analoghi, e la nuova serie di omicidi fosse avvenuta sempre in concomitanza coi suoi periodi di libera uscita. Mi viene un atroce sospetto: forse tanta incuria è stata dovuta al fatto che le vittime di Minghella erano quasi tutte prostitute? Su questo punto tornerò in un altro post, nei prossimi giorni.

Per i nuovi delitti, Minghella è stato condannato a un altro ergastolo e 130 anni di carcere. Resta da chiedersi quale risibile sistema giudiziario possa spendere denaro e risorse per comminare un altro ergastolo a chi ne ha già uno, e soprattutto a cosa serva, dato che il Minghella con già una condanna a vita sulla testa è riuscito ad uccidere come minimo altre quattro donne. Non a caso, dopo la lettura della sentenza, qualcuno dalla folla ha gridato "Basta che stavolta buttiate via la chiave!".

Anche questa storia è raccontata in dettaglio nell'ottimo libro di Piero Abrate, Il Piemonte del Crimine - storie maledette, Edizioni Servizi Editoriali - Genova.

mercoledì 8 agosto 2007

Recensione: C'era una volta un computer


C'era una volta un computer appartiene a quel genere fantascientifico con una punta di fantasy in cui Gianluigi Zuddas è un maestro.

Mi avvicinai la prima volta alle opere di Zuddas nei primissimi anni '80, spulciando in libreria tra i titoli della gloriosa Fantacollana Nord. Condizionata da iniezioni massicce di esterofilia, restai stupita e arricciai il naso nel vedere un nome italiano in mezzo ai vari Robert E. Howard e Marion Zimmer Bradley. Mi bastò però leggere il retro di copertina e la prefazione al suo Balthis l'Avventuriera, per convincermi a comprare il libro. Normalmente definiamo un bravo autore chi riesce a inserire un paio di buone idee all'interno di uno schema collaudato. Bene, in Balthis l'Avventuriera le idee geniali si contavano a decine, e la trama della storia era assolutamente originale.

In C'era una volta un computer, Zuddas riprende in mano temi a lui cari, quali reperti di una tecnologia talmente avanzata da essere indistinguibile dalla magia, immersi in un mondo regredito allo stadio medioevale. Lo stile narrativo è pulito e scorrevole, molto godibile, ma questo va da sé, perché stiamo parlando di un autore di grande esperienza. I dialoghi, come nel suo stile, sono semplicemente brillanti, spesso esilaranti, imperdibili. Senza voler anticipare nulla sulla storia, possiamo dire che anche in C'era una volta un computer le trovate originali sono molte, e molto gustose. Anche qui, come nella maggior parte della produzione letteraria di Zuddas, la protagonista è una giovane donna, e questo se permettete non può che farmi piacere, in un genere letterario un po' dominato da un certo machismo...

Nelle vicende che vengono narrate, si alternano situazioni altamente drammatiche capaci di tenere il lettore con il fiato sospeso a momenti di puro humor, come quando raffinati androidi dotati di un bizzarro senso dell'umorismo si fanno beffe di umani superstiziosi e ignoranti. Come in Balthis l'Avventuriera, inoltre, possiamo leggere fra le righe acute riflessioni sulla nascita di miti e religioni, a partire da eventi che di soprannaturale hanno davvero ben poco.

Se proprio dovessi fare un appunto, direi che questa volta non mi sono affezionata al personaggio protagonista, la bellissima giovane nordica Thalli, come mi affezionai a suo tempo alla giovanissima Balthis. L'effetto è probabilmente voluto, perché questo è un romanzo che si regge molto di più sulla complessità della vicenda e sulla portata degli eventi, che non sul carisma personale di un singolo protagonista che domina la scena. Thalli è infatti attorniata da molti comprimari ottimamente caratterizzati, ciascuno con un adeguato spazio di movimento in una trama di ampio respiro.

In conclusione: vivamente consigliato, in particolare a chi ama le contaminazioni fra i generi.

(C'era una volta un computer di Gianluigi Zuddas, Larcher Editore, 456 pagine, 10 euro).

AGGIORNAMENTO: finalmente il romanzo è uscito anche per Urania Mondadori!